Partito di Alternativa Comunista

 

Una lettura sempre attuale

L’imperialismo, fase suprema del capitalismo

 

Note critiche sul saggio di Lenin: un testo  popolare per capire il mondo "globalizzato"

 

Susanna Sedusi

 

Lenin scrisse L’imperialismo tra il 1914 e il 1915, allorché si trovava in esilio in Svizzera, a Berna e poi a Zurigo. Nel pieno della prima guerra mondiale egli indicò la necessità di dare un giudizio veramente completo sulla guerra, andando a studiare approfonditamente la sostanza economica e politica dell’imperialismo. Lo scritto ha la forma del saggio popolare ed è ricco di riferimenti agli studi degli economisti borghesi e piccolo-borghesi dell’epoca (1) i quali avevano già individuato le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo, sviluppatesi compiutamente nel primo decennio del XX secolo.

 

I caratteri dell'imperialismo

 

I) Rapidissimo processo di concentrazione della produzione in imprese sempre più ampie e la costituzione di monopoli. Questo fenomeno è osservabile specialmente in Germania e negli Stati Uniti d’America. L’esistenza di aziende di enormi dimensioni con rami di produzione combinati tra loro favorisce reciproci accordi e formazione di monopoli, cartelli, trust. “I cartelli si mettono d’accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono le quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese ecc” (2). La concorrenza in questa fase di sviluppo del capitalismo diventa monopolio (anche se continua ad esistere) e rende possibile un enorme processo di socializzazione della produzione: in particolare delle invenzioni, della loro applicazione ai processi produttivi, del controllo delle fonti di materie prime, dei mezzi di comunicazione e dei trasporti, ecc. I profitti invece rimangono privati e aumenta a dismisura sia lo spadroneggiare dei cartelli sulle aziende minori come pure lo scontro tra di essi per l’egemonia sui mercati internazionali.

 

II) Processo di centralizzazione e concentrazione delle banche: esse, da semplici intermediari nei pagamenti, cominciano a trasformare il capitale inattivo in capitale che produce profitto con la raccolta delle rendite in denaro e il loro investimento nelle aziende produttive. “Ma, a mano a mano che le banche si sviluppano e si concentrano in poche istituzioni, si trasformano da modeste mediatrici in potenti monopoliste, che dispongono di quasi tutto il capitale liquido di tutti i capitalisti e piccoli industriali, e così pure della massima parte dei mezzi di produzione e delle sorgenti di materie prime di un dato paese e di tutta una serie di paesi”.(3) Infatti, gli istituti di credito mediante le operazioni bancarie e finanziarie con le aziende (tenuta dei conti correnti e altre operazioni) sono informati sull’andamento degli affari dei singoli industriali e dei gruppi, possono controllarli concedendo loro finanziamenti o restringendo il credito, possono, in poche parole deciderne la sorte. La fusione tra banche, cioè la costituzione di consorzi di dimensioni sempre maggiori determina, la concentrazione di enormi capitali finanziari nelle mani di pochi oligarchi ed è la causa della miseria delle masse popolari e del sempre maggiore ritardo nello sviluppo dell’agricoltura. Un ulteriore sviluppo di tale processo è l’unione personale delle banche con le maggiori imprese industriali e commerciali e con le istituzioni borghesi. Tutto ciò avviene attraverso la partecipazione di funzionari di banca ai consigli d’amministrazione delle società e/o viceversa con la nomina di imprenditori, esperti di economia aziendale e di mercato, presso le istituzioni bancarie nonché attraverso la nomina di entrambe le suddette figure a cariche istituzionali nei governi borghesi locali e nazionali.

 

III) Si giunge pertanto ad una sorta di simbiosi tra capitale produttivo e capitale bancario e alla trasformazione delle banche in istituzioni di carattere universale, cioè al dominio di un’oligarchia finanziaria. Questo dominio è particolarmente evidente se si prende in considerazione il sistema della partecipazione alle aziende tramite il possesso delle azioni. Basta il possesso di una parte delle azioni (40%) di una società madre per avere in realtà il controllo su società a loro volta possedute in parte dalla prima (società figlie, nipoti ecc.) per avere, con un capitale limitato, il controllo di un elevato numero di aziende. Non è affatto vero che la partecipazione diffusa al capitale da parte di azionisti piccoli costituisce una sorta di democratizzazione del sistema capitalistico (come sostengono i riformisti di ogni epoca), è vero semmai il contrario in quanto i piccoli azionisti non riescono mai a contare nelle decisioni quanto i grandi.

 

IV) L’esportazione di capitale. Essa diventa mezzo per favorire anche l’esportazione delle merci, spinge alla massima concorrenza tra gruppi capitalistici , causa guerre per la spartizione del mondo (guerre coloniali), per ottenere maggiori profitti, per conquistare il monopolio delle fonti di materie prime.

 

V) Nell’epoca dell’imperialismo il capitale finanziario ha profitti molto maggiori del capitale commerciale e industriale. Questi profitti si concentrano in alcuni Paesi che hanno il dominio monopolistico dei capitali finanziari. In questi Stati aumenta considerevolmente il ceto sociale che vive esclusivamente dei profitti ottenuti da rendita finanziaria, esso è chiamato il ceto dei rentier.rentiers, ovvero creditori verso una massa di paesi debitori. Oltre al ceto dei rentiers, nell’epoca dell’imperialismo, si forma uno strato superiore di lavoratori - corrotti dai margini di profitto che i capitalisti riescono ad elargire - chiamato anche aristocrazia operaia, che si pone accanto alla borghesia e piccola-borghesia in quanto a tenore di vita e rafforza l’opportunismo e il socialsciovinismo in seno al movimento operaio. Accanto al proletariato, nei paesi imperialisti aumentano i lavoratori immigrati dai paesi più arretrati, che percepiscono salari inferiori. Questi stati ottengono enormi profitti dall’esportazione di capitali e questa diventa la loro principale funzione, cioè quella di stati

 

La polemica con riformisti e opportunisti

 

Nell’ultima parte dell’Imperialismo Lenin affronta la critica propriamente politica alle correnti riformiste e.opportuniste nel movimento operaio. I suoi attacchi sono rivolti principalmente contro Kautsky, dirigente della socialdemocrazia tedesca. Contro l’imperialismo egli infatti proponeva un ritorno alla libera concorrenza e alla democrazia, contro l’occupazione coloniale propugnava l’azione pacifica del capitale; formulò la teoria dell’ultra-imperialismo intendendo con ciò essere auspicabile una fase di sviluppo del capitalismo in cui, al posto dello scontro tra capitali finanziari nazionali, si sviluppasse il pacifico sfruttamento nel mondo da parte del capitale finanziario unificato. Contro tutto questo armamentario polemizzò Lenin sostenendo che le alleanze imperialiste sono solo una pausa tra una guerra e l’altra; che “le alleanze di pace preparano le guerre e a loro volta nascono da queste; le une e le altre forme si determinano reciprocamente e producono, su di un unico e identico terreno, dei nessi imperialistici e dei rapporti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta” (4).

L’imperialismo e le guerre coloniali che esso porta con sé sono la soluzione della borghesia alle forti tensioni sociali interne ai paesi capitalisti più sviluppati. Svelare tali contraddizioni è compito dei marxisti rivoluzionari, mentre denunciare la violenza delle annessioni coloniali, come fa Kautsky, è puro riformismo e pacifismo piccolo-borghese.

Per finire Lenin indica nel suo scritto quale posizione occupa l’imperialismo nella storia e afferma che “il monopolio, nato sul terreno della libera concorrenza, e proprio dalla libera concorrenza, è il passaggio dall’ordinamento capitalista a un più elevato ordinamento sociale ed economico” (5). Questo processo interessa i paesi dove il capitalismo ha origini più vecchie e i paesi che a mano a mano vengono attratti all’interno del sistema capitalistico. Nella fase del capitalismo monopolistico cioè dell’imperialismo il capitalismo si sviluppa molto velocemente ma il suo sviluppo da origine a differenze marcate tra paesi, a scontri per l’egemonia, a nuove guerre per la spartizione del mondo in cui, accanto alla borghesia si schierano settori del movimento operaio, guidati dai socialsciovinisti e opportunisti piccolo-borghesi. Questo legame tra imperialismo e opportunismo va denunciato a gran voce se non si vuole che la lotta contro l’imperialismo diventi solo una vuota parola d’ordine.

 

Note

(1)   J.A. Hobson, Imperialismo, Londra, 1902 e R.Hilferding, Il capitale finanziario, Vienna, 1910.

(2)   V.I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Opere complete, Vol. XXII, Ed. Riuniti, 1966, p. 204.

(3)   Ivi, p. 211.

(4)   Ivi, p. 295.

(5)   Ivi, p. 298.

I rivoluzionari e i movimenti pacifisti

 

Ruggero Mantovani

 

L’ideologia pacifista, in particolare nel XX secolo, si è caratterizzata per il rifiuto della violenza e della guerra come strumenti per la soluzione dei conflitti. Il termine si riferisce, in effetti, a un ampio spettro di posizioni, che vanno dalla specifica condanna della guerra a un approccio totalmente nonviolento alla vita. In definitiva, il pacifismo ha assunto sia fisionomie cosiddette etiche (la convinzione che la violenza sia moralmente sbagliata) e sia quelle pragmatiche (la convinzione che la violenza non sia mai efficace).

Ma tutta la storia del movimento operaio internazionale nei suoi snodi essenziali ha, sulla questione della guerra, costantemente registrato un’insanabile frattura tra i rivoluzionari, i pacifisti piccolo-borghesi e il centrismo burocratico espresso dallo stalinismo. Una rottura consumata tra chi ha ritenuto (e ritiene) che le guerre sono l’espressione della politica armata del capitale e solo una lotta per il socialismo può salvare le masse popolari da ulteriori massacri; e chi ha ritenuto (e ritiene), in nome della riforma pacifica, di contrapporsi alla guerra utilizzando la menzogna di rendere progressive e più democratiche le istituzione borghesi.

“Sfruttando l’amore naturale delle masse per la pace - riteneva Trotsky - e deviandolo dal suo proprio corso, i pacifisti piccolo-borghesi si trasformano così in sostenitori inconsci dell’imperialismo.”[1] In definitiva, tutta la storia del Novecento ha confermato le ambiguità e le contraddizioni del pacifismo nelle sue varie articolazioni teoriche e politiche.

 

L’inconciliabile politica del pacifismo con la lotta di classe.

 

La socialdemocrazia, che si è sviluppata nel decennio precedente alla prima guerra mondiale (1914-1918), fu il risultato delle condizioni oggettive maturate nell’economia capitalista e della prassi riformista che subordinò le lotte rivoluzionarie per il rovesciamento del capitalismo, alla difesa degli interessi espressi dalle sue burocrazie politiche e sindacali.

Nei partiti della II Internazionale, ingannando il proletariato, si sviluppò l’idea che la difesa nazionale derivante dal dogma della solidarietà nazionale delle classi, si poneva al di sopra della lotta di classe. Di conseguenza, il pacifismo che prese corpo nei partiti riformisti (parlamentare, sindacale, municipale, cooperativo) è stato il riflesso di una visione legalista della guerra (violazione di norme giuridiche ed etiche), con il risultato di legarsi costantemente agli interessi delle borghesie nazionali, fino a votare, nel 1914, i crediti di guerra e legittimare, in nome della difesa nazionale, la carneficina della prima guerra mondiale.

Una politica che ha determinato la dissoluzione della II Internazionale ma che, con l’emergere del centrismo quale forma più radicale del riformismo, non mutava la sua prospettiva rispetto alla guerra. La conferenza di Zimmerwald del 1915 convocata contro la prima guerra mondiale, che raccolse tutti i dissidenti della II internazionale, in nome di un internazionalismo del tutto platonico, proclamava non a caso: “No” alla guerra e “Sì” alla pace senza annessioni. Fu la piccola corrente di sinistra che si era formata al suo interno, guidata da Lenin, Trotsky e Luxemburg, che si contrappose alla guerra non in nome della pace, ma nella prospettiva della guerra civile, gettando le basi della successiva rivoluzione Russa e della costruzione della III Internazionale.

Trotsky il 12 giugno del 1940, nel corso di un incontro con alcuni militanti del Socialist Workes Party (sezione statunitense della IV Internazionale), asserì: “Noi prepariamo un nuovo terreno per rovesciare i militaristi. I pacifisti continuano a cullare gli operai per appoggiare i militaristi (…) gli obiettori di coscienza hanno accettato tutto in tempo di pace ma non vogliono accettare la guerra [2]”.

Una posizione pianamente coerente con il bolscevismo, tant’è che Lenin nel 1914 con l’articolo La situazione e i compiti dell’Internazionale socialista sostenne: “E' una pura sciocchezza una lotta disarmata contro la borghesia armata, l’illusione di distruggere il capitalismo senza un’accanita guerra civile (…) la propaganda della lotta di classe è un dovere del socialista anche nell’esercito[3]”.

Non diversamente il centrismo burocratico espresso dallo stalinismo, che proclamava in nome della concezione del “socialismo in un paese solo” il disarmo generale e la reciproca condanna dell’aggressione, si legò alle concezioni pacifiste piccolo-borghesi maturate nel riformismo e nelle correnti centriste.

Sul punto è Trotsky a scagliarsi contro la burocrazia staliniana ritenendo che “le azioni ed i discorsi della diplomazia sovietica hanno di gran lunga oltrepassato i limiti dei compromessi inevitabili, ammissibili e pratici, divenendo la fonte delle illusioni pacifiste e delle castronerie socialpatriottiche più flagranti… La difesa dell’Urss è concepibile soltanto se l’avanguardia proletaria internazionale è indipendente dalla politica della diplomazia sovietica, se essa gode di una totale libertà di smascherare i suoi metodi nazionalisti conservatori, che sono diretti contro gli interessi della rivoluzione mondiale e, con ciò, anche contro gli interessi dell’Unione Sovietica”[4].

Il pacifismo che si è espresso nelle sue varianti storiche, si è costantemente contrapposto alla politica rivoluzionaria che, usando la celebre espressione di Karl Liebknecht riteneva che “Il nemico principale del popolo è nel suo stesso Paese”.

La parola della pace non ha niente in comune con il pacifismo, qualora essa sprigioni dalle necessità delle classi sfruttate, fraternizzi queste ultime e le unisca contro gli sfruttatori. In definitiva, la concezione bolscevica di “trasformare la guerra imperialista in guerra civile” ha rappresentato il compito strategico contro la guerra dei Paesi capitalistici che, lungi dall’essere una concezione ideologica, è stata costantemente confermata dalla storia: le conseguenze della guerra franco-prussiana del 1870-71, come pure quelle della carneficina imperialista del 1914-18, hanno prodotto la Comune di Parigi, le rivoluzioni di febbraio e di ottobre in Russia, le rivoluzioni in Germania e in Austria-Ungheria, le insurrezioni in un certo numero di paesi belligeranti; la carneficina della seconda guerra mondiale ha prodotto nei decenni successivi la lotta contro il colonialismo francese con la battaglia di Algeri, le esperienze rivoluzionarie in Cina e a Cuba e la guerriglia in Vietnam.

 

Il ruolo dei comunisti nel movimento pacifista.

 

Queste esperienze sono state l’espressione inevitabile della storia e della questione di classe, e in piena continuità si sono riprodotte oggi con le guerre in Irak, prima ancora in Afganistan e nel Kossovo, le quali smentiscono clamorosamente l’ideologia di un impero indistinto e globalizzato, riproponendo nella sua attualità il ruolo ineliminabile dello stato nazionale quale gendarme del capitale.

Tanto più oggi, la globalizzazione non è rappresentabile come quadro dell’economia mondiale, ma quale effetto naturale della restaurazione capitalistica dopo la caduta del muro di Berlino, privando d’ogni base reale sia la mitologia pacifista dell’impero, che le fantasie del campismo neo-togliattiano. Si ripropone, in definitiva, la politica di terrore e barbarie dell’imperialismo, con le ingenti concentrazioni monopolistiche, le speculazioni finanziarie, il riavvio delle politiche neo-coloniali e della guerra imperialista per il saccheggio dei paesi dipendenti. Ma al di là dell’uso che il movimento pacifista ha fatto della pace (il quale anche oggi ripropone una visione legalistica ed etica della guerra senza porsi il problema della rottura con le politiche borghesi), per i comunisti conseguenti non è pensabile sviluppare una critica dall’esterno del movimento.

I marxisti rivoluzionari devono continuare a proporre l’unità sul terreno della mobilitazione per costruire il più ampio fronte possibile contro la politica guerrafondaia dell’imperialismo. Scriveva Lenin: “Lo stato d’animo delle masse a favore della pace esprime spesso un principio di protesta, di indignazione e di coscienza del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d’animo è un dovere di tutti i socialdemocratici... Chi vuole la pace democratica e duratura deve essere per la guerra civile contro i governi e contro la borghesia”[5].

Di conseguenza, sviluppare una piattaforma di “guerra alla guerra” tanto più oggi significa: denunciare gli interessi economici che gravitano intorno alle guerre imperialiste; porre il problema della proprietà delle industrie belliche attraverso la loro nazionalizzazione senza indennizzo; sviluppare in modo coerente la costruzione di un’organizzazione internazionale di opposizione alle politiche borghesi .

L’intervento dei comunisti nel movimento pacifista, oggi come ieri, non può prescindere dalla costruzione di un’egemonia alternativa che combatta apertamente l’illusioni pacifiste, poiché trarre fino in fondo le lezioni delle guerre commerciali e militari dell’ultimo decennio, significa trascendere il movimento pacifista in uno strumento di mobilitazione internazionale che si ponga il compito storico della costruzione del socialismo.

 

 

 

 



[1] Lev Trotsky, La Quarta Internazionale e la guerra, Firenze, Centro Studi Pietro Tresso, 1989.

[2] Ibidem, p. 34.

[3] Sotsial-Demokrat, n. 33, 1 novembre 1914.

[4] Lev Trotsky, Op. cit, p. 14.

[5] V.I. Lenin Opere complete, Editori riuniti – Roma 1968

Il significato storico della Costituzione del '48

Un esempio di collaborazione di classe

 

 

Claudio Mastrogiulio

 

 

 

Una breve contestualizzazione

 

Come ben si comprende, da un approccio materialistico alla questione, l’Italia repubblicana ha mantenuto legami netti e concreti con il proprio passato remoto, quello liberale, e con il passato prossimo, quello fascista. Basti pensare al fatto che il Codice Civile italiano, vale a dire l’insieme di regole che determinano i rapporti tra i singoli, è un retaggio del regime fascista. Esso fu infatti redatto per ordine di Mussolini il 16 marzo del 1942.

Oltrepassando il guado della continuità manifesta, v’è da analizzare quello, più sottile ma anche più insidioso, della continuità delle leggi borghesi rispetto ai dettami fascisti. Al contrario di quanto affermano tanti storici, politologi contigui alle istanze del potere borghese repubblicano, il fascismo non ha rappresentato un momento di rottura rispetto al passato giolittiano e liberale. Quest’approccio analitico deriva dalla storia concernente la nascita dello stesso movimento fascista. Il ventennio mussoliniano ha rappresentato una parentesi politico-economica frutto della degenerazione del liberalismo, che ne ha permesso la nascita e la crescita. Dopo il 1917 ed il grandioso avvenimento della rivoluzione russa, la classe operaia italiana aveva acquisito una radicalità tale da porsi come forza sociale in grado di sostituire al regime della cricca di sfruttatori industriali ed agrari, un governo dei lavoratori per i lavoratori. Per questa motivazione si permise, dalla sponda liberale, il proliferare di squadracce fasciste incaricate del cosiddetto lavoro sporco, quello consistente nell’intimorire la classe operaia e contadina, aggredendone puntualmente rappresentanti e devastandone in modo altrettanto cadenzato sedi e luoghi di ritrovo. Queste le motivazioni che, in senso materialistico, hanno portato alla crescita del movimento fascista. La continuità tra il grande padronato italiano e coloro che debbono essere considerati i cani da guardia del Capitale, si consolidò anche dopo la presa del potere da parte di Mussolini, cioè dopo la Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Nella prima parte del ventennio, infatti, fu possibile osservare nomi di molti esponenti liberali accoppiati agli scranni ministeriali dell’esecutivo mussoliniano. Il liberalismo aveva un solo ed unico nemico sociale da combattere: il movimento operaio e la sua rappresentanza politica.

Dopo l’omicidio Matteotti, nel 1924, i liberali furono costretti dagli eventi ma anche dallo stesso Mussolini ad uscire dal governo ed a porsi in un’opposizione tendente, sin dal primo minuto, a non lasciare eccessivo spazio di manovra a quel nemico sociale di cui la borghesia continuava a non fidarsi. Come la storia ci insegna, questo desiderio dei rappresentanti liberali italiani trovò sponda nel Partito socialista, attento ad incanalare l’humus rivoluzionario delle masse oppresse italiane in una innocua, falsa quanto deleteria “secessione sull’Aventino”. Il Pcd’I, al contrario, non ancora terminato nelle grinfie opportuniste di Togliatti, trovava in Gramsci il fautore dell’unica prospettiva realmente progressiva ed affrancatrice per le classi oppresse dal fascismo, vale a dire lo sciopero generale. Malgrado le condizioni lasciassero oggettivamente pensare ad un’insurrezione sociale generalizzata, ebbe la meglio il diktat del fronte liberal-socialista con tutte le conseguenze che conosciamo: abolizione delle organizzazioni politiche che non fossero quella fascista, abolizione dei sindacati, leggi razziali, politiche economiche antioperaie, guerra imperialistica al fianco del nazismo, milioni di morti civili, uccisioni di prigionieri politici.

 

Il passaggio da un regime ad un altro

 

Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, s’iniziò ad osservare la ramificazione del fenomeno di liberazione nazionale e di classe partigiano. Nel 1944, Togliatti, appena tornato da Mosca dove nel frattempo era divenuto uno dei più fedeli esecutori dei desiderata stalinisti, pronunciò a Salerno un discorso dalla valenza politica fondamentale. In questo discorso Togliatti sanciva l’apertura da parte del partito di cui, dopo la morte di Gramsci nel 1927, era divenuto segretario ad un’alleanza interclassista con le altre organizzazioni politiche ricostituitesi durante il governo Badoglio, mirante a cacciare definitivamente Mussolini che nel frattempo, liberato il 12 settembre 1943 sul Gran Sasso dai nazisti, aveva costituto la Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò. Ma ormai l’opposizione sociale, lo sfaldamento dell’esercito diviso nei seguaci della Rsi ed in chi s’unì ai partigiani sulle montagne, l’avanzamento nordamericano dalla Sicilia dopo la sconfitta nazifascista sul fronte di El Alamein (1942), erano fattori troppo importanti ed insopportabili per l’ormai decaduto regime fascista. La fine inconfutabile della parentesi fascista venne decretata con l’insurrezione del 25 aprile 1945 che liberò le grandi città del settentrione d’Italia.

Ora, abbattuto il fascismo, avrebbe dovuto esserci il distinguo fondamentale che connota un approccio marxista alla tattica del fronte unico, quello attraverso cui il movimento di classe partigiano doveva raggiungere l’obiettivo per il quale negli anni precedenti aveva lottato, la conquista e la trasformazione del potere borghese in un governo dei lavoratori per i lavoratori. Occorreva che Togliatti avesse un atteggiamento simile a quello di Lenin nei confronti del tentato colpo di stato del generale controrivoluzionario Kornilov durante il governo borghese di Kerensky; un atteggiamento che portò i bolscevichi a combattere ed opporsi al tentativo del generale filozarista senza tuttavia annacquare o perdere la propria autonomia politica, organizzativa e tattica, senza dimenticare il proprio ruolo di guida delle classi subalterne e soprattutto, senza cadere nel mortale errore di far la corte ai fatti venerando il governo Kerensky come il migliore possibile. Questa fu la differenza sostanziale tra il burattino di Stalin, Togliatti, e Lenin; a dimostrazione della discontinuità tra il leninismo e lo stalinismo rispetto allo straparlare della stampa borghese e di tanta parte della pseudo-intellighenzia radical chic, che vorrebbero porre rozzamente ed anacronisticamente sullo stesso piano due eventi storici totalmente in antitesi tra loro. Nel primo governo De Gasperi, Togliatti accettò per ordine di Stalin oltre che per una sua innata propensione alla gestione del potere borghese l’incarico di ministro di Grazia e Giustizia.

 

Miracoli della collaborazione di classe: un “comunista” ministro di Grazia e Giustizia

 

Una prima evidente, macroscopica conseguenza della collaborazione di classe accettata dal Pci fu la nomina a ministro di Grazia e Giustizia per Togliatti. Queste briciole, che vedremo più avanti manifestarsi sottoforma di dettato costituzionale, sono la traduzione della castrazione della forza propulsiva e rivoluzionaria del movimento di liberazione nazionale e di classe partigiano e si oggettivano, a loro volta, nella fatale dimostrazione di affidabilità dei “comunisti” rispetto ai dettami della classe dominante ricostituitasi, dopo la parentesi in camicia nera, sotto le mentite spoglie della “democrazia”. Una democrazia borghese che, soprattutto grazie all’appoggio di organizzazioni politiche che avrebbero dovuto abbatterla, riuscì ad avere il sopravvento rispetto alle istanze di reale affrancamento delle classi oppresse da qualsivoglia forma di sfruttamento, sia che si presentasse in camicia nera oppure con lo scudo crociato. Come dicevamo, la collaborazione di classe ha i suoi “miracoli” (Togliatti ministro di Grazia e Giustizia) ma ha anche il suo prezzo implacabile. Il prezzo che il proletariato italiano dovette pagare per permettere a Togliatti di poggiare le proprie terga sullo scranno ministeriale fu l’adozione, da parte del medesimo maggiordomo di Stalin di misure talmente inaccettabili che videro uno scavalcamento a sinistra, in quel dato momento, del Psi di Pertini e Nenni (non certamente due bolscevichi!) rispetto al Pci. Queste misure sono l’amnistia che porta la firma in calce del ministro “comunista” per i fascisti e la loro totale riabilitazione circa l’occupazione di incarichi pubblici; mentre tanti partigiani venivano condannati ad anni di carcere per atti di guerra commessi durante la Resistenza. La seconda misura che Togliatti decretò di suo pugno fu la ratifica, attraverso l’articolo 7 della Costituzione, dei Patti Lateranensi tra il Vaticano ed il fascismo. Fondamentale per capire la doppiezza togliattiana ed il suo asservimento a ruolo di garante delle peggiori politiche di pacificazione sociale e reazione, è la sottolineatura della natura del Trattato stipulato tra il Vaticano ed il fascismo l’11 febbraio 1929. I Patti Lateranensi sono costituiti da quattro allegati annessi che sanciscono la sovranità e l’indipendenza dello stato Vaticano e da un Concordato che invece regola i privilegi economici che lo stato italiano (prima fascista e poi repubblicano) elargisce al Vaticano; tra questi bisogna ricordare l’esenzione dal pagamento dell’Ici (tassa sugli immobili) sugli edifici di proprietà della Chiesa, il conferimento di valore civile al matrimonio religioso, il cosiddetto 8 per mille che conferisce al Vaticano miliardi di profitti provenienti dalle tasse pagate dai lavoratori italiani (il cui equivalente è utilizzato dal Vaticano per coprire e mantenere sotto silenzio gli abusi sui bambini da parte di preti cattolici), un risarcimento che lo stato italiano riconosce al Vaticano di 2 miliardi in titoli di stato per la fine del potere temporale e l’abbattimento, con la Breccia di Porta Pia, dello Stato Pontificio.   

Queste le drammatiche conseguenze che, immediatamente, la collaborazione di classe in Italia ha causato. La continuazione e la perpetrazione di queste ingiustizie, sperequazioni, disuguaglianze sociali sono poi state cristallizzate tramite il dettato costituzionale, per anni ipocritamente presentato dal Pci come una conquista dei lavoratori.

 

La posizione che i comunisti devono avere

 

Questa Carta marcatamente speculare agli interessi ed alle direttive degli accaparratori, industriali o agrari che fossero, è il concreto risultato di un accordo disciplinato tra le classi; un accordo a perdere per le classi subalterne nostrane che vedevano doppiamente svenduto il loro possibile trionfo di massa in virtù di un compromesso che avrebbe cristallizzato i privilegi di pochi e le vicissitudini economico-sociali di molti. Ovviamente questo lavoro di svendita fu permesso dalle rappresentanze (leggi Pci in primo luogo) che nel movimento partigiano ebbero un ruolo determinante circa l’annacquamento del proprio portato genuinamente rivoluzionario. Fu così che le classi dominanti, spodestate ma subito rimesse in sella dall’opportunismo dei burocrati stalinisti, poterono ricamare un abito congeniale rispetto alla prosecuzione del proprio dominio camuffandolo, anche grazie ad evidenti equilibrismi sintattici, da neutro elemento di tutela dei diritti e dei doveri del “cittadino”, soprassedendo sulle caratterizzazioni e le differenziazioni di classe che invece connotano un sistema capitalistico.

A sessant’anni dalla ratifica di quell’evento, mentre i nuovi attori del compromesso di classe (Prc, Pdci, Verdi, Sd) continuano a prestarsi al ruolo di ammortizzatori, di pompieri delle lotte sociali che inevitabilmente questo sistema economico si porta in dote; c’è chi, come il Partito di Alternativa Comunista, continua cosciente nell’opposizione a quest’ordine sociale ed economico unilateralmente imposto perché pensiamo che il reale affrancamento dei lavoratori e degli sfruttati in generale non possa trovare risposta in qualche periferico ricamo dell’ampolloso abito borghese; ma, accompagnati dagli insegnamenti che la storia ci offre, pensiamo che la vera libertà degli oppressi dalla schiavitù salariata debba avvenire attraverso l’abbattimento del sistema che tutto ciò ha permesso. Gramsci scriveva: “la storia insegna, non ci sono scolari ad ascoltarla”.

Lotte in Francia

Non è ancora finita!

 

(L'articolo che potete leggere qui sotto contiene informazioni tratte dal sito del Gsi, Gruppo socialista internazionalista, sezione francese della Lit)

 

In queste ultime settimane, la lotta di classe in Francia ha conosciuto un picco d’intensità con la mobilitazione massiccia e congiunta dei ferrovieri, degli studenti, dei lavoratori della funzione pubblica e del settore privato. Tutti lottano contro le conseguenze della politica voluta dal Medef[1] ed applicata da Nicolas Sarkozy. Dopo la sua salita al potere nello scorso mese di maggio, l’insieme della politica del governo è stata concentrata contro i diritti acquisiti dagli operai. Annunciando una volontà di “riformare” al più presto, Sarkozy ha successivamente accelerato la privatizzazione dell’università, attaccato il diretto di sciopero, rimesso in discussione la sicurezza sociale ed iniziato a distruggere il sistema pensionistico retributivo.

I lavoratori della Sncf e della Ratp si sono mobilitati per difendere il loro regime pensionistico, bersaglio di prima importanza per il governo. In effetti, l’allineamento dei regimi speciali al regime generale dei funzionari (già allineato su quello dei privati dopo la riforma Fillon del 2003) prefigura la messa in discussione dell’insieme del sistema delle pensioni nel quadro di una riforma globale delle pensioni private prevista per il 2008. Come Sarkozy stesso ha detto: “I regimi speciali non sono che l’aperitivo”.

Gli studenti si battono per fare sbarramento al completamento del processo di privatizzazione delle università. La legge Pécresse viene in effetti a portare a termine la distruzione dell’insegnamento superiore pubblico previsto dal processo di Bologne, ed applicato in Francia dal governo Jospin col nome di riforma Lmd.

Questi due attacchi, contro i regimi speciali e contro l’università pubblica, sono riforme fondamentali per il padronato. Non c'è niente in queste riforme che vada appena appena nell'interesse dei lavoratori o dei giovani. Dunque, non c’è niente da prendere ma tutto da lasciare. È l’abrogazione e il ritiro senza condizioni che bisogna imporre.

Forti della loro vittoria sul Cpe, i lavoratori ed i giovani si sono allora mobilitati con grande determinazione per far arretrare il governo. Le prime assemblee generali studentesche, il primo coordinamento, hanno da subito imposto l’unità con i lavoratori in lotta come elemento centrale della mobilitazione studentesca. Quest’unità si è realizzata il 20 novembre, giorno della prima grande manifestazione unitaria dopo l’inizio delle mobilitazioni.

Nondimeno, il governo ha finora tenuto bene. Il suo primo asso nella manica è il controllo delle direzioni sindacali attraverso delle organizzazioni politiche (Ps – Pc) che approvano la “riforma”. Il secondo è il silenzio assordante dei cosiddetti partiti di estrema sinistra in ordine alla lotta da condurre per far vincere le rivendicazioni.

La terza “riforma delle pensioni” nel 2008, già annunciata dal governo Sarkozy-Fillon, rimette in discussione i diritti acquisiti dagli operai da più di cent’anni, rimette in discussione nello stesso movimento, e a nome della “democrazia”, tutte le conquiste democratiche, calpestando ogni più piccola libertà in nome della “libertà” dei possidenti e degli sfruttatori. La riappropriazione dello sciopero, contro le burocrazie sindacali, da parte dei lavoratori e dei giovani mobilitati è una necessità vitale per il prosieguo della lotta.

 

(Traduzione dal francese di Valerio Torre).



[1] L’associazione degli industriali francesi: l’equivalente della nostra Confindustria (Ndt).

Dopo il referendum in Venezuela

Le ragioni della sconfitta di Chávez e le prospettive per i lavoratori

 

Valerio Torre

 

Contrariamente alle previsioni, e a dispetto di un’impressionante macchina organizzativa e propagandistica messa in campo, il referendum sulla riforma costituzionale fortemente voluta da Hugo Chávez è stato sconfitto.

Oltre il 50% dei venezuelani ha bocciato il testo della riforma che, nelle intenzioni del regime chavista, avrebbe dovuto modificare la costituzione “bolivariana” del 1999, da un lato accentuando ancor di più il carattere bonapartista del governo Chávez, e dall’altro confermando e rafforzando invece l’impianto costituzionale esistente che, al di là degli altisonanti proclami, non è affatto antimperialista, ma è quello di una costituzione borghese.

 

Il progetto di Chávez

 

La riforma sottomessa al voto popolare, infatti, non solo non metteva in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione, consacrandola attraverso guarentigie costituzionali (articolo 115), ma sanciva che compito dello Stato doveva essere quello di “promuovere e sviluppare” (articolo 112) forme diverse di cogestione pubblico-privato.

Eppure Chávez andava propagandando che con questa nuova costituzione si sarebbe fatto un passo avanti verso il socialismo. Il piccolo problema è che il socialismo presuppone l’eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non certo che lo Stato promuova l’impresa privata allo scopo di “ottenere una giusta distribuzione sociale della ricchezza” (articolo 299). Qualcuno dirà: ma la proposta di riforma prevedeva l’abbassamento della giornata lavorativa a 6 ore. Non è una misura “socialista” questa?

La domanda da porsi è un’altra. Come mai la borghesia non ha posto fra le ragioni a sostegno del NO questo provvedimento? Come mai non ne era spaventata? Certo che non lo era, se la diminuzione dell’orario lavorativo riguardava solo il settore pubblico, mentre per quello privato era demandata all’approvazione di una legge ordinaria! E poi, questa misura non era una novità: la Costituzione del 1999 già la prevedeva nelle identiche forme e mai in tanti anni una legge di regolamentazione è stata portata all’esame dell’Assemblea Nazionale. Ed inoltre, come mai le masse popolari hanno respinto una riforma “socialista” che prevedeva la giornata lavorativa di 6 ore se non perché hanno percepito che quello era solo il belletto di una riforma autoritaria?

La riforma, poi, non metteva in discussione la proprietà intellettuale ed i brevetti (così assicurando l’obiettivo che si poneva l’Alca), garantiva gli investimenti stranieri e rafforzava il ruolo delle “imprese miste” a proprietà pubblico-privata, in particolare nel settore dello sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, gas, ecc.).

 

L’accentuazione del carattere bonapartista del regime chavista

 

La riforma prevedeva una diminuzione dei diritti e l’aumento dell’ingerenza del governo nella vita sociale e politica del Venezuela. Ad esempio, i quorum per lo svolgimento dei vari referendum previsti dalle leggi venezuelane venivano sensibilmente ritoccati verso l’alto, rendendo così molto più difficile la partecipazione popolare. Veniva prevista la possibilità per il presidente di nominare quanti vicepresidenti si fossero resi necessari, il cui ambito di operatività era su base regionale: il che significava che si contemplava la possibilità di “commissariare” una regione il cui governatore potesse essere in contrasto col governo centrale oppure in cui il partito di maggioranza avesse perso le elezioni. La riforma disciplinava, inoltre, la possibilità di decretare Zone Militari Speciali con poteri d’urgenza per l’intervento dello Stato: mentre l’attuale costituzione impone che l’invio di truppe nazionali debba essere autorizzato dal governatore, nella bozza quest’autorizzazione era scomparsa.

Si prevedeva, ancora, la facoltà di proclamare lo stato d’emergenza senza dover rispettare – a differenza di quanto statuisce quella vigente – i “diritti umani intangibili” e la possibilità per il presidente di promuovere gli ufficiali delle forze armate in tutti i gradi e le gerarchie; e non, com’è oggi in vigore, solo a partire dal grado di colonnello.

Da ultimo, veniva introdotto un articolo che permetteva la rielezione indefinita del presidente. Ma questo criterio non si applicava ai governatori ed ai sindaci. In altri termini, avrebbe potuto utilizzarlo il solo Chávez. È evidente che questa misura era diretta non solo ai governatori espressione della destra, ma anche a quelli chavisti che si stanno dimostrando sempre più critici verso le misure fin qui adottate.

 

Come è maturata la sconfitta referendaria

 

Occorre interrogarsi seriamente sulle ragioni per cui nel referendum Chávez è stato sconfitto. Ed si deve partire da una constatazione: la sconfitta è maturata soprattutto in tante zone del paese che finora hanno incondizionatamente appoggiato Chávez, in un quadro generale per cui 3.000.000 di venezuelani che lo votarono nelle presidenziali del 2006 oggi non l’hanno fatto. Può mai questo risultato essere il prodotto della campagna elettorale portata avanti dalla destra reazionaria e golpista? Possono mai le masse popolari, quelle stesse che nel 2002 bloccarono il tentativo di golpe patrocinato dagli Usa, essere all’improvviso diventate “controrivoluzionarie”?

In realtà, il risultato referendario trova la sua spiegazione nel fatto che una crescente insoddisfazione sociale avanza nel paese; e nella consapevolezza, che via via è andata maturando in ampi settori popolari e dei lavoratori, che la riforma sottoposta al voto era fortemente autoritaria ed andava contro gli interessi delle masse.

Le masse popolari hanno progressivamente maturato, cioè, la coscienza per cui, al di là della retorica sul “socialismo del XXI secolo” il vero intento del governo era di “costituzionalizzare” un processo da tempo apertamente già in atto: il controllo e la repressione governativa sul movimento di massa. Hanno cioè compreso che la riforma costituzionale, in altri termini, costituiva l’altra faccia del progetto chavista di eliminazione di ogni forma di dissenso.

Così è stato, ad esempio, con la formazione del Psuv (Partito Socialista Unico del Venezuela) in cui debbono confluire tutte le organizzazioni politiche e sindacali di sinistra. L’opposizione ai disegni governativi si è manifestata con la netta contrarietà di correnti organizzate politiche e sindacali – subito bollate come “controrivoluzionarie” dallo stesso Chávez – a sciogliersi nel Psuv (che viene coscientemente visto come uno strumento di controllo di massa) e in una forte ondata di scioperi e lotte per i salari, le condizioni di lavoro e la conclusione dei contratti collettivi che da tempo non vengono rinnovati. Tali manifestazioni sono state totalmente occultate sia dai media governativi, sia dalla stampa “democratica” anche europea, che subisce il “fascino” del chavismo, e duramente represse dalle forze armate di Chávez.

 

… e adesso?

 

È ovvio che la polarizzazione tipica dello strumento referendario ha avuto come conseguenza che sul NO alla riforma costituzionale siano confluiti anche i voti della destra golpista ed eterodiretta dagli Usa. Ma ciò non toglie che una consistente fetta dell’opposizione ad una riforma – che prevedeva di rafforzare il carattere borghese dello stato venezuelano accentuando il carattere bonapartista del governo fornendolo di strumenti “costituzionali” per reprimere e controllare il movimento di massa – sia stata quella operaia e popolare che, soprattutto in questi ultimi mesi, è ripetutamente scesa in piazza per manifestare contro la politica del governo Chávez.

Ora che Chávez ha incassato l’inattesa sconfitta, in Venezuela si apre una nuova fase: il risultato referendario rappresenta per le masse popolari un indubbio risultato positivo. Tuttavia, la loro prospettiva non è e non può essere quella di restare invischiate in un’esperienza nazionalista borghese, qual è quella chavista, e nella ragnatela che essa ha tessuto e continua a tessere con l’imperialismo capitalista. I lavoratori dovranno – nel momento in cui, forti dell’acquisito risultato referendario, oseranno scontrarsi frontalmente con lo stesso Chávez – comprendere i limiti insuperabili delle politiche di compromesso contrapponendovi la costruzione di un forte partito operaio rivoluzionario indipendente che costituisca l’avanguardia operaia rivoluzionaria su cui, a partire dal Venezuela, costruire l’unità socialista dell’America Latina.

 

Guerra all’imperialismo, pace per i popoli del Medio Oriente!

Le malefatte dell’imperialismo Usa in Turchia ed in Kurdistan

 

Ozgur Altun*

 

L’esercito turco ha eseguito una serie di durissimi attacchi aerei contro le basi del Pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan, fuorilegge) situate nel nord Iraq. Il conflitto tra l’esercito turco ed i guerriglieri dura da circa trenta anni. Nel 1984 il Pkk dichiarò lo stato di guerriglia contro la Turchia per la liberazione del Kurdistan.

Ad ora sono morte circa 30.000 persone, curdi soprattutto; dopo essere stato catturato e condannato alla pena di morte Abdullah Ocalan, leader e fondatore del Pkk ex stalinista ed ora partito nazionalista, dichiarò il cessate il fuoco. Durante questa tregua i guerriglieri curdi occuparono il nord dell’Iraq attendendo gli sviluppi di una possibile pace, ma il governo turco non fece niente per risolvere il problema.

Fino agli inizi degli anni novanta il Pkk chiedeva l’indipendenza dalla Turchia ed il suo obiettivo era l’edificazione di uno stato socialista. Dopo il crollo dell’Urss abbandonò il programma socialista ed ora le richieste si limitano ai diritti culturali (poter insegnare in curdo, avere una stampa curda, ecc…) e all’autonomia; richieste che la Turchia ignora puntualmente.

 

La Turchia è contraria al piano Usa di spartizione dell’Iraq

 

Quella dei curdi è una vasta comunità che vive in quattro nazioni diverse a causa della spartizione fatta dalle forze imperialiste dopo la disfatta dell’impero ottomano (avvenuta nel 1923). Il Pkk è stato fondato nel 1978 e, grazie alla guerriglia, ottenne un grande consenso tra la popolazione curda; ora ha dei gruppi di militanti in Iran, in Siria ed in Iraq. Dopo l’invasione dello Iraq, il Pkk ha ottenuto una zona nella quale poter addestrare i guerriglieri e dove ormai vivono tremila persone. Durante il cessate il fuoco, insieme ad altri partiti, chiese l’amnistia per tutti i propri membri e simpatizzanti sia in Turchia sia all’estero. Loro, in cambio, avrebbero deposto le armi ed avrebbero partecipato alla vita politica turca da partito riconosciuto. Per questo Ocalan, dopo il suo arresto, evidenziò l’importanza di raggiungere i diritti per i curdi attraverso la “diplomazia” piuttosto che con la lotta armata. La forza militare turca, per tutta risposta, si abbatté ancora più duramente sul Pkk. I media turchi ed i partiti politici aumentarono il loro atteggiamento di rifiuto al dialogo e cosi spinsero i guerriglieri a porre fine al cessate il fuoco: la guerra iniziò nuovamente.

Un altro elemento da considerare per capire la questione curda è l’ascesa al potere di Barzani (leader del Kdp – Partito democratico del Kurdistan) e Talabani (leader dell’Upk, il partito nazionalista curdo). Grazie al loro collaborazionismo con l’imperialismo americano hanno assunto importanti ruoli in Iraq divenendo rispettivamente capo del Governo Autonomo Curdo (ovvero il governo fantoccio del nord Iraq) e presidente dell’Iraq.

I leader del Pkk provarono ad ottenere dei vantaggi dal crescente potere curdo in Iraq: ad esempio il Pejak, organizzazione iraniana del Pkk, attaccò delle truppe iraniane e chiese armi agli Stati Uniti per intensificare gli attacchi. Dall’invasione in Iraq ad ora, il Pkk non ha organizzato nessuna azione contro l’imperialismo. I loro leader hanno più volte teorizzato l’uso della diplomazia con l’imperialismo per la liberazione nazionale e, in conseguenza di questo, gli Stati Uniti non hanno permesso alla Turchia di attaccare il Pkk sui confini irakeni per molto tempo. Tuttavia il 5 novembre Erdogan, primo ministro turco, andò negli Usa per incontrare Bush che ha concesso il permesso di attaccare il monte Kandil, roccaforte del Pkk. La Turchia, infatti, non appoggia Barzani in nord Iraq e rifiuta il piano statunitense di divisione in tre parti dell’Iraq con la nascita di un Kurdistan libero. Cosi, dopo il meeting di novembre, Bush ed Erdogan presero nuove disposizioni sul Pkk, i curdi e Barzani. Gli Usa decisero di supportare la Turchia contro la guerriglia curda.

In Turchia c’è un partito politico curdo legale, il Dtp (partito della società democratica) che ha ventiquattro parlamentari nell’assemblea nazionale e molti sindaci in città curde, soprattutto nella regione di Diyarbakir (sud-est della Turchia). Il piano concordato tra Turchia e Usa è quello della liquidazione del Pkk come forza di resistenza e l’asse principale consiste nel forzare i curdi a seguire Barzani che, infatti, sta guadagnando molti consensi tra i curdi che vivono in Turchia. L’imperialismo vuole avere il Pkk sotto controllo ed usare la sua guerriglia contro l’Iran.

 

Che fare?

 

I curdi sono uno dei popoli più oppressi dell’Asia centrale e dalla nascita della stato Turco i loro diritti sono stati sempre ignorati. Molte volte i curdi si sono ribellati, ma l’esercito è sempre riuscito a reprimere le rivolte, costringendo all’esilio numerose famiglie. Di nuovo oggi si sta compiendo una campagna nazionalista contro il movimento curdo e la sua organizzazione. In questa situazione la principale strategia del Devrim Isci, sezione turca della Lit-ci, è quella di denunciare l’oppressione dei curdi e le politiche imperialiste degli Stati Uniti. La nostra battaglia prioritaria è quella contro il nazionalismo turco e le sue derive fasciste. Rispettiamo il diritto d’autodeterminazione del popolo curdo, ma insistiamo anche nel dire che nessuna liberazione è possibile in collaborazione con l’imperialismo; chiamiamo la dirigenza curda a rompere con l’imperialismo abbandonando ogni illusione “diplomatica” alla fine dell’oppressione. Il nostro obiettivo politico è quello di costruire una classe lavoratrice internazionalista ed unire le battaglie dei popoli di tutta l’Asia centrale contro il suo sfruttatore: l’imperialismo. (traduzione di Luigi Dellisanti)

 

*dirigente della sezione turca della Lit

Bari: l'idea di "sviluppo" nella terra di Vendola...

Licenziati 50 lavoratori all’Ikea

 

Pasquale Gorgoglione

 

Con un avviso nella bacheca aziendale la direzione dell’Ikea comunica ai lavoratori con contratto in scadenza che non saranno più rinnovati (dai 50 agli 80 lavoratori e lavoratrici). In una successiva conferenza stampa, la direzione puntualizza che non ritiene raggiunti gli obiettivi di profitto del primo anno di vita della megastruttura barese. Inoltre l’azienda, senza alcun velo di pudore, rivendica il fatto che tutti gli accordi presi con le istituzioni sono stati rispettati, con particolare riferimento alle modalità di accesso ai fondi erogati dalla regione per la formazione.

Come denunciato da alcune giovani lavoratrici nel nutrito sit-in di protesta svoltosi la mattina del 5 gennaio, il cosiddetto “percorso formativo” a spese della regione prevede 3 mesi di corsi e apprendistato non retribuiti in centri situati nel nord Italia, 5 mesi da stagisti a Bari in cui le giovani hanno dovuto effettuare mansioni non previste dal contratto e in precarie condizioni di sicurezza, e dulcis in fundo, il licenziamento! Sì, perchè il ciclo “formativo” si rigeneri con altri giovani da sfruttare e mettere alla porta. Infatti, sebbene la direzione parli, con incredibile arroganza, di “naturale scadenza” dei contratti, si tratta di veri e propri licenziamenti (a scopo fraudolento) alla luce del fatto che si preparano nuove assunzioni di giovani, ovviamente da formare.

La multinazionale ha potuto contare su un rapporto privilegiato con le istituzioni che consisteva in agevolazioni enormi per la multinazionale. Ha usufruito di consistenti contributi pubblici, di percorsi preferenziali per la realizzazione di opere pubbliche (viabilità, parcheggi, trenini, varianti al prg, ecc). L’amministrazione comunale, che vede il Prc e tutta la “sinistra radicale” in maggioranza a sostenere il futuro segretario regionale del Pd Michele Emiliano, si dimostra attiva a fare regali al padronato non meno della Regione. Con queste premesse il colosso svedese sta realizzando utili da favola che vorrebbe negare per giustificare gli esuberi; ma ogni barese sa che le strade in prossimità del megastore sono di frequente bloccate dal traffico di clienti e sa che questa è una menzogna.

La vicenda mostra chiaramente con quale spregiudicatezza la multinazionale svedese dispone della vita di giovani lavoratori per accrescere i guadagni e che tutto sia in piena sintonia con le politiche riformiste del governatore Vendola (che, per la comprovata capacità a gestire gli affari della borghesia, viene accreditato come futuro leader della nascente Sinistra Arcobaleno). I giovani vengono dapprima sedotti dalla speranza di un posto di lavoro in una grande e azienda, poi vengono costretti a vivere un anno di stenti - durante i mesi del percorso formativo retribuiti il salario si aggira intorno ai 500 euro - infine liquidati dopo aver perso un anno nell’illusione di poter realizzare un giorno il proprio progetto di vita.

È il volto cupo della precarietà. È la cronaca di quello che succede, secondo varie modalità, nelle numerose aziende pugliesi che ricevono i milioni di euro di Vendola per concretare un’aberrante idea di sviluppo, in cui a crescere sono solo la povertà e l’instabilità sociale delle persone, da un lato, e il profitto del padronato, dall’altro. Non solo non si crea lavoro dignitoso per i giovani ma, con politiche che favoriscono la grande distribuzione, si sta provocando il fallimento di numerosi piccoli commercianti (ai primi di gennaio un commerciante barese si è dato fuoco perchè sopraffatto dai debiti).

Oggi la lotta alla precarietà e alla precarizzazione in Puglia passa attraverso l’opposizione al centrosinistra e alla giunta Vendola. Il Partito di Alternativa Comunista è l’unica forza che chiama i lavoratori Ikea allo sciopero per la assunzione a tempo indeterminato sia dei licenziati che di coloro i quali hanno contratto precario; che chiede il ritiro di tutti i finanziamenti pubblici alle imprese per l’istituzione di un vero reddito sociale che sconfigga la precarietà; che lavora sul territorio per offrire alle lotte dei precari il coordinamento e la coesione di cui necessitano. C’è bisogno di dare uno sbocco alle tante mobilitazioni che stanno sorgendo spontaneamente su tutto il territorio pugliese.

 

Prima precari, poi licenziati e ora disoccupati

Intervista a Francesco Calderoni, ex lavorato XCos

 

a cura della sezione del PdAC di Roma

 

Qualche mese fa Francesco ci ha raccontato la sua storia, una storia di precariato, di esternalizzazioni, di licenziamenti; una condizione comune a tanti lavoratori che per essere risolta ha necessità della solidarietà di classe e di unità nella lotta. Per questo abbiamo deciso di megafonarla attraverso gli strumenti del nostro partito, il sito web ed il giornale.

 

Francesco, quando ha avuto inizio la vostra vicenda?

 

La mia disavventura e quella dei miei 35 colleghi ha avuto inizio nel dicembre 2004, cioè quando Aci Informatica - società per cui lavoravamo in appalto da svariati anni tramite altre società - decise di indire una gara pubblica di appalto per ‘esternalizzare’ il servizio da noi svolto.

 

Quali erano le vostre mansioni?

 

Ci occupavamo dell’assistenza ai Pra (Pubblico Registro Automobilistico), alle Delegazioni Aci, e alle agenzie di pratiche auto che utilizzano i software Aci Informatica, e anche della riscossione in via telematica delle tasse automobilistiche.

 

Come andò la gara d’appalto?

 

La gara includeva, tra i requisiti, l’obbligo da parte della società vincitrice di assumere a tempo indeterminato le unità che già facevano parte del servizio di assistenza; clausola questa che ci avrebbe dovuto garantire la possibilità di mantenere un posto di lavoro “sicuro” all’interno di una importante azienda del settore in cui operavamo. La gara fu vinta dalla Cos Communication Services facente capo all’industriale Alberto Tripi (Finsiel, Almaviva, lo stesso imprenditore di Atesia). Fummo assunti a tempo indeterminato (come previsto dalla clausola di salvaguardia della gara d’appalto) e fummo costretti a licenziarci dalle società per cui lavoravamo. Ma la Cos ci assunse tramite una società controllata, tale Xcos srl che si sarebbe poi  rivelata un contenitore vuoto più che una società vera e propria, visto, ad esempio, che al momento dell’assunzione non aveva al suo interno nessun dipendente.

 

Poi cosa successe?

 

Avevamo molti dubbi, dovuti proprio al fatto che saremmo stati assunti attraverso una Srl sconosciuta, e con il senno di poi posso dire che quei dubbi erano più che fondati perché, guarda caso, dopo appena 11 mesi la Cos  risolse l’appalto con Aci, mise in liquidazione la società Xcos e avviò contemporaneamente le procedure di licenziamento collettivo dei dipendenti: alla faccia della clausola di salvaguardia del personale! La motivazione ufficiale data dall’azienda fu che la commessa non consentiva alla stessa azienda margini di guadagno accettabili.

Tutto questo per noi ha significato vedersi togliere da un giorno all’altro quel lavoro che per molti di noi, dopo anni di precariato, era diventato “stabile” e trovarsi costretti a ripartire da zero, nemmeno da precari, ma da disoccupati: e, forse non sarà un caso, quel lavoro adesso è di nuovo svolto da lavoratori atipici. Per noi è avvenuta la “precarizzazione degli stabilizzati”.

 

Cosa avete fatto dopo il licenziamento?

 

Ci siamo mobilitati, abbiamo impugnato il licenziamento e fatto ricorso con urgenza (ex art. 700) chiedendo la reintegrazione, ma il ricorso è stato respinto. Quindi siamo andati avanti con la causa ordinaria, ed il 31 Gennaio prossimo ci sarà la prima udienza. Costituiti in comitato di lavoratori ex Xcos continueremo a chiedere la reintegrazione in Aci Informatica. Vogliamo coinvolgere in questa nostra lotta altri comitati di lavoratori stabili e precari oltre al sindacalismo di classe e chiunque vorrà sostenerci. Per questo abbiamo lanciato un appello e per il giorno della prima udienza stiamo organizzando un sit-in presso il tribunale: ci serve la solidarietà e la presenza fisica di un buon numero di persone per il 31 gennaio.

 

Qual è la attuale situazione lavorativa tua e dei tuoi ex colleghi?

 

Soltanto un paio dei miei ex colleghi nel corso di questi due anni sono riusciti a trovare un nuovo lavoro. Per la maggior parte di noi è ricominciato il calvario della precarietà /disoccupazione: contratti a termine, contratti a progetto, etc. Purtroppo le attuali leggi sul lavoro fanno si che i padroni abbiano sempre il coltello dalla parte del manico e si tratta di un coltello ben affilato: quello che è accaduto a noi, che in teoria avremmo dovuto essere tutelati da un contratto a tempo indeterminato, ne è la dimostrazione. Ed è la diretta conseguenza delle leggi che precarizzano il lavoro, come la legge Turco-Napolitano e la legge 30, confermate ampiamente dall’attuale governo, che consentono ai datori di lavoro di trattare i lavoratori come carne da macello.

 

 

 

Lotte e mobilitazioni

 

a cura di Michele Rizzi

 

Gaza

Inizio anno all’insegna della ripresa delle azioni terroristiche dell’esercito israeliano contro i palestinesi. Infatti, sono già una decina gli assassini effettuati da unità scelte, carri armati ed elicotteri dell’esercito israeliano nella zona di Khan Younis, a sud di Gaza. A Nablus, invece, nei territori occupati della West Bank, è stato attaccato il centro storico con centinaia di feriti. In altre località della Cisgiordania sono stati rapiti altri ventisette militanti palestinesi, nonostante il servilismo del Presidente Abu Mazhen.

 

Cusano Milanino (MI)

Mobilitazione operaia anche alla Comedil, società del gruppo statunitense Terex che si occupa della produzione di gru per cantieri. Una sessantina di operai sono in sciopero per il licenziamento di 5 lavoratori interinali, assunti e poi scaricati per far fronte all’esaurimento delle commesse.

 

Torino

Dalle Rsu/Rsa della Comdata Spa, società che ha acquisito il ramo di Vodafone Spa e 914 lavoratori delle sedi di Torino, Ivrea, Scarmagno, Asti, La Spezia e Olbia, ci viene segnalata la rottura della trattativa che avrebbe previsto la distribuzione di parte degli utili ai lavoratori, i passaggi inquadramentali e i buoni pasto per il lavoratori. La direzione aziendale, che al momento dell’acquisizione del ramo Vodafone aveva offerto “rassicurazioni” alle rappresentanze dei lavoratori su questi minimi diritti, adesso fa marcia indietro, ritenendo queste "richieste onerose" e facendo intendere che "non c'è torta da dividere". Comdata e l'Unione Industriali di Torino, dichiarando di non avere intenzione di "trattare con le Rsu", hanno chiuso il dialogo con la delegazione sindacale, rinnegandone la loro rappresentatività. I lavoratori, costretti a vivere con 900 euro al mese, sono in stato di agitazione. Altro bell’esempio di cessione di ramo d’azienda. Chi ci rimette è sempre il lavoratore.

 

Pomigliano d’Arco (NA)

Ennesimo licenziamento politico alla Fiat Alfa Romeo, dove la scure di Marchionne questa volta si abbatte su Vittorio Granillo, noto attivista sindacale partenopeo dello Slai Cobas, a cui va tutta la solidarietà del Partito di Alternativa comunista. Infatti, con un telegramma di messa in mobilità forzata, inviato alla fine del 31 dicembre, la direzione cacciava brutalmente l’esponente sindacale. Il tutto si lega alla repressione aziendale degli ultimi mesi già nota per aver colpito altri attivisti sindacali della Fiat di Melfi e di Mirafiori.

 

Napoli

Altri licenziamenti a Napoli per “cessazione della produzione”, questa volta alla Kss di Arzano che coinvolge un centinaio di operai che, mentre si recavano al lavoro, hanno trovato un presidio di forze dell'ordine ai cancelli dell’azienda ed un grande cartello con la scritta “chiuso per cessazione della produzione”. Qui si producevano cinture di sicurezza per la Fiat auto e l'Alfa Romeo. Pare, come afferma un comunicato stampa dello Slai Cobas di Napoli, che “la chiusura dell'azienda sia una delle conseguenze del piano Marchionne che prevede per il 2008 un calo della produzione di auto di oltre il 30 per cento, con conseguenze su tutto l'indotto e le terziarizzate. Questi licenziamenti si aggiungono ai 94 interinali che hanno già perso il loro posto di lavoro”.

 

Palermo

In un clima di forte speculazione edilizia in quel di Palermo, continua l'occupazione di Palazzo La Rosa, immobile ristrutturato dal comune con un una spesa di ben 692 mila euro e rimasto da sempre inutilizzato. Il Comitato di lotta per la casa 12 luglio l’ha occupato, dopo 14 giorni di assemblea permanente a Palazzo delle Aquile da parte di 34 famiglie. Il quartiere dove è ubicato il palazzo comunale è il Kalsa, quartiere che la speculazione vuole trasformare in una "vetrina", cacciando i residenti storici e facendo affari d’oro. Contro la politica degli sfratti, il Comitato “rivendica la riappropriazione di tutti quegli stabili già esistenti in città, di proprietà comunale o statale, compresi quelli confiscati alla mafia e il recupero del centro storico a scopo abitativo da destinare agli abitanti più poveri del quartiere”.

 

La lotta dei precari di Alitalia Servizi

La lotta paga!

Intervista a Mikaela Petrocchi, lavoratrice di Alitalia Servizi

 

a cura di Andrea Spadoni

 

È ospite del nostro giornale Mikaela Petrocchi, lavoratrice trentenne di Alitalia Servizi, il “lato oscuro” dell’Alitalia, da quando da questa è stato scorporato circa il 50% dei dipendenti. Alitalia Servizi riunisce le attività di terra: amministrazione, informatica, scalo, manutenzione, contabilità, sanità e altro. Giovane, ma già molto attiva in campo sindacale.

 

Vuoi raccontarci qualcosa di te?

Ho iniziato a lavorare in Alitalia nel ‘97 con contratti precari mentre ancora frequentavo l’università, senza pensare, allora, che questo sarebbe diventato il lavoro della mia vita. All’epoca il nome dell’Alitalia, Compagnia di Bandiera, suscitava per me certo fascino, per il suo prestigio, per l’ambito in cui operava. Ma era già iniziata la crisi attraversata dalla mancata fusione con Klm, dall’attentato alle Torri Gemelle e da altre vicende meno note. Quello che mi aspettavo da quest’azienda, dopo anni di precariato, non è invece arrivato. È a quel punto che è iniziata la mia e la nostra lotta, la lotta dei precari del call center.

 

Questa vertenza, se non sbaglio, è stata la prima vera lotta di precari in Alitalia.

 

Il call center era storicamente uno dei punti di ingresso per lavorare nella compagnia, un settore in cui si sviluppavano la professionalità e lo spirito di corpo delle giovani e dei giovani, per passare con contratto stabile ad altri settori più qualificati e avviarsi nella carriera aziendale. Con la crisi, ci siamo invece ritrovate in un ghetto senza via d’uscita e il precariato, da condizione transitoria, diveniva costante. In più, nel 2001, l’azienda decide di esternalizzare il call center e crea ad hoc una società (partecipata al 40% da Alitalia), a Palermo, con il famigerato Tripi (COS e Atesia): dopo il precariato, l’espulsione dall’azienda! La rabbia spinse le lavoratrici e i lavoratori ad organizzarsi in un comitato con l’obiettivo di un contratto stabile e del mantenimento del settore in Alitalia.

 

Perché formare un comitato, invece di inserirsi nella più generale vertenza aziendale?

Innanzitutto, perché i sindacati, e mi riferisco a Cgil, Cisl, Uil e al Sulta, oggi Sdl, non si sono mai neanche affacciati al call center ignorando il nostro settore e il nostro precariato. Si sono “accorti” di noi solo quando abbiamo iniziato a farci sentire, a fare scandalo, anche in riferimento all’immagine dell’azienda. Giovani qualificati sfruttati per anni da un’azienda di Stato con uno stipendio di 650 € al mese, del tutto e volutamente trascurati dai sindacati riconosciuti, tagliati fuori da ogni vertenza. A quel punto, a turno, hanno tutti cercato di cooptare quelle di noi più attive, ma ed è stato subito chiaro che avevano il solo scopo di governare e sgonfiare la nostra lotta e, vista la spiccata autonomia del comitato, ci hanno abbandonate al nostro destino.

 

Per quale motivo vi siete opposte al reclutamento da parte dei sindacati concertativi e burocratizzati?

Perché sono loro i primi responsabili della nostra condizione forse anche più dell’azienda, a causa della loro assoluta connivenza con quest’ultima. La corretta individuazione del ruolo svolto da questi sindacati è stato il primo atto, diciamo così, politico del nostro comitato: pari responsabilità a chi sfrutta il lavoro precario e a chi lo avalla, forte dell’accreditamento da parte dell’azienda, invece di controllare o mitigare il fenomeno. Così il nostro comitato si è inserito nella vertenza generale, da subito in posizione fortemente critica verso la privatizzazione e le esternalizzazioni, entrando in contatto con la Cub Trasporti, unica organizzazione sindacale ad opporsi alla vendita dell’azienda, unica, per scelta strategica e politica, a rifiutare l’ottenimento dei diritti sindacali tramite la supina, ma più spesso interessata, accettazione della volontà aziendale. Tramite il loro sostegno sindacale e politico siamo riuscite a sviluppare la nostra vertenza e a portarla all’attenzione delle istituzioni locali.

 

E oggi? A che punto è la vostra vertenza?

Il primo risultato è stata la stabilizzazione di 50 precarie su 200, e oggi, dopo un ampliamento di personale del call center, siamo arrivati oltre al 40% di fissi, sempre pochi, ma un ottimo punto di partenza, anche perché il comitato si è sciolto per confluire nella Cub Trasporti, ma il consenso e l’attenzione tra le lavoratrici e i lavoratori del call center rimangono alti. Nelle recenti elezioni per le Rsu, una grossa fetta del consenso ottenuto dalla Cub è venuta proprio da questo settore e, in particolare, dai precari.

 

Hai accennato alle elezioni Rsu a Magliana, in Alitalia Servizi…

Dopo anni di lotte contro la frammentazione e la vendita di Alitalia, è chiaro come sia governi di centrodestra che di centrosinistra avallino la privatizzazione del trasporto aereo. Abbiamo perciò deciso di istituire le Rsu qui a Magliana, perché questi sono i settori destinati ad essere venduti per primi. Proprio qui abbiamo avvertito la necessità di avere un maggiore spazio di intervento, anche attraverso il processo democratico delle Rsu, essendo il nostro sindacato l’unico ad opporsi a questo disastro. Abbiamo dovuto superare due grossi ostacoli. Da una parte gli altri sindacati si sono ben guardati dal partecipare, anzi ci hanno boicottato, non volendo rinunciare alle decine di distacchi sindacali concessi “magnanimamente” dall’azienda, per accontentarsi delle poche ore mensili spettanti all’Rsu. Dall’altra, l’azienda si è rifiutata di collaborare e ci ha costretto a rivolgerci al tribunale, che ci ha dato piena ragione. Siamo così arrivati alle votazioni, e nonostante il costante ostruzionismo aziendale, abbiamo ottenuto il consenso del 57% (su un migliaio di lavoratori). Le lavoratrici e i lavoratori hanno ormai ben chiari i termini della vicenda Alitalia e il fatto che Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Sdl hanno avallato, con decine di accordi e piani firmati, il passaggio ai privati, cosa che crea grande ansia e agitazione, sia per chi è precario, sia per chi, ancora lontano dalla pensione, rischia di ritrovarsi senza stipendio e senza alternative.

 

La lotta da voi avviata nel settore del call center, ha poi avuto ulteriori sviluppi in altri settori?

La Cub Trasporti ha denunciato all’Ispettorato del Lavoro la presenza in Alitalia e Alitalia Servizi di circa 400 lavoratori co.co.pro. irregolari, ossia utilizzati come subordinati. A seguito dell’inchiesta così scaturita e in via di conclusione, sono emersi gravissimi illeciti e l’azienda ha ricevuto avviso di sanzioni di milioni di Euro per evasione contributiva e fiscale, mentre questi lavoratori hanno di fatto acquisito il diritto alla stabilizzazione e al risarcimento economico del danno ricevuto, tant’è vero che ad alcuni di loro è stata proposta l’assunzione in cambio della firma di una liberatoria ai limiti della legalità e della decenza. La vicenda è ancora in corso, nel frattempo i co.co.pro. hanno formato un comitato assistito e sostenuto dalla Cub. Più vivace la situazione allo Scalo di Fiumicino, dove, questa volta in Alitalia Airport, la presenza di precari (stagionali) arriva anche all’80% della forza impiegata nei check-in, nell’assistenza in pista agli aeromobili e nella movimentazione bagagli. Stanchi di anni di stagioni (della durata di 11 mesi…) e disillusi delle false promesse sindacali, questi stagionali con il nostro supporto hanno costituito un comitato, hanno sconfessato (anche con dimissioni massicce) le burocrazie sindacali e hanno avviato una forte mobilitazione. Hanno partecipato in massa allo sciopero del 9 novembre scorso: tutti i precari hanno lasciato il posto di lavoro creando il panico in aeroporto e spiazzando completamente l’azienda che, sottovalutando la loro determinazione, non aveva pubblicato le “comandate” per garantire i servizi minimi, pur avendone l’obbligo per legge. Davanti a questa determinazione, ancora una volta le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl, Uil, Sdl hanno tradito i lavoratori e hanno firmato in fretta e furia, nella speranza di sgonfiare la protesta, un accordo vergognoso con l’azienda che prevede, per gli stagionali più anziani, un contratto di… apprendistato.

 

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