Partito di Alternativa Comunista

Questione ambientale e lotta di classe

Alberto cacciatore

Con gli anni Novanta si avvia la privatizzazione dei servizi pubblici di gestione dell’acqua, dell’energia elettrica, del gas e del ciclo dei rifiuti. La ricerca del massimo profitto da parte delle aziende privatizzate innesca da subito mobilitazioni e lotte dei comitati popolari e dei lavoratori dei settori privatizzati, che denunciano l’aumento delle tariffe, le disfunzioni nella erogazione dei servizi, l’abbattimento delle garanzie di salubrità nella produzione di energia, il degrado della qualità dell’acqua, l’aumento dell’inquinamento nel ciclo di recupero e gestione dei rifiuti urbani e la perdita di garanzie e diritti per gli operatori in seguito all’introduzione di rapporti contrattuali di tipo privatistico. La maggior parte delle lotte di questi movimenti è sotto la direzione, oltre che delle associazioni ambientaliste, anche dei partiti della cosiddetta sinistra radicale che, con spregiudicatezza e cinismo opportunista, giocano il doppio ruolo di animatori e organizzatori delle lotte e di controparte istituzionale delle stesse popolazioni in lotta. Casi emblematici sono quelli dei movimenti contro la privatizzazione dell’acqua, l’incenerimento dei rifiuti, l’installazione di impianti eolici, la realizzazione di rigassificatori e centrali a carbone che si trovano a contrastare le scelte dei loro stessi amministratori.
In questi casi si vedono all’opera le migliori intelligenze tecnocratiche − espresse da un certo ambientalismo borghese, fautore di uno sviluppo sostenibile e compatibile con il sistema di produzione capitalistico − che si candidano a sostenere e implementare l’uso delle cosiddette energie e/o produzioni alternative in grado di permettere a un sistema produttivo, in sè distruttivo dell’ambiente ed energivoro, la sua riconversione in tecnologie che, o lasciano inalterata la possibilità di realizzare profitti, o ne assicurano la realizzabilità di maggiori. Parliamo del cosiddetto ecobusinnes (eolico, termocombustione, solare, ecc).
Non contenti, questi settori dell’ambientalismo si propongono agli amministratori quali migliori esperti nell’applicazione del cosiddetto “consenso informato”: “se siamo noi di Legambiente e Wwf che vi diciamo che questi impianti e queste tecnologie sono ecologiche e rispettose dell’ambiente, ci dovete credere”.
Le mobilitazioni delle popolazioni sui territori contro l’alta velocità, i corridoi autostradali, le speculazioni urbanistiche, i porti turistici ecc vedono amministrazioni di centrosinistra e partiti "verdi" e della sinistra "antagonista" dall’altra parte della barricata. Infatti, proprio queste forze hanno proposto, a livello di governo nazionale e di governi locali, politiche di deregolamentazione con il superamento di vincoli ambientali, i patti territoriali, piani regolatori delle grandi città sovradimensionati in cubature per rispondere agli interessi degli speculatori del mattone. Le lotte in difesa dei territori, della salute, della qualità dell’aria, delle acque e del diritto a servizi essenziali a costi contenuti manifestano lo svilupparsi di una coscienza, seppur allo stato spontaneo, delle contraddizioni tra il soddisfacimento dei più elementari bisogni delle masse popolari e un sistema economico alla conquista di nuovi spazi di mercato garantiti dalla gestione privata della produzione, dei servizi e dello sfruttamento delle risorse naturali.

La prospettiva socialista e gli obiettivi immediati

L’intervento dei comunisti in queste lotte deve essere caratterizzato da una proposta programmatica generale e una immediata e di fase, che mostri alle popolazioni in lotta che è una pericolosa illusione affidarsi alle direzioni riformiste-verdi o pseudo-antagoniste: ogni aspettativa e richiesta non potrà trovare soddisfazione perché incompatibile con la corresponsabilizzazione di queste forze politiche nella gestione e concertazione a livello locale delle politiche liberiste dei governi nazionali. Il nostro lavoro di agitazione e propaganda dovrà consistere, a partite dalle lotte di resistenza e opposizione sui territori, nell’indicare obiettivi immediati e transitori che possono spostare in avanti i rapporti di forza, attivare il protagonismo di massa, far crescere la consapevolezza collettiva, costruire gli strumenti dell’autoorganizzazione e della democrazia proletaria, embrioni di un possibile contropotere a fronte degli apparati del dominio borghese. Un sistema di rivendicazioni in grado di costruire un ponte tra la coscienza data delle masse e la comprensione da parte loro della necessità dell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, della rottura dell’apparato statale borghese e la conquista del potere politico da parte dei lavoratori quale condizione necessaria per un’economia democraticamente pianificata, nella quale la proprietà sociale delle condizioni e delle forze produttive stabilisca “dove, cosa, come, quanto e per chi produrre”, realizzando un uso cosciente e razionale delle risorse naturali.

La centralità della classe operaia

La classe operaia è il soggetto centrale di una tale prospettiva, perché è collocata al centro del processo produttivo capitalistico, ne può bloccare il funzionamento e organizzare la produzione su basi differenti. I lavoratori nelle fabbriche sono quotidianamente esposti ad agenti nocivi, tossici, cancerogeni ecc, per i quali la medicina dei padroni ha stabilito valori minimi di assorbimento al di sotto dei quali sostanze mortali divengono innocue per l’organismo del lavoratore. Tali valori minimi − che si ritengono validi anche nella definizione dei limiti di emissione di sostanze nocive nelle acque, nell’aria e nel suolo − non hanno alcuna validità scientifica, ma registrano i rapporti di forza tra i lavoratori che rivendicano il diritto alla salute e la disponibilità da parte dei padroni a riconoscerlo compatibilmente alla realizzazione del profitto.
È dunque chiaro come le lotta dei lavoratori contro gli agenti tossici e nocivi ai quali sono esposti durante il normale ciclo di produzione e le lotte delle popolazioni contro l’inquinamento industriale e per la salubrità dell’ambiente si devono articolare secondo i seguenti obbiettivi:
1) l’organizzazione degli operai di fabbrica, dei lavoratori dei servizi pubblici e delle masse popolari in comitati di controllo sulle attività produttive e sull'ambiente che rivendichino il diritto alla acquisizione di tutti i dati in possesso delle istituzioni pubbliche preposte al controllo della sicurezza nei luoghi di lavoro e della qualità dell’ambiente. Tali organismi di tipo consiliare dovranno essere il reale strumento del controllo operaio e sociale, dal momento che in uno Stato borghese le amministrazioni e gli istituti pubblici nel loro modo di funzionare e nel loro sistema amministrativo ed esecutivo sono funzionali all’economia capitalistica;
2) la ripubblicizzazione sotto il controllo dei lavoratori del settore e dei cittadini-utenti dei servizi pubblici privatizzati (acqua, rifiuti, gas);
3) la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio e popolare degli impianti di produzione dell’energia, la collettività ne deciderà le caratteristiche tecniche e le modalità di funzionamento;
4) la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo operaio e popolare delle fabbriche (chimiche, farmaceutiche, agroalimentari, ecc) che uccidono e inquinano, la loro riconversione in cicli produttivi eco-compatibili, l’eliminazione dell’uso e della produzione di agenti tossici e nocivi a garanzia della salute dei lavoratori, delle popolazioni e dell’ambiente;
5) la rivendicazione del principio della piena responsabilità riguardo alle conseguenze sociali e ambientali delle attività industriali: chi ha tratto profitti da produzioni inquinanti deve pagare il ripristino dell’ambiente, la bonifica del sito, la riconversione ecologica dell'apparato industriale e i danni prodotti alla salute dei lavoratori e delle popolazioni.




I primi congressi della Terza Internazionale: la questione sindacale
Il lavoro dei comunisti nei sindacati al servizio della costruzione dell’egemonia nella classe

Antonino Marceca

I primi quattro congressi della Terza Internazionale (1919-1922) condensano un enorme patrimonio teorico e politico ancora attuale. Le tesi discusse ed approvate investono diversi temi, tra questi la questione sindacale è stata affrontata nel secondo, terzo e quarto congresso. E’ stato Lenin, proprio per marcare una discontinuità con la politica della Seconda Internazionale, a chiedere di “non eludere la questione e non attenuare le questioni scottanti” in riferimento alle posizioni che emergevano in alcune sezioni, specialmente dell’Europa occidentale, contrarie alla partecipazione alle elezioni politiche e all’attività in seno alle organizzazioni sindacali egemonizzate dalla burocrazia riformista.

Il secondo congresso

Il secondo congresso della Terza Internazionale, svoltosi dal 17 luglio al 7 agosto 1920, affronta la questione sindacale in apposite tesi: “il movimento sindacale, i comitati di fabbrica e di officina”. Le tesi analizzano il ruolo controrivoluzionario svolto dalla burocrazia sindacale riformista sia nel corso della prima guerra imperialista (1914-1918) che nelle fasi precedenti e successive alla stessa poiché “impedisce che le azioni isolate di differenti categorie operaie si fondano in una generale azione di classe” contro il governo e il padronato. Ma, continuano le tesi, “essendo un dato di fatto la tendenza delle larghe masse operaie ad entrare nei sindacati” proprio per farsene un’arma di lotta e di resistenza contro il padronato, “è importante che i comunisti di tutti i paesi facciano parte dei sindacati e lavorino per farne organi coscienti della lotta per il rovesciamento del sistema capitalista e per il trionfo del comunismo. Ogni diserzione volontaria del movimento professionale, ogni tentativo di scissione artificiale di sindacati (...) rappresenta un enorme danno per il movimento comunista. Esso scarta dalla massa gli operai più avanzati, più coscienti, e le spinge verso i capi opportunisti che lavorano negli interessi della borghesia. Se capita però che la scissione ci ponga come una necessità assoluta, non vi si dovrà ricorrere che quando vi sia la certezza che i comunisti riusciranno (…) a convincere le larghe masse operaie che la scissione si giustifica (…) con gli interessi concreti immediati della classe operaia, corrispondenti alle necessità dell’azione sul terreno economico. Nel caso in cui una scissione divenga inevitabile, i comunisti dovrebbero accordare una grande attenzione a che tale scissione non li isoli dalla massa operaia (...). Dove la scissione tra le tendenze sindacali opportuniste e quelle rivoluzionarie si è già prodotta, i comunisti hanno l’obbligo di dare il loro contributo a questi sindacati rivoluzionari, di sostenerli, di aiutarli a liberarsi dei loro pregiudizi sindacalisti e a collocarsi sul terreno del comunismo, poiché quest'ultimo è l’unica bussola fedele e sicura in tutti i complessi problemi della lotta economica. Ma l’aiuto prestato ai sindacati rivoluzionari non deve significare l’uscita dei comunisti dai sindacati opportunisti. Essi devono giocare un ruolo di elemento unificatore, morale e pratico, tra gli operai organizzati, per una lotta comune tendente a distruggere il regime del capitale. Nell’epoca in cui il capitalismo cade in rovina, la lotta economica del proletariato si trasforma in lotta politica molto più rapidamente che nell’epoca dello sviluppo pacifico del regime capitalistico. Ogni conflitto economico importante può porre all’ordine del giorno, di fronte agli occhi degli operai, il problema della rivoluzione. E’ dunque dovere dei comunisti far risaltare di fronte agli operai, in tutte le fasi della lotta economica, che questa lotta può essere coronata da successo soltanto quando la classe operaia abbia vinto la classe capitalista in una battaglia campale e si incarichi, una volta stabilita la sua dittatura, dell’organizzazione socialista del paese. E’ partendo da ciò che i comunisti devono tendere a realizzare, nella misura del possibile, una perfetta unione tra sindacati e partito comunista subordinando quelli a questo, all’avanguardia della rivoluzione. A tal fine i comunisti devono organizzare in tutti questi sindacati e consigli di fabbrica frazioni comuniste che li aiuteranno ad impadronirsi del movimento sindacale e a dirigerlo”. Infine contro il nazionalismo delle burocrazie sindacali riformiste, “gli operai comunisti di tutti i paesi, membri dei sindacati, devono (…) lavorare per la creazione di un fronte sindacale internazionale”.

Il terzo ed il quarto congresso

Il Terzo Congresso, svoltosi nel luglio 1921, ritorna sulla questione sindacale nelle “tesi sull’Internazionale comunista e l’Internazionale dei sindacati rossi”. In esse viene sviluppata la lotta contro il tentativo delle forze riformiste e borghesi di iniettare tra le masse operaie la concezione della “neutralità dei sindacati, della loro apoliticità, della loro apartiticità”: una concezione mirante ad impedire attraverso la falsa coscienza della neutralità dei sindacati la direzione del partito comunista delle masse operaie. Le Tesi distinguono, infatti, ruolo e composizione delle due organizzazioni: mentre “il partito comunista è l’avanguardia del proletariato (…), i sindacati sono un’organizzazione di massa del proletariato, il cui sviluppo mira a farne un’organizzazione comprendente tutti i lavoratori, perfino quelli più arretrati del proletariato (…). Nell’immediato futuro il compito principale di tutti i comunisti consiste in un lavoro costante, attivo ed ostinato al fine di conquistare la maggioranza dei lavoratori in tutti i sindacati (…). La forza di ogni partito si misura soprattutto dall’influenza reale che esso esercita sulle masse operaie entro i sindacati. Il partito deve saper esercitare un’influenza decisiva sui sindacati, senza però pretendere di tenerli sotto tutela. Soltanto le cellule comuniste dei sindacati sono subordinate al partito, non già i sindacati in quanto tali”.
Il Quarto Congresso svoltosi nel dicembre 1922, nelle “Direttive del IV congresso per l’azione comunista nei sindacati” afferma che in risposta alla controffensiva della borghesia, la burocrazia sindacale è incapace di opporre una seria resistenza, ed anzi pratica una politica di collaborazione di classe. Il Quarto Congresso ribadisce pertanto la necessità per i comunisti di “prendere l’iniziativa della creazione all’interno dei sindacati un blocco insieme ai lavoratori rivoluzionari di altre tendenze” sulla base di una piattaforma di classe.




L’VIII congresso del Pci e “la via italiana al socialismo”
Un nuovo itinerario della collaborazione di classe


Ruggero Mantovani

Dall’8 al 14 dicembre del 1956 si celebrava a Roma l’VIII congresso del Pci, il quale definiva − all’indomani del XX congresso del Pcus − la nuova strategia della “via italiana al socialismo”. Il documento congressuale, denominato “Elementi per una dichiarazione programmatica del Partito comunista italiano”, approvato all’VIII congresso (noto più semplicemente come “Dichiarazione Programmatica”) rappresentò, senz’altro, una delle opere più importanti di Togliatti. I dirigenti e i pubblicisti del Pci tentarono di dimostrare che la nuova linea imposta da Togliatti rappresentava una strategia innovativa rispetto alla precedente stagione staliniana.
Ma “la via italiana al socialismo”, in definitiva, riattualizzò i caratteri fondamentali della “svolta di Salerno”, che fin dal 1943 prevedeva: la costruzione del blocco strategico con la borghesia liberale; l’alleanza paritetica con i partiti della borghesia nel Cnl; l’entrata dal 1945 al 1947 nei governi d’unità nazionale con la Dc, che permise ai capitalisti di riappropriarsi del comando nelle fabbriche, di reprimere molte delle mobilitazioni che si svilupparono, di amnistiare i fascisti e disarmare i partigiani. Nei trent’anni successivi tutta la politica del Pci fu finalizzata a riaprire il varco di quella collaborazione governista: in definitiva la “via italiana al socialismo” rappresentò, per decenni, l’involucro ideologico di quella prospettiva politica.

Il contesto in cui è maturata la strategia della “via italiana al socialismo”

L’VIII congresso del Pci fu segnato da grandi avvenimenti: la morte di Stalin nel 1953; l’avvio, con il “Rapporto Chruscev” di un contraddittorio processo di destalinizzazione; la “via italiana al socialismo”, che diverrà il principale strumento tramite il quale la burocrazia staliniana costruì un nuovo itinerario di collaborazione di classe.
Questa fase è ricollocabile nella III legislatura della Repubblica Italiana (1958-1963): se da un lato fece registrare un impressionante sviluppo capitalistico, grazie ad un milione di proletari che dal sud del paese emigrarono al nord industriale, dall’altro la classe operaia subì una politica di grave contrazione salariale. Il Pci, in quegli anni, era ormai interno al tessuto istituzionale dello stato borghese e la sua progressiva integrazione fece emergere sempre più gli interessi materiali espressi dal suo apparato: ceto dirigente, amministratori e parlamentari. Per quanto riguarda il “Rapporto Chruscev”, la denuncia parziale e con molti anni di ritardo degli orrori staliniani, non produsse nessuna riflessione critica in merito alla controrivoluzione burocratica imposta da Stalin.
L’intento di Chruscev e della nuova classe dirigente (organicamente legata alla stagione staliniana) era di rilanciare la politica estera dell’Urss e riattivare una nuova fase espansiva dell’egemonia della burocrazia moscovita. Togliatti, dal canto suo, malgrado conoscesse perfettamente il rapporto Chruscev, espresse le sue valutazioni sulla rivista Nuovi Argomenti, solo dopo che tale rapporto fu pubblicato, nel giugno 1956, sul New York Times.
Seppur irritato dalle apparenti critiche allo stalinismo, Togliatti non si fece sfuggire l’occasione di valorizzare le peculiarità nazionali del Pci, rilanciando la strategia della “democrazia progressiva” e la realizzazione del socialismo nello specifico della realtà nazionale.
La drammatica repressione dei manifestanti a Posdam, in Polonia e in Ungheria, chiarirono ben presto la vacuità del rapporto Chruscev e ancor di più la statura politica e morale di Togliatti che, in linea con la peggiore invettiva staliniana, non esitò a dichiarare che non si trattava di manifestanti, ma d’agenti provocatori e che i morti in Ungheria erano il prodotto di una “dolorosa necessità”.

L’VIII congresso del Pci e la fine della prospettiva rivoluzionaria

Togliatti, all’VIII congresso, con la “Dichiarazione Programmatica”, chiariva la strategia politica del Pci: la costruzione del socialismo doveva essere realizzata nello specifico della realtà nazionale; la lotta politica era proiettata nell’alveo del regime parlamentare e lo stato borghese doveva essere trasformato dall’interno e senza rotture rivoluzionarie.
All’indomani del XX congresso del Pcus, Togliatti dichiarava “che era possibile una profonda trasformazione delle strutture economiche nell’ambito della democrazia politica” (L’Unità nel 1956) e con metodi “parlamentari” (Pravda dello stesso anno).
Il dibattito precongressuale nel 1956, in linea con il consolidato unanimismo staliniano, vide molti autorevoli dirigenti motivare e rafforzare la strategia togliattiana: Scoccimarro sostenne che si era “…affermata la possibilità del metodo democratico nella lotta per il socialismo” e che “nelle nuove condizioni storiche intorno a tale programma si poteva realizzare l’alleanza tra la classe operaia, contadina e i ceti medi e, quindi, con i partiti che ne erano espressione”; Spano, molto più eloquentemente, dichiarava che “le tesi del congresso andavano al di la delle posizioni di Lenin”.
In verità l’VIII congresso confermò che la linea strategica perseguita dal Pci era, ormai da anni, estranea alla politica leninista. Difatti, la politica leninista (volendo schematizzare) si riassume in tre assi fondamentali: la violenza rivoluzionaria delle masse per la conquista del potere, la distruzione dello stato borghese e la necessità di instaurare la dittatura del proletariato.
Tutte e tre queste condizioni furono oggetto di una radicale tosatura da parte del togliattismo: questo è il nocciolo della questione. D'altronde, se il marxismo altro non è che la generalizzazione dell’esperienza storica e l’espressione cosciente delle tendenze oggettive, dall’esperienza dei fatti ne ricaviamo che non vi è stato alcun paese al mondo, per quanto infettato dalla burocrazia staliniana, che abbia realizzato il collettivismo economico se non attraverso la distruzione delle forme istituzionali borghesi (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnan del Nord).
Tutta la concezione togliattiana espressa all’VIII congresso ruotava attorno alla considerazione che dopo la Resistenza e con il crollo del fascismo si sarebbero determinate delle nuove condizioni: anzitutto la costituzione che, nella mente di Togliatti, avrebbe garantito la costruzione di una democrazia di tipo nuovo, capace di rompere il dominio del capitalismo monopolista.
Una visione impressionistica che rappresentò una potente copertura ideologica della politica di collaborazione di classe. In quegli anni, d'altronde, non vi è stata una decisione presa dal parlamento, compresa la stessa designazione dei governi, che non fu condizionata dall’atteggiamento di Confindustria, Confagricoltura, dalle banche, dal Vaticano e dal dipartimento americano.
Togliatti, in linea con questa concezione, riteneva che l’estensione delle funzioni statali (ricordiamo in particolare il fenomeno dell’Iri e dell’Eni), avrebbe assicurato una nuova “direzione dell’economia”.
In verità le esperienze stataliste dell’Iri e dell’Eni rientrarono in una tendenza generale del capitalismo che, nell’impossibilità di conservare gli equilibri preesistenti alla seconda guerra mondiale, tendeva al rafforzamento dello Stato, all’allargamento della burocrazia ed alla stabilizzazione dell’economia. Tutta l’impostazione togliattiana faceva emergere contraddizioni dilanianti e i tentativi di coperture ideologiche, apparentemente innovative, si palesavano sterili ed inadeguate.

Togliatti e lo stalinismo

Nella concezione togliattiana non è dato scorgere alcun contenuto di originalità, poiché il nocciolo della “via italiana al socialismo” (anticipata dalla “democrazia progressiva” con la “svolta di Salerno” nel 1943) era da ricercare nell’esperienza dei fronti popolari degli anni Trenta e nella linea controrivoluzionaria espressa dallo stalinismo con l’avvio della politica di collaborazione di classe con la borghesia liberale.
Con l’VIII congresso, soprattutto sotto l’impulso del rapporto Chruscev, per la prima volta era posta un’apparente critica allo stalinismo. Si affermò che il vizio più profondo dello stalinismo fu il dogmatismo, poiché troppo legato ad una visione immobile dei sacri testi del marxismo-leninismo. La realtà ha dimostrato tutto il contrario. Lo stalinismo ha introdotto visioni del tutto estranee ai principi del marxismo, orientando i vari cambiamenti di linea non agli interessi del proletariato, ma agli interessi della burocrazia. Lo stalinismo è stata una tendenza classicamente revisionista, poiché ha deformato la concezione del partito, della transizione, dello stato operaio, dell’internazionalismo, sino all’arte e alla cultura.
Lo stalinismo ha coniugato il revisionismo dei contenuti e il settarismo della forma, proponendo, semmai, una versione catechistica del leninismo, con l’intento malcelato di svuotarlo di contenuto. La burocrazia staliniana, tanto italiana quanto moscovita, non è mai stata una forza autonoma, restando sempre condizionata dalle forze sociali e politiche che hanno agito su di essa.
Se il Pci abbandonò le posizioni rivoluzionarie approdando ad una pratica riformista; se maturò una neo-burocrazia simile a quella della socialdemocrazia, tuttavia rimase un partito stalinista e non riformista, poiché a differenza delle forze della II internazionale quel revisionismo è stato l’espressione dell’influenza sul movimento operaio e sul campo anticapitalista.
L’impostazione espressa da Togliatti all’VIII congresso e, precedentemente, la concezione della “democrazia progressiva” e del “partito nuovo”, hanno caratterizzato tutta la storia dello stalinismo italiano e segnato il fallimento del più grande partito comunista d’occidente.
Quelle impostazioni hanno anche segnato l’intera vicenda di una finta rifondazione comunista che, in questi anni, ha ricercato costantemente il compromesso di classe con la borghesia liberale e con le sue rappresentanze politiche.
E’ tempo di costruire un vero partito comunista che ricomponga le radici del movimento comunista internazionale, recise dallo stalinismo e dalla socialdemocrazia: è tempo della ricostruzione di un vero partito della rivoluzione socialista.




(editoriale di Opiniao Socialista, 280)
Il terzo turno è nella lotta di classe


Con la rielezione di Lula termina una battaglia politica e se ne inizia un’altra. Diciamo sempre che le elezioni sono un gioco con carte truccate, un gioco controllato dalla grande borghesia. Ora questo gioco è finito e ne comincia uno nuovo, più difficile e importante. Le grandi imprese multinazionali e nazionali che controllano il paese erano tranquille rispetto al risultato delle elezioni, perché consideravano che tanto la rielezione di Lula come l’elezione di Alckmin erano comunque, per loro, buone possibilità. Entrambi i candidati garantivano alla borghesia il mantenimento del piano economico e il progetto di riforma del lavoro e della previdenza. I lavoratori e la gioventù hanno votato uno dei due candidati senza sapere che il risultato già era definito prima del gioco. Per questo il PSTU partecipò, nel primo turno, al Fronte di Sinistra, che presentava la candidatura alla presidenza di Heloisa Helena come una alternativa contro i due blocchi della borghesia sul terreno elettorale. Consideriamo molto importante i 6,5 milioni di voti conquistati da questa candidatura.
Nel secondo turno abbiamo dato indicazione di voto nullo. Coerentemente con il rifiuto di voto a Lula e a Alckmin, non abbiamo accettato la pressione di quelli che pensavano che Lula era il “meno peggio”. Non si trattava di scegliere il “male minore” ma di costruire una alternativa indipendente dei lavoratori. Non si trattava di “impedire la vittoria della destra” di Alckmin, ma di costruire una alternativa realmente di sinistra contro i candidati della destra. Le elezioni sono finite e i lavoratori scopriranno, ancora una volta, che sono stati ingannati. Anzi, dovranno lottare ancora di più per evitare di perdere, a causa delle riforme di Lula, diritti tanto importanti come le ferie, il Fgts e le pensioni. Quando arriveranno a questa conclusione, i lavoratori si rivolgeranno contro coloro che li avevano chiamati a sostenere Lula. Perfino contro coloro che lo hanno sostenuto “criticamente”. Sostegno “critico” è sostegno, e un governo borghese (anche se con un “volto operaio”) non si può sostenere. Noi che abbiamo lottato contro Lula e Alckmin nel primo e nel secondo turno delle lezioni, ora ci prepariamo per un “altro turno”. Non si tratta del gioco con carte truccate delle elezioni borghesi ma delle lotte vive dei lavoratori. La Conlutas sta preparando una grande campagna nazionale contro le riforme neoliberiste. Chiamiamo tutti quelli che hanno sostenuto in campagna elettorale il Fronte di Sinistra, e tutti gli attivisti e i dirigenti del movimento sindacale, studentesco e popolare a partecipare, ora, a questo “terzo turno”, alla lotta di classe.



Dichiarazione del Pstu (Partito Socialista dei Lavoratori Unificato) sulla vittoria di Lula


I risultati del secondo turno delle elezioni mostrano che Lula è stato rieletto presidente della Repubblica. Il candidato del Pt ha ottenuto il 60,83% dei voti validi contro il 39,17% di Geraldo Alckmin. Di fronte a ciò, il Pstu che nel secondo turno ha dato indicazione di voto nullo, dichiara:
1. Le elezioni hanno evidenziato il rifiuto nei confronti dell’opposizione di destra. Il Psdb e il Pfl, partiti della destra tradizionale del paese, desideravano tornare al governo per rubare e applicare la politica economica che favorisce i ricchi e danneggia i lavoratori. Alckmin è l’espressione di questo settore e la sua immagine è associata a quella di Fernando Henrique Cardoso (Fhc), odiato dai lavoratori e dal popolo.
2. Nel 2002 Lula fu eletto sulla spinta di un forte sentimento di “cambiamento”. Questa volta la storia è molto differente. I lavoratori non hanno la stessa aspettativa di prima, perché hanno già fatto l’esperienza di un governo del PT. Durante il suo primo mandato il governo Lula mantenne la stessa politica economica neoliberista del Fhc: tagliò migliaia di milioni alla sanità, all’educazione e alla riforma agraria, per garantire il pagamento del debito interno ed estero, e portò avanti le misure che la borghesia brasiliana e il capitale finanziario internazionale esigevano, come la riforma delle pensioni.
3. Il risultato delle lezioni si spiega, in parte, con il fatto che molti lavoratori hanno votato Lula “contro il ritorno della destra” al potere. La relazione dei “tucani” (simbolo del Psdr, NdR) con i processi di privatizzazione degli anni '90 colpì profondamente la popolazione e fu ampiamente sfruttata da Lula nella sua campagna elettorale. I lavoratori hanno fatto l’esperienza delle privatizzazioni e sanno che hanno portato solo danni per il popolo e beneficio per un pugno di imprenditori che hanno comprato le imprese statali a prezzo regalato. Lula si è appoggiato al rifiuto del popolo alle privatizzazioni per ampliare il suo vantaggio elettorale su Alckmin. Tuttavia il presidente Lula mai si è opposto veramente alle privatizzazioni. Fino ad oggi non si è fatta alcuna rinazionalizzazione e neppure il tentativo. Peggio ancora il governo del PT ha proseguito la privatizzazione, in modo velato, delle imprese statali. A differenza del Fhc, Lula non svende attraverso la Borsa. La svendita avviene in forma silenziosa, con l’apertura del capitale delle imprese all’investimento privato, con la svendita delle nostre riserve di petrolio e l’ampliamento della terziarizzazione dei servizi. I lavoratori che hanno votato Lula debbono rivendicare la rinazionalizzazione delle imprese vendute e la fine della graduale privatizzazione delle imprese che sono rimaste statali.
4. Lula non governa né ha mai governato nell'interesse dei lavoratori. Il fatto che Lula sia stato un dirigente operaio confonde la coscienza di milioni di lavoratori. Il suo è un governo di destra, ma con il volto di un operaio. Lula governa per la borghesia e applica programmi economici al servizio delle grandi imprese e dell'imperialismo. Come Lula stesso ha riconosciuto, sotto il suo governo "i ricchi, le imprese e le banche hanno guadagnato più che mai" (dichiarazione a Folha de Sao Paulo, 18/9/2006). D'altra parte, bustarelle e scandali dimostrano che il governo Lula ha imitato la corruzione dei governi di destra di Collor e Cardoso.
5. Nel suo secondo mandato il presidente tenterà di concludere l’attacco che non era riuscito a portare a termine nel primo mandato, a causa della crisi politica dell’anno scorso (scandali, mobilitazioni, ecc.). Per il suo prestigio tra la classe operaia e tra il popolo, Lula è la personalità politica che ha le “migliori condizioni”, come dice Delfim Neto (ex ministro dell’economia della dittatura, NdR), per applicare le misure centrali che esigono l’imperialismo e la borghesia, come la nuova riforma delle pensioni e la riforma sindacale e del lavoro. Per questo il governo cercherà di superare le crisi seguendo un corso più a destra e facendo alleanze con i partiti borghesi e con il padronato.
6. La riforma del lavoro vuole eliminare conquiste storiche dei lavoratori, come la tredicesima e la Fgts (il pagamento per il licenziamento o per la fine del rapporto di lavoro, NdR), ridurre le ferie e flessibilizzare i meccanismi della contrattazione. Le riforma sindacale è destinata a dare pieni poteri alle burocrazie sindacali delle centrali sindacali (Cut e Forza Sindacale) a danno dei sindacati di base. La nuova riforma delle pensioni pretende, tra le altre cose, di elevare l’età minima di pensionamento a 65 anni.
7. Di fronte a questi attacchi ai diritti storici dei lavoratori il Pstu dichiara che continuerà la lotta senza tregua contro il governo Lula. Nel primo turno elettorale abbiamo fatto parte del Fronte di Sinistra e abbiamo appoggiato la candidatura alla presidenza di Heloisa Helena. Siamo molto orgogliosi di questo, poiché ciò ha aiutato a costruire una alternativa di opposizione di sinistra a Lula e a Alckmin. Stiamo già chiamando alla resistenza contro questi attacchi e alla necessità di avanzare nella costruzione di un campo di opposizione di sinistra al governo Lula. I primi passi di questa lotta, in questo momento, sono stati compiuti dal Coordinamento Nazionale di Lotta (Conlutas) che sta realizzando una campagna contro le riforme del lavoro e delle pensioni. È importante unire le forze per costruire un processo nazionale di mobilitazione in difesa dei diritti dei lavoratori. Alla lotta!


(L'articolo che potete leggere qui sotto è stato scritto prima del secondo turno delle elezioni. Ad integrazione, pubblichiamo nella pagina accanto una dichiarazione dei compagni del Pstu sull'esito finale del ballottaggio e l'editoriale di Opinione socialista, organo del Pstu)

Elezioni in Brasile
Il Fronte di Sinistra, un grande successo politico

Eduardo Almeida Neto*


La partecipazione del Fronte di Sinistra alle elezioni, appoggiando la candidatura di Heloisa Helena, è stata di grande importanza. Questa affermazione iniziale è necessaria, poiché questo bilancio può apparire errato visto il piccolo numero di deputati eletti per il Fronte. Molti considerano il numero di parlamentari eletti come l’elemento centrale per trarre il bilancio delle elezioni. Da questo punto di vista il Fronte sarebbe stato completamente sconfitto, visto che il Psol, che precedentemente contava sei parlamentari, ne ha eletti solo tre, e il Pstu non ne ha eletto nessuno.
Ma dal nostro punto di vista, questo è un criterio sbagliato. È fondamentale focalizzare l’importanza politica del Fronte di Sinistra come un fronte alternativo ai due blocchi borghesi maggioritari, riuniti attorno alle candidature di Lula e Alckmin. Era fondamentale unificare l’avanguardia che ha preso vita nell’esperienza contro il governo Lula presentando una alternativa per i lavoratori e i giovani. Questo è stato il risultato più importante e che non ci sarebbe stato con una dispersione della sinistra in diverse candidature, senza alcuna possibilità per nessuna di queste di rappresentare una alternativa forte.
Per questo siamo soddisfatti dei 6,5 milioni di voti ottenuti da Heloisa Helena. Le votazioni hanno motivazioni diverse e a volte molto complesse, però possiamo in generale attribuire questi voti ai lavoratori e ai giovani che hanno rotto con il governo di Lula da sinistra e non accettano di appoggiare la destra di Alckmin. Per i contatti che abbiamo con la base, possiamo dire che nei settori organizzati sindacalmente (come metalmeccanici, bancari, docenti, lavoratori di Correos, etc.), la percentuale di Heloisa è stata qui più alta che sul totale della popolazione.

Su che criterio bisogna basare il bilancio?

Il Pstu è un partito rivoluzionario che ha come strategia la rivoluzione socialista a cui si potrà arrivare solo tramite grandi mobilitazioni di massa. I grandi cambiamenti (come la riforma agraria, la rottura con l’imperialismo) non verranno dalle elezioni.
La grande borghesia controlla e manipola le elezioni, finanziando la campagna dei suoi partiti per poter acquistare “favori”. La borghesia può fare questo grazie al suo dominio economico, al controllo delle televisioni e dei giornali, grazie alla compravendita diretta dei voti etc.
La democrazia borghese serve per questo. Per esempio, adesso, tutta la rabbia delle masse contro i politici e i partiti è stata trasformata in una pressione per il voto utile per Lula o per Alckmin, due rappresentanti dello stesso progetto. Questa è una chiara dimostrazione di come questa democrazia sia una farsa. Seguirà una nuova frustrazione. Per questo non si può cambiare il paese tramite le elezioni, che sono controllate dal grande capitale. Si può cambiare seriamente solo attraverso grandi mobilitazioni che culminino in una rivoluzione.
In questa prospettiva, le elezioni possono essere importanti come punto d’appoggio per le lotte dirette. L’elezione di parlamentari impegnati nella lotta contro le controriforme su lavoro e Previdenza che il futuro governo (sia di Lula o di Alckmin) si appresta a operare sarebbe stato molto importante. Però ciò che è decisivo è l’esistenza delle lotte, perché non sarà “convincendo” la maggioranza dei deputati che bloccheremo le controriforme, ma esercitando una forte pressione nei confronti di questo Congresso tramite le lotte. Per questo, per noi la mancata elezione di deputati è un male, ma non è l’elemento decisivo per trarre un bilancio del Fronte di Sinistra. Quello che è fondamentale è la sua importanza politica agli occhi dei lavoratori.
La prospettiva riformista è il contrario della nostra. Il Pt, così come tutti i partiti riformisti elettoralisti, vive di elezione in elezione. Non è impegnato in una prospettiva rivoluzionaria e di lotta. Inoltre, i quadri dirigenti di questi partiti vivono degli stipendi degli eletti (deputati e assessori), degli impieghi nel governo o direttamente grazie alla corruzione. Dipendono per la loro sopravvivenza dal denaro che viene dall’apparato dello Stato. Per questo, per costoro l’elezione dei propri parlamentari è un problema di vita o di morte. Nasce da qui il “tutto è lecito” nelle elezioni, il ribasso sul programma, le alleanze con qualsiasi partito borghese. Per questi partiti, l’unico bilancio è il numero di deputati eletti.
Noi abbiamo un altro criterio, riaffermiamo che il bilancio del Fronte di Sinistra è positivo, per aver permesso che si presentasse una alternativa di sinistra unificata tra il Psol, il Pstu e il Pcb, contro Lula e Alckmin.

Gli errori commessi

Rivendicare il Fronte di Sinistra non significa ignorare gli errori commessi. Il primo di questi ha a che fare con il programma dello stesso Fronte. La base programmatica accordata in comune tra Psol, Pstu e Pcb è stata definita dal Manifesto del Fronte di Sinistra, che collocava come asse della candidatura di Heloisa Helena la rottura con l’imperialismo (espressa specialmente nella sospensione del pagamento dei debiti esterni e interni) e nella lotta contro le riforme neoliberali (in particolare quelle su lavoro e Previdenza).
Anche senza assumere con chiarezza le posizioni del Manifesto, la candidatura di Heloisa è cresciuta dall’iniziale 5% fino all’11-12%. L’immagine “radicale” di Heloisa, con la sua posizione combattiva, anche senza un programma chiaro, ha assicurato questa crescita nella fase iniziale della campagna.
Quando è arrivata l’ora di presentare il programma elettorale in Tv, è iniziato un secondo e più difficile periodo della campagna, nella quale ci siamo trovati di fronte alla diseguaglianza dei tempi in Tv. Abbiamo avuto un minuto contro sette di Lula e dieci di Alckmin (ciò è dovuto alla legge elettorale che definisce i tempi di esposizione dei parlamentari di ogni partito o fronte elettorale). Era necessario affrontare questa lotta diseguale con una prospettiva programmatica chiara, intorno ad alcuni assi che potessero essere elaborati a livello nazionale con il tempo in Tv dei differenti Stati. Era il momento di presentare le proposte contenute nel Manifesto, nella lotta contro il potere delle banche, nella differenziazione da Lula e Alckmin, nella denuncia delle controriforme e nella difesa della rottura con l’imperialismo.
Non è questo ciò che si è fatto. La strategia televisiva di Heloisa è stata discussa solo in una riunione del coordinamento del Fronte, e poi si è fatta una cosa molto differente dalle conclusioni concordate. Nei programmi televisivi si è tentato di attenuare l’immagine “radicale” di Heloisa con apparizioni di poco o nessun contenuto programmatico. L’obiettivo era chiaro: cercare, con una immagine meno “radicale”, di crescere nei sondaggi. Di fatto, nelle trasmissioni non era espressa una polarizzazione chiara contro Lula e Alckmin. Solo quando Alckmin ha cambiato tattica e iniziato ad attaccare seriamente Lula, anche Heloisa ha cominciato a farlo.
Per di più, Cesàr Benjamin, candidato a vicepresidente, ha presentato una proposta di programma opposta al contenuto del Manifesto. La proposta di Cesàr, assunta da Heloisa, era appena la riduzione del tasso d’interesse, lasciando da parte la rottura con l’imperialismo e la lotta contro le controriforme. Dall’altro lato, Heloisa ha difeso apertamente posizioni contrarie a quella dei movimenti sociali, ad esempio la sua posizione contro l’aborto contraria a tutti i movimenti delle donne.
Nonostante questo, la manovra non è riuscita ad aumentare il peso elettorale di Heloisa. A fronte della polarizzazione tra Lula e Alckmin, gli indici sono calati fino a tornare al 6,5% iniziale. Si è persa così una occasione molto grande. Con un profilo programmatico chiaro, avremmo potuto far progredire la coscienza di una parte dei lavoratori e della gioventù, nello stesso momento in cui prepariamo le future lotte contro le controriforme.

Prepotenze del Psol durante la campagna elettorale

Durante la preparazione della campagna ci siamo trovati ad affrontare un aspetto negativo del Psol, con la imposizione della candidatura di Cesàr Benjamin alla vicepresidenza. Questa candidatura spettava al Pstu, nella persona di Zé Maria, dirigente sindacale metalmeccanico e della Conlutas. L’imposizione di una formula nazionale del Psol (presidenza e vicepresidenza) ha rivelato un’attitudine prevaricatrice ed ha minacciato la concretizzazione del Fronte. Il Pstu, per garantire l’esistenza del Fronte, ha accettato di cedere il vicepresidente, lanciando le candidature al Senato del Fronte a San Paolo, Rio de Janeiro e Rio Grande do Sul.
Questa posizione equivoca del Psol è tornata a manifestarsi durante la campagna. Heloisa ha dato la precedenza alla campagna di alcuni candidati (rilasciando dichiarazioni di appoggio, ad esempio a Ivan Valente e Fantazini a San Paolo e Babà a Rio de Janeiro) a discapito degli altri candidati del Fronte.
In particolare il Pstu è stato colpito direttamente da questa pratica equivoca, che nemmeno Lula aveva seguito, in passato, all’interno del Pt. Abbiamo appoggiato una candidata a presidente che ha appoggiato alcuni candidati del Psol e non i nostri.
Alla stessa maniera è stato un errore la mancanza di appoggio di Heloisa in quegli Stati in cui il Pstu esprimeva la candidatura a governatore per il Fronte, come nei casi di Minas e Sergipe. Minas, essendo il terzo collegio elettorale del Paese, ha ricevuto quasi tutte le settimane la visita di Lula e di Alckmin. Heloisa ci è stata solo due volte e solo per poche ore.
Il caso di Sergipe è stato ancora peggiore in quanto Heloisa ha voluto appoggiare “anche” Joào Fontes, candidato a governatore per il Pdt (uno dei partiti della borghesia). I militanti del Pstu e del Psol locali hanno reagito apertamente contro questa posizione. L’accordo nazionale tra i partiti che formano la base del Fronte impediva la realizzazione di fronti con partiti borghesi a livello locale. Nell’unico viaggio di Heloisa a Sergipe è stata ricevuta (come nel resto del Paese) dai militanti del Pstu e del Psol all’aeroporto. Nonostante questo, è uscita dall’aeroporto con Joào Fontes, e ha sospeso l’attività di agitazione di strada decisa precedentemente, generando una forte reazione tra i militanti del Psol e del Pstu della regione.

Una volta di pù, l’importanza del Fronte

I problemi occorsi durante la campagna non ci hanno fatto ricredere sull'importanza della costituzione del Fronte di Sinistra. Al contrario, torniamo ad affermare come sia stato un grande successo poter presentare una alternativa elettorale unitaria. Immaginiamo cosa sarebbe accaduto, di fronte alla enorme polarizzazione tra Lula e Alckmin (e con appena un minuto in TV) se la sinistra si fosse presentata divisa alle elezioni.

Questi 6,5 milioni di voti dati a Heloisa sono un patrimonio politico importante per il futuro del Paese. E’ inevitabile che le masse facciano la loro esperienza con il futuro governo. E i settori di lavoratori e giovani che hanno votato Heloisa potranno essere all’avanguardia delle lotte contro questo governo.

E ora? Proseguire lottando uniti

Oltre ad essere stato un successo politico, l’esperienza del Fronte di Sinistra è stata molto importante per le direzioni e i militanti dei tre partiti, così come per gli indipendenti che si sono uniti alla campagna. Abbiamo acquisito una maggior conoscenza delle posizioni, dei metodi, delle esperienze di ognuno.
Adesso è importante affrontare una riflessione collettiva di bilancio di queste elezioni, così come verificare le possibilità di mantenere l’unità sulle lotte comuni.
La prima di queste consiste nel discutere la posizione da assumere per il secondo turno. Il Pstu propone che si tenga una riunione del coordinamento del Fronte per discutere questa posizione. Noi facciamo appello per il voto nullo, che è l’unica posizione coerente con quello che abbiamo dichiarato durante il primo turno su Lula e Alckmin. E crediamo che sarebbe molto importante avere una posizione unitaria in questo senso.
Alla stessa maniera, crediamo fondamentale iniziare già a preparare in comune le lotte contro le controriforme del lavoro e della Previdenza, già annunciate dal futuro governo, sìa guidato da Lula o da Alckmin. La Conlutas (Coordinamento Nazionale delle Lotte) sta preparando una campagna nazionale e sta discutendo di una assemblea Nazionale con tutte le forze che sono contrarie a queste controriforme, appartengano o meno alla Conlutas.

*Direzione Nazionale del Pstu (sezione brasialiana della Lega Internazionale dei Lavoratori - Quarta Internazionale, Lit-Ci),
direttore di Opinione Socialista





11 settembre
Un casus belli per l'imperialismo


Francesco Ricci


La differenza tra un gatto e una bugia è che il gatto ha solo nove vite. Questo aforisma di Mark Twain ben si adatta all'inestinguibile cumulo di bugie che il governo statunitense ha raccontato sui fatti dell'11 settembre, cioè sugli attentati che nel 2001 colpirono le Torri Gemelle e il Pentagono.
Su quelle vicende e soprattutto sulle incredibili versioni dell'amministrazione Bush sono state pubblicate, negli ultimi tempi, una gran quantità di inchieste, articoli e libri e su diversi siti web vari ricercatori e giornalisti e anche diversi squinternati hanno facile gioco a dimostrare le tante incongruenze della ricostruzione ufficiale. Anche alcune trasmissioni televisive in Italia hanno dedicato spazio al tema. La maggioranza di queste trasmissioni e la grande stampa borghese hanno in generale ridicolizzato le ricostruzioni "alternative", accettando come buona la versione di Bush. Evidentemente è troppo forte la necessità di preservare la mitologia che è stata costruita attorno all'11 settembre e che è servita a legittimare le guerre successive, dall'Afghanistan all'Irak, e che tuttora serve per alimentare la campagna dell'imperialismo (statunitense ed europeo) contro il Male che, nelle sue varie sembianze, da Bin Laden a Ahmadinejad, dai Talebani al "pericolo islamico", in generale si nasconde vicino ai pozzi di petrolio.

Tra i tanti libri usciti sull'argomento, uno abbastanza interessante è 11 settembre, Bush ha mentito di Philip Berg e William Rodriguez, con prefazione di Giulietto Chiesa (Ed. Riuniti, 2006). Di là dal patriottismo kennedyano degli autori (e del presenzialismo di Chiesa), il testo ha il pregio di esporre una serie di elementi sufficienti a demolire la versione ufficiale. Il libro raccoglie la denuncia legale che Rodriguez, guardiano delle Twin Towers, ha sporto contro il governo degli Stati Uniti.
Tolte varie circostanze che sarebbero giustificabili anche affidandosi alla versione ufficiale, rimangono alcuni punti che ne dimostrano la completa e grossolana falsità. Tra questi: a) Rodriguez testimonia di aver sentito esplosioni ai piani sotterranei poco prima dell'impatto del primo aereo. Cariche di esplosivo che a suo dire sarebbero state poste due giorni prima dell'11 settembre quando ci fu una interruzione programmata della corrente nelle Torri per consentire delle presunte riparazioni, disattivando le telecamere; b) molti tecnici di fonte non governativa concordano nel dire che il crollo delle Torri fu causato da cariche esplosive e non dallo scoppio degli aerei. Questo spiegherebbe anche il misterioso ordine di far sparire le macerie degli scavi, trasportandole segretamente all'estero e spiegherebbe il perché parti delle strutture in acciaio sarebbero state trovate completamente fuse, quando ciò è possibile solo a una temperatura doppia di quella prodotta dalla combustione degli aerei; c) i tempi di reazione della Difesa statunitense, anche ammettendo una possibile confusione, sono inspiegabili. Raffrontando le testimonianze di vari militari (ognuna in contrasto con le altre), gli autori dimostrano che i tempi di intervento (o meglio: mancato intervento) dei caccia americani non si accordano con l'orologio, con gli orari dichiarati dei decolli, con la velocità di questi aerei.

Sulla base di questi e di altri punti (anche relativi all'aereo che avrebbe colpito il Pentagono e di cui non esistono tracce né un "buco" e un danno di dimensioni comparabili con le dimensioni di un aereo di linea), a cui i sostenitori della versione ufficiale (anche sulla stampa italiana) non sanno rispondere se non ironizzando sulle "dietrologie", sono state avanzate infinite ipotesi alternative sul reale svolgimento dei fatti. Alcune sono effettivamente fantasiose: ma ciò non inficia il fatto che la più fantasiosa di tutte appare essere la versione governativa.

Comunque, anche volendo accantonare le centinaia di cose che non tornano nella storia dell'11 settembre, basterebbe ricordarsi che nella storia degli ultimi sessant'anni l'imperialismo Usa ha sempre fabbricato dei pretesti, dei casus belli, per convincere l'opinione pubblica della necessità di una nuova guerra. Nel 1941 lasciando che fosse colpita la base di Pearl Harbor; nel 1964 con la costruzione dell'"incidente" del Golfo del Tonchino, pretesto per l'attacco al Vietnam; nel 1989 con la costruzione del caso "Lockerbie", pretesto per l'aggressione alla Libia; con l'Irak inventando l'esistenza di "armi di distruzione di massa" (la famosa fialetta di antrace esibita da Colin Powell)...
Ciò non significa, ovviamente, pensare che tutto quanto accade al mondo sia opera della Cia. Il terrorismo islamista esiste ed è una delle forme attraverso cui si esprime in assenza o debolezza di direzioni rivoluzionarie e comuniste la reazione dei popoli oppressi dall'imperialismo e dalle sue ripetute occupazioni neocoloniali.

La cosa più probabile (anche se non sapremo mai la verità) è allora che l'11 settembre il governo statunitense abbia consentito (ignorando i movimenti dei dirottatori nelle settimane precedenti e ritardando l'invio dei caccia) o forse persino favorito (magari con delle cariche nelle Torri Gemelle e con un missile sul Pentagono) gli attentati dei seguaci di Al Quaeda: utilizzando le vittime di quel giorno (e tra loro anche tanti lavoratori, non dimentichiamolo) per giustificare le guerre successive.

Il capitalismo non può fare a meno delle guerre per preservare e accrescere i propri profitti. L'imperialismo con la sua "guerra al terrrorismo" (o, nella versione europea, con le "guerre umanitarie", con e senza caschi blu dell'Onu) ha sempre bisogno di menzogne per "giustificare" i bombardamenti, le migliaia di vittime e i massacri che compie in nome della "democrazia" e della "libertà". Guardando alla storia delle guerre (dall'attentato a Sarajevo all'arciduca Ferdinando in poi), anche se mancassero le prove sulle menzogne ufficiali relativamente all'11 settembre, potremmo quindi concludere che la verità non richiede l'acume di Mr Holmes e l'ausilio del fido Watson per essere rivelata. Basta guardare con lenti di classe quello che la borghesia fa in ogni angolo del pianeta, la sua logica di sfruttamento e distruzione, per sapere sempre con certezza chi è il primo vero responsabile della barbarie che infesta il mondo.







La missione "Unifil 2" in Libano e la subalternità delle sinistre critiche all’imperialismo italiano ed europeo

Antonino Marceca

Il Senato italiano ha approvato definitivamente, il 17 ottobre scorso, la missione Unifil 2 in Libano, un risultato largamente previsto e scontato. Nel contempo, in Finanziaria 2007 il governo dell’Unione prevede un miliardo di euro per le missioni militari dell’imperialismo italiano, da prorogare con decreto annuale: anche in questo caso il “pacifismo non violento” del Prc si è coperto con l’ombrello, armato e multilaterale, dell’Onu. Il giorno prima del voto in Senato, l’Italia veniva eletta come membro non permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, un risultato strettamente correlato al ruolo assunto nella guerra di aggressione israeliana al Libano.

Il contesto geostrategico regionale

L’invasione israeliana del Libano è iniziata il 12 luglio 2006, un attacco pianificato da tempo da Usa e Israele: la cattura dei due militari israeliani da parte delle milizie di Hezbollah ha con ogni evidenza rappresentato un pretesto, i cui obiettivi immediati dovevano essere l’annientamento della resistenza di Hezbollah e l’insediamento in Libano di un governo sotto stretto controllo dell’imperialismo statunitense, nell’ambito del progetto di Grande Medio Oriente. Nel corso delle operazioni strategico-militari non era esclusa l’estensione della guerra alla Siria e all’Iran, mentre la guerra al Libano mirava al controllo territoriale sulla linea costiera del Mediterraneo Orientale. L’accordo del 16 ottobre tra Israele e la Nato sul pattugliamento del Mediterraneo nell’ambito dell’operazione Active Endeavour, appena un mese e mezzo dopo il cessate il fuoco, si inserisce in questo scenario. D'altronde proprio all’inizio dei bombardamenti israeliani in Libano, il 13 luglio, veniva inaugurato l’oleodotto Cayhan-Tblisi-Baku (Btc) che collega il Mar Caspio al Mediterraneo Orientale. La British Petroleum (Bp) guida il consorzio dell’oleodotto in associazione, tra gli altri, con Chevron, Conoco-Phillips, Total (Francia) e Eni (Italia). Questo oleodotto crea un blocco tra Azerbaijan, Georgia, Turchia e Israele. Questi ultimi due paesi si stanno attivando in un progetto in grado di trasportare il petrolio da Israele al Lontano Oriente, all’India ed altri paesi asiatici.
La resistenza in Iraq e in Libano ha messo gli Usa in un’impasse strategica ed ha aperto opportunità d’intervento all’Unione Europea, che in un quadro di mediazione e concertazione con gli Usa (questo è il multilateralismo dei briganti in sede Onu) cerca di consolidare interessi europei in un’area di notevole interesse geostrategico ed energetico.

L’intervento europeo

Tra gli imperialisti europei, la Francia è quella che maggiormente tiene la presa sulla Repubblica dei Cedri: è prima intervenuta, di concerto con Israele e gli Usa e in appoggio ad alcune fazioni della borghesia libanese, all’elaborazione della Risoluzione 1559 del 2 settembre 2004 in funzione antisiriana e mirante al disarmo di Hezbollah. Dopo la valorosa resistenza libanese all’aggressione israeliana, la Francia è stata tra le potenze imperialiste la più attiva, assieme all’Italia, nella elaborazione della Risoluzione 1701. Un paese, l’Italia, che vanta nella regione precisi interessi economici, ma che è anche legato ad Israele da un accordo di cooperazione militare. Nel corso della trattativa all’Onu, a chiarire il ruolo di quella che sarebbe stata la missione Unifil 2, interveniva il cancelliere tedesco, Angela Merkel, che, dopo aver consegnato tre sottomarini “nucleari” ad Israele, chiariva che l’obiettivo della partecipazione tedesca in Libano era quello di proteggere Israele, ma visto il trattamento − a raffiche di mitragliatrice − riservato il 23 ottobre a un’imbarcazione militare tedesca dai caccia israeliani, è chiaro che Israele non sembra disponibile ad assecondare interessi europei contrastanti con quelli statunitensi. Intanto Israele, prima durante e dopo la guerra in Libano, continua la guerra coloniale nei territori palestinesi con morti e feriti a carico della popolazione civile, nel silenzio generale.

La missione Unifil 2

La missione delle Nazioni Unite (Unifil 2), costituita in base alla Risoluzione 1701, attribuisce l’origine del conflitto alla resistenza libanese, chiede la fine dell’attività di resistenza nel Sud Libano, vieta alla resistenza qualsiasi rifornimento di armi e non menziona l’occupazione israeliana dei territori libanesi, siriani e palestinesi. La missione è composta da 15000 militari, attualmente sotto la direzione del generale francese, Alain Pellegrini, mentre successivamente la direzione passerà all’Italia, dislocata integralmente dentro i confini del Libano, tra “la linea blu” (il confine tra i due paesi stabilito dall’Onu) e il fiume Litani. Da indiscrezioni francesi si deduce che la missione abbia due regole di ingaggio, una ufficiale e l’altra riservata: la prima prevede il sostegno all’esercito libanese nel ripristinare il controllo nel sud del paese, sostituendosi alle forze di Hezbollah; la seconda darebbe il potere alle forze militari della missione di intervenire sulle milizie della resistenza libanese secondo criteri di “autodifesa preventiva”, prevedendo posti di blocco, fermo di uomini e mezzi, requisizioni di armi, attacco militare. Questo ruolo “riservato” emerge anche nel “Manuale di area” per i 1100 militari spagnoli impegnati nella missione, come riferisce El Pais del 13 ottobre. Intanto Israele continua ad occupare i territori libanesi di Ghajar e le fattorie di Sheba al confine tra Israele, Libano e Siria, mentre i caccia israeliani violano ripetutamente lo spazio aereo libanese. È chiaro che la missione Unifil 2, avendo le armi puntate contro la resistenza libanese, lascia indisturbato Israele nella sua azione contro i palestinesi e nel contempo le permette di mantenere sotto tiro il Libano e la regione mediorientale, in accordo con gli Usa.

L’appoggio delle “sinistre critiche”

La sinistra di governo dell’Unione, dal Prc ai Verdi, dal Pdci alla sinistra Ds, ha sostenuto la missione Unifil 2 in tutte le sedi, facendo propria la politica estera del governo. Un sostanziale sostegno alla missione è arrivato anche dai banchi del centrodestra, mentre nelle Commissioni Esteri e Difesa si registrava l’unanimità. Le grandi associazioni sociali e sindacali della sinistra, l’Arci, la Tavola per la Pace, la Cgil si sono velocemente allineati alle posizioni del governo, mentre esponenti del cattolicesimo progressista come Zanotelli, giornali come il manifesto, con qualche eccezione, hanno salutato favorevolmente l’intervento dell’Onu in Libano.
Nel Prc, le sinistre più consistenti, “Essere comunisti” di Grassi e “Sinistra critica” di Cannavò, con i loro parlamentari e senatori, anche in questo caso non hanno fatto mancare la loro fiducia al governo. La corrente di Grassi ha espresso un giudizio “non sfavorevole” all’invio della missione in Libano, peraltro in continuità con il precedente sostegno alla missione in Afghanistan, giustificato allora con la necessità di non far cadere il governo Prodi. Sul Libano il sostegno è più convinto ed argomentato con la necessità di sostenere l’intervento europeo in opposizione all’unilateralismo statunitense: l’Ernesto di Grassi ha scelto il proprio interlocutore nello scontro tra i poli imperialistici. In aggiunta a questa argomentazione, la corrente di Grassi sottolinea come la missione sia stata “accettata anche da Hezbollah”. La corrente di Cannavò ha posizioni nella sostanza non diverse da “Essere Comunisti”: insieme le due tendenze hanno chiesto al governo di “smentire con urgenza” la notizia riferita il 13 ottobre da El Pais: in caso contrario, aggiungono, saremmo in presenza di “una missione di guerra”. Malgrado la triste rivelazione le sinistre interne del Prc, ne siamo certi, non faranno venir meno il loro sostegno al governo Prodi.

Qualche conclusione

Non c’è dubbio che la situazione sul terreno è di tregua armata, Hezbollah ha acquisito un’enorme popolarità grazie alla resistenza opposta alle truppe dello Stato ebraico e questo fatto rafforza i Fratelli musulmani e l’islamismo politico in tutti i paesi arabi. In Libano il fronte patriottico costituito da Hezbollah, Amal, i cristiani maroniti del Movimento patriottico libero, il Partito comunista libanese, i nasseriani, il Partito socialnazionale pansiriano, hanno acquisito una forza politica considerevole. Non c’è dubbio che Hezbollah egemonizzi il blocco, non solo militarmente, ma anche politicamente ed economicamente. Il Partito di Dio partecipa in tutto il paese, grazie ai finanziamenti ricevuti dall’Iran, al processo di ricostruzione attraverso imprese, come l’impresa di costruzioni Jihad al-Binah. Proprio grazie a questa forza acquisita sul campo, Hezbollah è in grado di proporre di rinegoziare la composizione del governo Siniora, il cui premier è espressione del blocco avversario costituito dal partito Mustaqbal di Hariri, dai cristiano maroniti falangisti, dal Partito socialista druso di Jumblatt, un’alleanza sostenuta dall’Arabia Saudita e dagli Usa.
La proposta di Hezbollah è la costituzione di un governo di “unità nazionale” che miri a ridimensionare il blocco di Siniora. Marie Nassif-Debs dell’Ufficio politico del Partito comunista libanese ha dichiarato a il manifesto del 13 ottobre che “la proposta di un governo di unità nazionale” è stata fin da subito la proposta del Pcl. Analoga proposta è stata avanzata anche dal Movimento patriottico libero dell’ex generale Aoun.
La nostra organizzazione, Pc Rol, a differenza delle sinistre critiche di governo, ritiene che la lotta contro l’imperialismo, contro tutti i poli imperialisti, è centrale nella politica comunista. Perché la sconfitta dell’imperialismo, in qualunque parte del mondo essa avvenga, apre nuove prospettive alle lotte di liberazione dei popoli oppressi. Ecco perché fin dall’inizio della guerra di aggressione israeliana Pc Rol ha sostenuto la resistenza libanese e si è opposta alla missione Unifil 2.
Nel contempo riteniamo profondamente sbagliata la proposta di governo di unità nazionale avanzata, tra gli altri, anche dal Partito comunista libanese. Una politica che lo stalinismo ha avanzato in altri paesi dipendenti con disastri per il movimento operaio e popolare. Se è corretto un fronte militare contro l’aggressione militare e coloniale in atto, non di meno i comunisti devono mantenere la propria indipendenza politica ed organizzativa. Solo su questa base si può avanzare nel corso stesso della lotta la parola d’ordine di un governo operaio e contadino, perché come l’esperienza storica ci dimostra le forze nazionaliste, come Hezbollah, per difendere i loro interessi di classe invariabilmente capitoleranno ad uno dei poli imperialisti.



Con Pc-Rol nella costruzione dell'opposizione di classe
Latina: nuove adesioni, sindacali e operaie, alla costituente del nuovo partito

Intervista a cura di Davide Persico

Il governo Prodi è un governo amico dei padroni, che mostra nuovamente il suo volto di autentico garante degli interessi della grande borghesia in occasione dell’approvazione della Finanziaria 2007. Ne discutiamo con Patrizio Cacciotti, responsabile dell’RdB-Cub per la provincia di Latina, il quale – insieme a giovani compagni del direttivo del comitato operaio della Nexans, operai contro l'amianto – ha deciso di aderire a Pc-Rol e alla costituente del nuovo partito.

Con la nascita del nuovo esecutivo di centro-sinistra, molti lavoratori si aspettavano una politica – non dico rivoluzionaria – ma almeno di aiuto verso le classi meno abbienti. Il primo provvedimento del Governo – la legge finanziaria – va invece in direzione opposta, facendo pagare la crisi capitalistica non ai padroni, ma come era naturale ai lavoratori. Che giudizio ne dai della compagine governativa?
Il giudizio sul governo Prodi è un giudizio assolutamente negativo com’è negativo il giudizio che dà un comunista a tutti i governi neoliberisti. Nonostante le enunciazioni, la rassicurazione e la presenza di coloro i quali fino a ieri erano stati al nostro fianco, cioè Bertinotti e soci; dobbiamo riscontrare che ancora una volta prevalgono logiche del grande capitale, dei poteri forti e che, giorno per giorno, i cittadini complessivamente intesi, ma in modo particolare i lavoratori, sono sempre più penalizzati e mortificati da questo tipo di politica.
Soprattutto per quello che riguarda il Dpef 2007-2011.
Certo. Infatti questa è una finanziaria che nelle premesse tentava di mettere in pratica logiche di liberalizzazione (v. Decreto Bersani), che tendevano in qualche modo a realizzare quella concorrenzialità capitalistica che di fatto in questo paese mancava. Ma sarebbe stato certamente un paradosso se un comunista si fosse detto favorevole a queste politiche. Tanto più che, nel mercanteggiare con le categorie, sono ovviamente prevalse le reali logiche di corporazione, per questo siamo di nuovo in una situazione ridicola. Ridicola per il fatto che l’esecutivo e l’opposizione di ieri speculavano l’uno sulle malefatte dell’altro e, con il cambio di governo, con il cambio dei ruoli che le elezioni di primavera hanno determinato, l’esecutivo e l’opposizione di oggi fanno altrettanto. Basta vedere i vari battibecchi sull’eredità dei conti, se sia stata colpa del primo governo Prodi, come diceva l’allora ministro Tremonti; oppure colpa dell’ultimo governo Berlusconi. Personalmente non conosco nello scenario mondiale, all’interno del cosiddetto mondo industrializzato, una società come quella italiana, una società assolutamente bloccata, arretrata anche rispetto ad altri paesi capitalistici. Le ragioni sono tante, penso ad esempio alla presenza della Chiesa, penso al fatto che nei grandi Paesi europei la questione religiosa non è un fatto secondario, penso alla Spagna, dove si è determinata una vera scissione, giustamente, tra la Chiesa e la laicità dei settori più avanzati delle masse, che hanno indotto il governo a una serie di concessioni su questo terreno. L’Italia questo poco non l’ha ancora conosciuto, né con il centrodestra, cosa scontata; né tanto meno con un governo di centrosinistra. C’è una sorta di inseguirsi su quello che dicono Ruini e Ratzinger. Un vero e proprio teatrino delle marionette in cui la Cdl e l’Unione si scontrano per cercare i favori del Vaticano. Penso proprio che i lavoratori di questo Paese abbiano bisogno di cose diverse da queste.
La RdB-Cub è uno dei pochi sindacati che non sta sul terreno della concertazione, opponendosi a determinate scelte padronali e soprattutto governative. Ci puoi spiegare qualcosa a proposito del sindacato che rappresenti?
La RdB-Cub è un’organizzazione sindacale che non guarda alla concertazione, guarda ai bisogni di coloro i quali rappresenta cioè il lavoratori. Io credo che non si può pensare a un sindacato, meno che mai oggi, che, senza un confronto vero con i lavoratori, senza neanche l’umiltà di capire se con le retribuzioni di oggi, se il lavoratore arrivi a fine mese, senza neanche capire che oggi si pagano 500/600 € senza neanche entrare nei meriti delle tariffe, decide che gli aumenti salariali si fanno a colpi di 50 € in un triennio. Ma di esempi se ne possono fare ancora e di peggiori, questo della rappresentanza sindacale è un problema reale con cui una forza comunista deve per forza di cose fare i conti
La questione sindacale è uno degli ambiti d’intervento centrali per i comunisti. Da Marx in poi, le formazioni comuniste hanno sempre dovuto farne i conti. Anche nelle nostre tesi congressuali dedichiamo ampio spazio a questo ineluttabile tema.
Sì è vero, lo so che non ho posto all’attenzione un problema nuovo.
La RdB quì a Latina ha iniziato fin dall’inizio dell’autunno a mettere su una serie di vertenze importanti, penso ai due scioperi del precariato nella pubblica amministrazione e nel pubblico impiego.
Sì, ma il problema non è solamente il precariato. Anche per quanto riguarda la scuola pubblica, la Moratti l’ha fatta a pezzi, il centrosinistra non raccoglie neanche pezzi per incollarli, ma continua a frantumarla. In generale credo che sta avvenendo come nel ’97 quando il governo Prodi varò il famigerato “Pacchetto Treu” con il voto favorevole del Prc. Successivamente, con l’avvento del secondo governo Berlusconi c’è stata una radicalizzazione di questo provvedimento antioperaio, trasformandolo nell’altrettanto famigerata Legge 30. Anche in questa faccenda, come si può sostenere un governo dell'Unione, che in campagna elettorale parlava di superamento della legge, subito dopo, quando ancora non si sapeva chi avesse vinto, faceva riferimento a un’aggiustatina... e, ad oggi, la legge non si è toccata affatto. Noi dell’RdB-Cub riteniamo che i lavoratori non devono mollare. Essi devono costruire delle barricate culturali.
…e non solo culturali.
…in modo che le decisioni sulla loro pelle vengano prese nei posti di lavoro, da loro stessi e non negli uffici sindacali e nei salotti del governo.
Per concludere questa nostra chiacchierata, ti chiedo cosa ti aspetti da Pc-Rol?
Prima di tutto diciamo che il rapporto con Pc-Rol è per me un rapporto molto sofferto, perché per l’ennesima volta mi ritrovo a rimettere in discussione la mia storia personale. L’ho fatto nel ’91 con la fine del Pci e la nascita di Rifondazione, lo sto facendo adesso con la fine della Rifondazione del signor Bertinotti – perché chiamarlo compagno è un complimento che non si merita – e la nascita di un nuovo partito realmente comunista. Questo percorso l’ho attraversato anche in ambito sindacale con la Cgil. Faccio la scelta di aderire al vostro – al mio partito – perché credo che con questo centrosinistra non si possono fare accordi di nessun tipo e quindi la scelta fatta da Pc-Rol per la costituzione di un nuovo soggetto politico finalmente al fianco dei lavoratori è la scelta che coinvolge di più, sia in termini di militanza, ma anche in senso psicologico – fare scissioni mantiene giovani. Pc-Rol rappresenta tutto quello che nella mia vita di comunista ho sempre creduto: cioè la costruzione di un’altra democrazia dei lavoratori per i lavoratori.




Verso il congresso nazionale fondativo
Perché è indispensabile un nuovo partito

Francesco Ricci

Quando leggerete questo giornale saranno iniziati i primi congressi cittadini che si concluderanno in dicembre. Nei primi giorni di gennaio i delegati eletti localmente si riuniranno per gli atti costitutivi di un nuovo partito che è urgentemente necessario.
Tutto ciò che accade, tanto in Italia come nel resto del mondo, da Roma a Oaxaca, dimostra che senza un partito rivoluzionario internazionalista ogni lotta è destinata a essere sconfitta, lasciando vincitrice la borghesia e i suoi alleati "riformisti".

Se guardiamo ai fatti di queste settimane troviamo conferma di questa esigenza e della strada che abbiamo imboccato. A ogni piè sospinto dovremmo ripetere:
noi lo avevamo detto.


Il governo Prodi si è rivelato il miglior amico dei padroni. Con la sua Finanziaria difende in Italia quegli stessi interessi capitalistici che le sue truppe (che altri chiama "i nostri ragazzi") difendono in armi nelle missioni all'estero. E mentre taglia quel poco che è rimasto dello stato sociale, già prepara con la complicità delle burocrazie sindacali il sacco delle pensioni. Nessun governo è mai riuscito a fare tanto per la borghesia in così poco tempo.
Noi lo avevamo detto che i governi borghesi fanno le politiche della borghesia.

Rifondazione Comunista non condiziona il governo e le sue politiche ma è viceversa condizionata dalla sua partecipazione al governo. Il partito "di lotta e di governo" è già stato divorato da quello che la Gagliardi ha definito grottescamente "il governo di lotta e di mediazione". Sono bastati pochi mesi per trasformare l'intero gruppo dirigente in un plotone di complemento di Prodi. I migliori cantori del governo, i più grandi seminatori di illusioni sono tutti lì, in viale del Policlinico.
Noi lo avevamo detto che i partiti di sinistra se vanno al governo non possono fare altro che tutelare gli interessi delle classi dominanti.

Fino a qualche mese fa (ma qualcuno ci prova anche adesso) c'era chi vendeva le stesse illusioni governiste coprendole con la promessa di "più lotte" per poter "condizionare" il governo. Ora chiunque può vedere che non solo le lotte stentano a costruirsi su scala nazionale in assenza di un punto politico di riferimento ma è Rifondazione ad ostacolarle in ogni modo.
La vicenda del 4 novembre è da questo punto di vista esemplare: dopo la polemica con i Cobas (che è servita come scusa alla Cgil per defilarsi), Rifondazione ha usato tutto il suo peso... per spiegare che la manifestazione non era contro il governo e la sua Finanziaria ma solo "contro la precarietà", come se la precarietà fosse pioggia che cade dal cielo e non appunto il prodotto delle politiche del governo. Paolo Ferrero (che senza vergogna fa il ministro della Solidarietà sociale in un governo di rapinatori) lo ha detto chiaramente: dobbiamo "partecipare al corteo per evitare che tali posizioni acquistino egemonia". Quali posizioni? Quelle di "chi è dichiaratamente contro il governo." (1)
Noi lo avevamo detto che l'espressione "agenti della borghesia in seno al movimento operaio" che Lenin usava cent'anni fa non è per niente invecchiata.

Le minoranze del Prc vengono trascinate in questa deriva, senza possibilità di ostacolarne il corso. Votano la Finanziaria e le missioni militari; al più possono, di tanto in tanto, non partecipare a una votazione: ma a patto che ciò non ostacoli realmente il governo che anche loro sostengono. I loro gruppi dirigenti, per convincere i militanti riluttanti a rimanere nel partito, promettono grande battaglia... al prossimo congresso. Ma congresso di quale partito? I circoli si sono fermati (per non disturbare il governo) e i militanti torneranno a casa se non riusciremo tutti insieme a costruire un nuovo partito.
Noi lo avevamo detto che non c'era più spazio per una battaglia nel Prc e per questo (non certo per impazienza) ne siamo usciti, dopo avervi condotto all'interno una battaglia anti-riformista per quindici anni.

La deriva politica del Prc è stata costruita sapientemente dal gruppo dirigente bertinottiano negli anni, in un certosino lavoro di sostituzione di ogni riferimento di classe con i rifiuti dell'ideologia dominante. Ma nemmeno le minoranze sono rimaste immuni da questo virus. Per rendersene conto basta leggere su questo stesso numero il corsivo che dedichiamo a Erre-Sinistra Critica e al rapporto di amicizia di Malabarba con gli spioni del Sismi.
Noi lo avevamo detto che non c'è politica indipendente se ci si limita a fare l'"area critica" in un partito governista.

Il Pcl ferrandiano (che in teoria lavora come noi alla costruzione di un nuovo partito comunista) ha rinviato (forse al 2008, forse chissà) il suo congresso, anche se continua a fantasticare con i numeri, parlando di "centinaia di migliaia di adesioni" che se fossero vere (anche solo per la centesima parte) renderebbero urgente un primo congresso fondativo. Ma queste migliaia di militanti nessuno riesce a incontrarle, in nessuna città. L'unica cosa vera è che un guru e il suo gruppo, nella più totale assenza di strutture locali e di organismi nazionali, cerca di raggruppare attorno al suo ego chiunque si dichiari antibertinottiano. La mancanza di una base politico-programmatica rivoluzionaria hanno come effetto che sotto la stessa bandiera si raccolgono (peraltro pochi) sostenitori di posizioni inconciliabili. Aspiranti assessori e compagni giustamente contrari alla partecipazione alle giunte; burocrati sindacali e militanti in buona fede; stalinisti e maoisti dichiarati e trotskisti. In questo amalgama indigesto, il leader è già stato messo nuovamente in minoranza in alcune regioni. Il calo di visibilità mediatica ha fatto il resto e quel progetto è nei fatti già naufragato.
Noi lo avevamo detto che senza basi leniniste non si costruisce un partito comunista.

In ogni angolo del mondo esplodono lotte, anche a carattere rivoluzionario (come è il caso di Oaxaca in Messico, di cui parliamo in altre pagine). Ma l'assenza di partiti trotskisti e di un'internazionale rivoluzionaria non consentono a queste esperienze di vincere e di estendersi.
Noi lo avevamo detto che bisogna lavorare contemporaneamente alla costruzione del partito in Italia e internazionalmente.

Ma se avevamo detto e previsto tutto ciò non è perché siamo particolarmente bravi. E' solo perché parafrasando Newton siamo saliti sulle spalle di giganti: nel suo caso Keplero e Galileo, nel nostro Marx, Lenin, Trotsky e i tanti rivoluzionari anonimi che hanno lottato e hanno elaborato il marxismo in questi centosessant'anni.
Il Manifesto a Tesi e lo Statuto che discuteremo nei nostri congressi locali e nel congresso nazionale fondativo sono in realtà un tentativo (speriamo riuscito) di ridisegnare quegli assi cartesiani del marxismo rivoluzionario che sono indispensabili per individuare una politica realmente comunista. Tanto più oggi a fronte del fallimento evidente non solo della socialdemocrazia ma anche di ogni altro tentativo in centristica oscillazione tra riforme e rivoluzione.
Gli strumenti marxisti di analisi della società divisa in classi (e delle politiche degli Stati borghesi e dell'imperialismo); la strategia del programma per il potere della classe operaia e la teoria della rivoluzione permanente; l'uso del metodo del programma transitorio per intervenire attivamente in ogni lotta, politica e sindacale, con l'obiettivo di sviluppare la coscienza rivoluzionaria dell'avanguardia: queste sono le basi di cui abbiamo discusso, che non appartengono solo a noi ma a chiunque, a prescindere dal suo percorso individuale, voglia costruire una prospettiva socialista oggi e dunque sa che per fare questo occorre un partito.

Sì, perché un nuovo partito comunista è davvero necessario, indispensabile.
Dal nostro congresso di gennaio non nascerà il partito già pronto e finito: a noi non manca il senso della misura (e, a differenza di altri, non pensiamo di essere Napoleone). Ma avremo fatto un passo avanti molto importante. Avremo gettato le prime fondamenta di quel partito. La crisi congiunta del capitalismo e della socialdemocrazia (cioè di ogni ipotesi di preservare il capitalismo con l'illusione di una sua riforma) ci offriranno nella prossima fase nuovo e ulteriore spazio per la costruzione del partito, nel corso delle lotte che si svilupperanno (e che noi cercheremo di alimentare) contro l'attacco che la borghesia e il suo governo stanno sferrando al movimento operaio italiano.
Se sapremo lavorare bene, i primi risultati che abbiamo conseguito (una presenza in crescita in tante città; una struttura organizzativa funzionante; dei mezzi di comunicazione collaudati; un patrimonio di militanti e di forze giovani) daranno i loro frutti nelle prossime fasi dello scontro di classe. Come scriveva Lenin, il potere di qualche centinaio di militanti organizzati in un partito è superiore a quello di alcune migliaia privi di un programma rivoluzionario e di un partito coerentemente comunista.

(1) M. Bonaccorsi: "Il ministro Ferrero: 'Un forte movimento per obbligare il governo a rispettare il programma'.", Liberazione, 1 novembre 2006.



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