Partito di Alternativa Comunista

La lotta di classe non ha confini, siamo tutti clandestini!

La lotta di classe non ha confini, siamo tutti clandestini!
Intervista a Bachcu Siddique, presidente del Comitato Immigrati d'Italia

a cura di Leonardo Spinedi

Perché nasce e come si struttura il Comitato Immigrati in Italia?
Il Comitato Immigrati in Italia nasce sulla base di una necessità: nel 1990 esistevano molte associazioni di immigrati costituite sulla base del criterio di nazionalità; in questa situazione era molto difficile partecipare a riunioni di associazioni di nazionalità diversa dalla propria, per risolvere questo problema nel tentativo di dare una risposta unitaria ai bisogni degli immigrati alcune associazioni si riunirono con lo scopo di costituire una sorta di “coordinamento”. All’epoca, nel 1998, si chiamava associazione “Stranieri per gli stranieri”, che nel 2000 è diventata l’attuale CII. Nasce quindi come strumento in difesa dei diritti degli immigrati, e con l’intenzione di stabilire relazioni col movimento operaio e studentesco italiano, nell’ottica di essere parte attiva nelle loro lotte. E’ un organismo autofinanziato ed autorganizzato, e non è legato in maniera diretta a nessun partito politico.
C’è dunque un’esigenza reale di organizzazione in questo settore? Da dove nasce questa necessità?
Quest’esigenza c’è, e nasce dalla realtà dello sfruttamento; il CII vede il bisogno di lottare contro la discriminazione a cui i lavoratori immigrati sono sottoposti da parte delle istituzioni locali e nazionali: quelle nazionali approvano leggi barbare e discriminatorie contro gli immigrati (Turco-Napolitano e variante Bossi-Fini), e le istituzioni locali le interpretano, le applicano e le rendono effettive. Questi due aspetti (che gli immigrati vivono quotidianamente sulla loro pelle) dimostrarono che non era possibile difendere i diritti degli immigrati solo per via giuridica; per questo il CII lavora per difenderli tramite l’organizzazione della lotta, tramite la piazza e l’opinione politica, avendo sempre presente la necessità di lottare uniti con i lavoratori, gli studenti e i settori più sfruttati della società italiana.
Che ruolo giocano in questo processo i partiti della sinistra di governo?
In Italia, i partiti della cosiddetta “sinistra radicale” (inclusi i centri sociali più grandi) hanno iniziato tempo fa a discutere di autorganizzazione del movimento degli immigrati; ma quando questa è diventata reale, hanno preso posizione contro, perché questa autorganizzazione non dava loro la possibilità di avere visibilità, di mettere “il cappello” sul nostro movimento. Questo problema esiste fino ad oggi. L’esempio più concreto può essere questo: da aprile 2006 iniziarono assemblee in tutta Italia per la preparazione di una manifestazione nazionale degli immigrati, cui parteciparono anche partiti ed associazioni di sinistra (Prc, Arci, Rete Antirazzista…) che una volta arrivati “al dunque” si tirarono indietro e non scesero in piazza.
Qual è il vostro giudizio sull’attuale governo e sulla sua politica in materia di immigrazione?
Il governo attuale è la stessa cosa del governo precedente. Anzi, da un certo punto di vista è peggio, perché il vecchio era chiaramente nemico degli immigrati, mentre questo, presentandosi come “amico”, ha diviso gli immigrati in immigrati “bianchi” (dell’Est Europa, più vicini alla cultura italiana), immigrati regolari (stabili, noi li chiamiamo gli immigrati “profumati”) e immigrati sfruttati, che vengono attaccati quotidianamente. Noi viviamo la difficoltà di questa divisione, perché mentre prima si può dire che eravamo tutti nella stessa barca, ora, ad esempio, gli immigrati dell’Est Europa dicono: “siamo comunitari (?!), qual è il problema?”; quelli stabili si sentono integrati nella società italiana, mentre il settore maggioritario, più sfruttato, subisce quotidianamente attacchi dalla legge, dai padroni, dai proprietari di casa, dalla mancanza di assistenza sanitaria. Ha utilizzato la logica pericolosissima e purtroppo efficace del “divide et impera”; è un governo contro cui bisogna lottare.
Qual è il vostro giudizio sulle recenti manifestazioni di Roma e Milano?
A Roma il corteo è stato organizzato da immigrati e vi hanno partecipato gli immigrati; è stato un corteo vivo dall’inizio fino al comizio di chiusura. Era pieno di slogan, era rivendicativo e combattivo. Invece a Milano, gli immigrati hanno partecipato ma non hanno organizzato il corteo, e infatti dall’inizio alla fine c’è stata solo musica, e solo un gruppo di immigrati partiti da Roma hanno gridato slogan e hanno cercato di “dare voce” ad un corteo muto. Noi da Roma siamo partiti anche con le bandiere della Cgil, perché la Cgil si è fatta carico delle spese di viaggio, ma con l’intenzione di gridare e di dare voce ed informazione agli immigrati, non per camminare in silenzio come in una sfilata.
Pensi che il Partito di Alternativa Comunista potrà aiutare lo sviluppo della vostra lotta? Che impressione ti ha fatto il nostro congresso fondativo?
Se di alternativa si tratta, allora c’è la possibilità di aiutare il movimento degli immigrati; penso che il PdAC debba, rispettandone l’indipendenza, mettere il settore dell’immigrazione al centro della sua azione politica, perché parliamo del settore più sfruttato della classe, e perché i lavoratori immigrati hanno tanta rabbia dentro contro il capitalismo, i padroni ed i loro governi; i nostri rapporti possono avere sviluppi molto positivi. Il congresso è andato benissimo, l’informativa di Marceca è stata chiarissima ed utile per i militanti; diverse testimonianze di situazioni di lavoro, la discussione sull’immigrazione e quella sulla guerra hanno contribuito a farne un congresso davvero “vivo”. A differenza di tanti congressi già scritti e finti qui c’è stata una discussione vera.



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