Partito di Alternativa Comunista

Crisi Whirpool, nazionalizzazione unica soluzione

Crisi Whirpool, nazionalizzazione unica soluzione

 

 

 



di Dancelli Massimiliano (metalmeccanico)

 

 

 



La Whirpool è solo una delle oltre 160 crisi ancora sul tavolo del ministero per lo sviluppo economico (Mise), ma è recentemente finita sotto i riflettori, oltre che per la fama del marchio statunitense produttore di elettrodomestici e le dimensioni dell’azienda, perché i lavoratori dello stabilimento di Napoli hanno contestato duramente, con insulti e spintoni, i burocrati sindacali di Cgil, Cisl e Uil, accusati (giustamente come vedremo in seguito) di aver ingannato gli stessi con false promesse.

Una crisi iniziata nel 2015
A settembre del 2015, subito dopo aver investito 10 miliardi di dollari per acquisire la concorrente italiana Indesit, l’azienda, che ha diversi stabilimenti nel territorio nazionale da nord a sud, per rientrare da perdite causate da una mala gestione manageriale, vara un piano industriale per l’Italia con scadenza a fine 2018, che prevede 2060 esuberi su 6000 addetti complessivi,(1) con la chiusura definitiva dei siti ex Indesit di Carinaro e Teverola nel casertano oltre che al polo logistico di None in Piemonte. L’azienda non è nuova a operazioni di questo tipo: già nel 2013 chiuse uno stabilimento a Trento dove persero il lavoro 500 operai e circa 300 nell’indotto, due stabilimenti in Germania, uno in Francia e uno in Svezia. I lavoratori e gli stessi sindacati non si fidano dell’azienda che temono voglia lasciare l’Italia e si organizzano subito nella lotta. Nell’autunno del 2015 oltre un migliaio di lavoratori, giunti da tutti gli stabilimenti italiani, invadono le strade di Gavirate (Varese) per protestare davanti all’allora quartier generale italiano dell’azienda. La protesta si svolge pacificamente in un clima di unità e solidarietà tra tutti i lavoratori del gruppo, facendo fallire l’intento padronale di dividere gli operai tra nord, dove vengono promessi investimenti e ampliamenti nel succitato piano, e il sud dove invece vengono concentrati gli esuberi. Ma i lavoratori come spiegato prima, non si fidano di un’azienda tanto volubile nel prendere le proprie decisioni e proseguono unitariamente la propria lotta e questo porta alla firma di un accordo per un nuovo piano industriale, che prevede: la cessazione a terzi del sito di None e di Teverola e la riconversione a polo logistico per i pezzi di ricambio del gruppo dello stabilimento di Carinano; gli esuberi saranno gestiti tramite prepensionamenti ed incentivi fino a 65.000 euro per l’esodo volontario. A fine 2018 viene presentato un piano aziendale valido per il triennio successivo, molto simile al piano precedente per assorbire entro il 2021 tutti i 2060 esuberi previsti. Ma sette mesi dopo la firma al Mise del nuovo piano, l’azienda rompe ogni accordo e annuncia la chiusura definitiva dello stabilimento di Napoli entro il 31 ottobre 2020. Subito riesplode la protesta, sit-in davanti al Mise, sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo il 25 settembre 2019 e manifestazione nazionale a Roma il 4 ottobre organizzata da Fim, Fiom e Uilm.(2)

Governo, burocrazie sindacali e la rabbia dei lavoratori
Come sempre accade in questi casi, il governo, che difende solo gli interessi della borghesia, la propria classe di riferimento, non esita ad elargire moneta sonante al padrone per far sì che non ci rimetta un euro quando la sua fabbrica è in difficoltà. A ottobre dello scorso anno il ministro Di Maio ha offerto 17 milioni a Whirpool sotto forma di sgravi fiscali per non chiudere lo stabilimento di Napoli, alimentando false speranze nei lavoratori. Anche le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil, solitamente complici del governo o aperte sostenitrici come nel caso dell’attuale esecutivo giallo-rosso (vedere tutte le ultime dichiarazioni di compiacimento di Landini verso il premier Conte), contribuiscono a creare false aspettative tra i lavoratori, raccontando loro che le cose si risolveranno appena arriverà un nuovo padrone. E mentre i lavoratori aspettano invano che arrivi una soluzione, li costringono a ricorrere agli ammortizzatori sociali, con conseguente perdita di salario per gli stessi e aggravio sui conti pubblici, e quindi ancora sulle tasche dei medesimi. Nel caso della Whirpool, il tempo e la pazienza dei lavoratori sono finiti. Le promesse fatte dall’azienda con l’assicurazione di governo e funzionari sindacali sono già state disattese due volte, nel 2015 e a fine 2019, per questo i 300 lavoratori dello stabilimento napoletano che a fine gennaio erano davanti al Mise ad attendere l’ennesima risposta negativa, all’uscita dei funzionari sindacali Palombella (Uilm), Re David (Fiom) e Bentivogli (Fim), li hanno contestati al grido di «venduti-venduti», aggredendoli con spintoni e l’invito a fare «fatti» e non «promesse». Messi alle corde, i tre hanno lanciato subito la mobilitazione con sciopero per tutti gli stabilimenti del gruppo. I lavoratori e le lavoratrici, riuniti nelle successive assemblee, hanno votato per proseguire la lotta, che sarà unitaria con la partecipazione anche dei lavoratori degli stabilimenti che non sono attualmente sotto minaccia di chiusura, e che dovrà culminare in una grande manifestazione nazionale a Pero sotto la nuova sede amministrativa italiana della Whirpool.

Nazionalizzazione, unica soluzione
Come già dimostrato anche in altre vertenze, non c’è soluzione all’interno di questo sistema basato sul profitto perché queste crisi aziendali si concludano in maniera favorevole per i lavoratori. Come insegna molto bene tutta la storia della vertenza Alitalia, anche quando l’azienda viene ceduta ad un altro padrone, primo non vengono risparmiati gli esuberi, secondo viene decurtato lo stipendio dei lavoratori che restano e terzo appena i profitti diminuiscono, si torna daccapo. Le aziende in crisi devono essere espropriate e nazionalizzate senza indennizzo, il padrone si è già arricchito a sufficienza sulle spalle dei lavoratori, e devono essere poste sotto la stretta vigilanza dei lavoratori, affinché si eviti che qualcuno possa specularci in qualche modo. Ribadiamo, questa è l’unica soluzione a tutte le crisi aziendali: nazionalizzazione sotto controllo operaio di tutte le fabbriche che chiudono! Noi del Partito di Alternativa Comunista esprimiamo la nostra solidarietà ai lavoratori Whirpool e saremo al loro fianco nelle prossime iniziative che verranno messe in campo.

Note
1) La multinazionale statunitense Whirpool, nel 2017 vantava un fatturato di 21,25 miliardi di dollari con un utile netto di 350 milioni di dollari e 90.000 dipendenti, dislocati nei vari stabilimenti nel mondo, con produzione principalmente in Europa, Asia e Africa. Whirpool Emea (il segmento europeo) risulta in perdita da oltre 10 anni, nel 2017 fatturava 5 miliardi di dollari con 15 stabilimenti e 24.000 dipendenti nei vari stabilimenti europei (6 in Italia).
2) Le sigle sindacali dei metalmeccanici facenti riferimento nell’ordine a Cisl, Cgil e Uil.







 

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