Partito di Alternativa Comunista

IL SIGNIFICATO DEL VOTO ABRUZZESE

IL SIGNIFICATO DEL VOTO ABRUZZESE
La corruzione dilagante nei poli borghesi; la crisi della sinistra riformista;
la deriva opportunista del centrismo
 
 
 
di Valerio Torre
 
Dopo quello che è stato definito lo “tsunami” elettorale dello scorso aprile, le elezioni regionali in Abruzzo sono state viste come un vero e proprio primo test: dal Pdl berlusconiano, che voleva verificare direttamente “sul campo”,
e non attraverso i soliti sondaggi, la tenuta della coalizione governativa, impegnata in una difficile gestione della crisi economica sul piano nazionale; dal Pd – già duramente segnato dallo scandalo giudiziario che aveva portato all’arresto di Ottaviano Del Turco, con la conseguente caduta dell’amministrazione regionale abruzzese ed il voto anticipato, e da quelli frattanto scoppiati in Toscana ed in Campania (1) – che intendeva mettere alla prova il proprio “peso” elettorale di principale partito d’opposizione a Berlusconi sondando la credibilità della leadership di un Veltroni alle prese con gli innumerevoli problemi dei delicati equilibri fra gli eredi dei Ds e della Margherita; dall’Idv di Antonio di Pietro, che voleva invece misurare la propria capacità attrattiva nei confronti di settori dell’elettorato scontenti dell’opposizione tiepida e dialogante al governo da parte del Pd, riequilibrando così a proprio favore l’alleanza con quest’ultimo; infine, dai resti della sinistra Arcobaleno (Prc, Pdci, Verdi e Sd), alle prese con problemi di autentica sopravvivenza (una burocrazia cresciuta a dismisura negli anni, che oggi si trova a fare i conti con la mancanza delle risorse provenienti da una presenza parlamentare ormai svanita) e che cercava nell’esito elettorale la conferma che, dopo il tunnel del 13 e 14 aprile, poteva cominciare ad intravvedersi un po’ di luce.
 
 
I dati elettorali
In un quadro così sinteticamente descritto, l’esito del voto ci consegna parecchi elementi di riflessione.
Il principale, segnalato da tutti i commentatori, è quello di una gigantesca astensione di massa: solo il 52,97% dell’elettorato si è recato alle urne, con un crollo a fronte della partecipazione (68,60%) alle regionali del 2005 (2) che regalarono all’Unione l’elezione di Ottaviano Del Turco: la defezione di ben 185.000 elettori in più, rispetto alla precedente, ha caratterizzato questa tornata.
Indubbiamente, lo scandalo giudiziario che ha portato all’arresto di Del Turco ha attraversato soprattutto l’elettorato di centrosinistra. Il Pd in particolare, principale “azionista” della coalizione che si opponeva al candidato berlusconiano, ha visto precipitare i propri consensi dai 259.000 di Ds e Margherita nel 2005 agli attuali 106.000. Va aggiunto che solo nell’aprile scorso le politiche assegnavano al Pd un risultato di ben 277.000 voti.
Il Pdl, che capeggiava la coalizione di centrodestra vincitrice, ha beneficiato del consenso di circa 191.000 elettori, sostanzialmente confermando – con una lieve flessione – il voto delle regionali del 2005 (199.000).
L’Idv di Antonio Di Pietro ha conseguito un risultato strabiliante, passando dai circa 18.000 della scorsa tornata agli oltre 81.000 consensi di oggi, quasi quintuplicandoli.
Quanto ai partiti della c.d. “sinistra radicale”, il Prc ha avuto 15.000 voti; 10.000 il Pdci e 12.000 sono andati ad una lista comune di Verdi e Sd. Anche in questo caso, il raffronto con la tornata del 2005 è estremamente negativo. Se è vero che, rispetto alla debacle dello scorso mese di aprile (3), c’è stato un recupero complessivo di 11.000 voti circa, va rimarcato che, rispetto alle regionali di soli tre anni fa, Rifondazione perde 21.000 voti ed 11.000 ne perdono i Comunisti Italiani; mentre i Verdi, da soli, ebbero allora quasi 15.000 voti: oggi, presentandosi insieme a Sd, registrano una perdita di circa 3.000 voti.
 
 
L’esito politico del voto in generale…
Questi i dati. Non è nostra intenzione affrontare un’analisi del voto con i crismi dell’affidabilità scientifica, dal momento che l’esame dei flussi elettorali è operazione molto complessa per l’economia di un breve articolo di commento politico. Nondimeno, non può essere sottaciuta la sorprendente sovrapponibilità di alcuni numeri, che danno un senso – appunto – politico alla lettura del voto abruzzese.
L’astensione di 185.000 abruzzesi rispetto alle scorse regionali, a fronte della perdita, da parte del Pd, di ben 153.000 preferenze, indica senza dubbio come una parte rilevantissima dell’elettorato del centrosinistra abbia scelto di non andare a votare. L’enorme balzo in avanti del partito di Di Pietro denota una tendenza dell’Idv a “pescare” i propri consensi all’interno della sua stessa coalizione, penalizzando proprio il partito di Veltroni. La stessa significativa retrocessione dei partiti della sinistra governista (Prc, Pdci, Verdi e Sd) rende manifesti gli effetti dell’astensione nel loro elettorato tradizionale.
C’è, dunque, un’evidente ridislocazione del voto sostanzialmente a favore di Di Pietro, che incarna un giustizialismo ed un populismo in grado di rappresentare a livello nazionale un’apparente alternativa rispetto all’opposizione del Pd a Berlusconi vista come scialba e conciliativa: il messaggio semplice e diretto, popolarizzato dal linguaggio colorito dell’ex Pm, è in grado di catalizzare il consenso di settori dell’elettorato di centrosinistra delusi dal “ma anche” di Veltroni.
 
 
… all’interno del Prc …
All’interno di Rifondazione Comunista la lettura del voto abruzzese ha fotografato la situazione di un partito dilaniato dalle vicende interne di questi ultimi mesi, a partire dalla scomparsa in parlamento. Fa sorridere vedere ognuna delle due componenti tirare dalla sua il risultato elettorale per dimostrare la giustezza delle rispettive posizioni di separati in casa (per quanto ancora?).
E così, mentre da un lato Ferrero si affretta a definire positivo il voto del Prc e di una sinistra che, nel suo complesso, “divisa prende più voti che unita”, così intendendo affossare definitivamente ogni residua suggestione arcobalenista nel suo partito (però non ci risulta una sua opposizione, né tiepida né feroce, quando il Bertinotti-pensiero teorizzò quel cartello elettorale); dall’altro, la minoranza vendoliana si affanna ad evidenziare la vertiginosa perdita di consensi che da tempo sta colpendo Rifondazione per sostenere, al contrario, che è necessario creare un nuovo e moderno partito “della sinistra” (il comunismo essendo ormai, si sa, una “parola impronunciabile” secondo Bertinotti). Però, nessuna delle due componenti che si stanno spartendo i resti del Prc mette minimamente in discussione le alleanze col Pd, di cui, con modalità differenti, entrambe vogliono essere l’ancella fedele.
 
 
… e fra i centristi (alle prese con una sempre più marcata subordinazione)
Le elezioni abruzzesi sono anche state, per il solipsistico Pcl di Ferrando, l’occasione per fare un po’ di “vetrina”.
Dire che il risultato è stato negativo è poco. Non solo e non tanto per i numeri, in vistoso calo rispetto alle precedenti politiche (2.018 voti di lista contro i 6.243 dell’aprile 2008:  e ciò in una tornata in cui era presente, a differenza di oggi, anche l’altro partito centrista, Sinistra Critica); quanto per il dato politico.
Infatti, una situazione in cui non veniva presentata agli elettori nessuna reale e credibile alternativa di classe, in cui lo scontro era principalmente fra tre ex democristiani (oltre ad un fascista dichiarato come Bontempo, er pecora) ed in cui la delusione di ampi settori di elettorato nei confronti del centrosinistra nel suo complesso (inclusa Rifondazione) era palpabile, quella situazione, dunque, poteva costituire un’occasione unica, con un terreno d’intervento propagandistico enorme per un partito realmente rivoluzionario che intende costruirsi nelle lotte invece che nelle elezioni e sulle pagine (ormai poche, in verità) di qualche giornale e fra le righe di qualche agenzia di stampa.
Ebbene, quel partito non c’era. Al suo posto c’era quello di carta di Ferrando ed il risultato elettorale lo sancisce impietosamente, dato che il Pcl non intercetta assolutamente nulla dell’elettorato ripiegato invece nell’astensione.
Lo sottolinea, velenosamente, anche l’altro partito centrista, Sinistra Critica, con una dichiarazione di una sua dirigente nazionale, in una reciproca gara – che ha avuto inizio in occasione delle politiche dell’aprile scorso – a scaricare sull’organizzazione concorrente le responsabilità per il mancato confezionamento di una “lista unitaria anticapitalista”.
Al contrario, noi lo sottolineiamo per una ben differente ragione: per evidenziare, cioè, che persino sul terreno elettorale, il centrismo di queste due organizzazioni non paga.
Ciò che invece “paga”, su un ben diverso terreno, vale a dire quello economico, è l’incredibile atteggiamento di subordinazione da parte di questi centristi alla sinistra governista da cui sono usciti.
Qualcuno aveva notato che, da un po’ di tempo, articoli di Salvatore Cannavò, uno dei principali dirigenti di Sc, vengono pubblicati dal quotidiano di Rifondazione, Liberazione, il cui direttore, Sansonetti, ne ha poi spiegato la ragione: dopo la fine della sua “esperienza parlamentare”, Cannavò è stato riassunto dal giornale, che, quindi, di fatto, finanzia il dirigente di un altro partito (lo stesso Cannavò ha rivendicato il suo ruolo -anche dopo la scissione dal Prc- di efficiente giornalista di Rifondazione in una appassionata lettera a Liberazione).
E neanche gli altri centristi, il Pcl di Ferrando, che pure criticano Sinistra Critica presentandosi come "l'unica sinistra", sono esenti da una siffatta subordinazione. L’autodefinitasi “sinistra che non tradisce” lo fa evidentemente solo fuori dell’orario d’ufficio. Dalle 9 alle 17, uno dei quattro membri del suo Esescutivo nazionale (oggi candidato a sindaco di Bologna)  lavora come stipendiato dal gruppo consiliare di Rifondazione Comunista in regione Emilia Romagna: nell'ufficio del gruppo risponde alle lettere e alle telefonate a nome del Prc e ne argomenta le scelte governiste in regione...
Questa subordinazione scandalosa integra insomma una delle caratteristiche dei partiti centristi, che ad ogni latitudine rappresentano un ostacolo all’emancipazione, all’autonomia ed all’indipendenza della classe operaia, e non costituiscono per essa una valida alternativa. Neanche sul terreno elettorale.
 
 
Note
1 Ma non ancora colpito dallo scandalo di Pescara, che sarebbe invece scoppiato il giorno dopo le elezioni con l’arresto del sindaco, e da quello di Potenza, dove è stato arrestato un deputato del partito di Veltroni.
2 Anche il raffronto con le politiche di pochi mesi fa è significativo: nell’aprile del 2008 è andato a votare l’81% dell’elettorato.
3 Quando i quattro partiti, insieme nell’Arcobaleno, raccolsero 26.000 voti nella circoscrizione Abruzzo.

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