Partito di Alternativa Comunista

Rassegna stampa: il Corriere del 15 febbraio 2006

Dal Corriere della Sera del 15/02/2006:


«Ferrando fuori dalla lista» Il Prc avvia la procedura

La segreteria: non si candidi. La minoranza è con lui


 «Ci stanno umiliando ma non mi piego: con me 4 su 10»

 LO SFOGO DEL TROTZKISTA ROMA


 

Dal Corriere della Sera del 15/02/2006:

«Ferrando fuori dalla lista» Il Prc avvia la procedura
La segreteria: non si candidi. La minoranza è con lui.

La sua componente appoggerà l' esclusione: così non vota la fiducia POLITICA E SCHIERAMENTI. CANDIDATI E POLEMICHE ROMA - La decisione era nell' aria, anticipata da quella parola, «incompatibilità», ripetuta più volte da Fausto Bertinotti. Ieri la comunicazione ufficiale: la segreteria di Rifondazione comunista ha chiesto la revoca della candidatura di Marco Ferrando, uno dei leader della minoranza interna, finito nella bufera dopo le dichiarazioni su Israele e l' attentato di Nassiriya. IL CASO - A decidere se cancellare o meno Ferrando dalle liste sarà il Comitato politico del partito. Composto da oltre 200 membri, non sarà convocato «per mancanza di tempo», visto che venerdì la segreteria intende chiudere il caso, ma si procederà ad una «consultazione telefonica». Un metodo che scatena le proteste delle minoranze del partito, che chiedono la riunione dell' organismo politico e comunque annunciano la loro contrarietà alla revoca della candidatura di Ferrando: «Non firmeremo la proposta, è una scelta sbagliata. Al di là delle cose che ha detto, è giusto che un esponente della minoranza abbia una rappresentanza in Parlamento», sottolinea Claudio Grassi, leader dell' area dell' Ernesto. «Non condividiamo le sue posizioni, che però non riteniamo lesive per Rifondazione. Bisogna salvaguardare la vita interna al partito, non si può risolvere la faccenda con qualche telefonata», concordano Gigi Malabarba e Salvatore Cannavò della Sinistra critica. Aderirà invece alla proposta di revoca proprio la componente di Ferrando, Progetto comunista. Pienamente d' accordo con le sue dichiarazioni su Israele e Iraq, ne ha però sempre criticato la candidatura visto che, una volta eletto, dovrà votare la fiducia al governo Prodi, spiega il portavoce Francesco Ricci: «Ferrando sostiene di avere il sostegno del 41% del partito e cioè di tutte e tre le minoranze, ma questa è un' affermazione grottesca». Stando così i numeri, l' iniziativa di Bertinotti sembra destinata ad avere buon esito e venerdì la segreteria dovrebbe ricevere dal Comitato la delega a sostituire il nome di Ferrando, capolista al Senato in Abruzzo. Raccontano che lui stesso abbia cercato di far cadere la scelta sul suo braccio destro, Franco Grisolia, ma la richiesta sarebbe stata fermamente respinta. La candidatura dovrebbe invece passare ad un esponente della maggioranza, magari già in lista ma in posizione svantaggiata (circolano i nomi di Livia Menapace e Emilio Molinari). PRODI - Nel frattempo il centrosinistra, che aveva sollecitato Bertinotti ad espellere il leader trotzkista dalle liste per le Politiche, tira un sospiro di sollievo. «Le dichiarazioni di Ferrando sono folli, sbagliate e incoscienti», aveva detto ieri mattina Romano Prodi, prima che Rifondazione annunciasse la richiesta di revoca della candidatura. Una decisione «che può essere utile», commenta poi il leader dell' Unione, pur sottolineando «che i partiti scelgono autonomamente e Fausto farà le sue valutazioni». «Mi pare assolutamente necessario rispondere con un gesto serio - osserva Sandro Curzi -. Ha ragione Bertinotti e tutti coloro che sollecitavano grande coerenza: la posizione di Ferrando non è assolutamente condivisibile e il danno provocato dalle sue dichiarazioni è notevole. Mi dispiace per lui, perché è una persona di solito molto attenta». Toni assai diversi usa il Pdci: «Bertinotti ha subito il diktat di Fini», accusa Marco Rizzo, mentre Pino Sgobio parla di «chiasso sproporzionato e tardivo. Ferrando ha sempre detto quelle cose, dovevano pensarci prima». L. Mi. LE ANIME DEL PRC IL SEGRETARIO Fausto Bertinotti è stato rieletto segretario del Prc con il 62% di voti. Votarono contro la sua rielezione, a marzo, gli esponenti delle 4 mozioni di minoranza AREA ERNESTO Ala dell' opposizione interna affezionata all' ortodossia del vecchio Pci ma considerata di «destra» dall' area trotzkista (la mozione ottenne il 25%) I TROTZKISTI Contrari a un accordo con l' Ulivo, al congresso presentarono tre mozioni. Quella di Ferrando ottenne il 6,4%, quella di Malabarba il 6,6% e quella di Bellotti l' 1,7%
Michilli Livia



Il Professore: folli e dannose le sue parole su Nassiriya
«Ci stanno umiliando ma non mi piego: con me 4 su 10»
LO SFOGO DEL TROTZKISTA ROMA
È l' ora di pranzo quando Marco Ferrando viene convocato nella sede di Rifondazione comunista, in viale del Policlinico. Lo attende il capo dell' organizzazione del partito, Francesco Ferrara, ma il leader trotzkista sa già cosa accadrà: è stato Fausto Bertinotti, al telefono da Strasburgo, ad annunciargli poco prima la decisione della segreteria di chiedere la revoca della sua candidatura. Decisione che lui considera «un atto grave, un passo indietro». Di più: «Una capitolazione ai diktat di forze e personaggi estranei al Prc». Perciò a ritirarsi in buon ordine non ci pensa affatto, anzi: «Daremo battaglia in tutti gli organismi di partito, coinvolgeremo la base e i circoli». Ce l' ha con Romano Prodi, Massimo D' Alema, Gianfranco Fini. Solo per citare alcuni dei tanti che in questi giorni hanno tuonato contro le sue dichiarazioni su Nassiriya e che, soprattutto, hanno sollecitato Bertinotti ad adottare provvedimenti: «Il partito rischia di subire un' umiliazione pubblica e la sua stessa sovranità politica è in pericolo di fronte a queste pressioni indebite, grottesche ed umilianti». Pressioni come quelle andate in onda l' altra sera a Matrix, con lui protagonista del tiro incrociato tra Fini e D' Alema: il primo ad esortare il centrosinistra a non portarlo in Parlamento, il secondo ad accusarlo di voler favorire la vittoria di Berlusconi. Ferrando sorride amaro: «La proposta di revoca della mia candidatura avviene sotto l' ingiunzione pubblica di un ministro degli Esteri di un governo in guerra e di un ex presidente del Consiglio già promotore di guerre umanitarie». Perciò, manco il tempo di sbattere il portone di via del Policlinico e parte al contrattacco. «Compiacere queste pressioni significherebbe rinunciare alla più elementare sovranità politica e dimostrare una volta di più il carattere subalterno della nostra collocazione nell' Unione - accusa Ferrando -. Vorrebbe dire che Rifondazione serve solo a proteggere il fianco sinistro della coalizione e che deve liberarsi dei candidati poco presentabili nei salotti buoni della borghesia e del capitalismo italiano, perché chi comanda sono loro, i D' Alema e i Prodi». Insiste: «Non è mai accaduto in tutta la storia del partito che le scelte sulle candidature venissero subordinate a intimidazioni e minacce di forze ostili». Genovese, classe 1955, nemmeno un mese fa era stato designato da Bertinotti capolista per il Senato in Abruzzo. Lui, professore di storia e filosofia che negli anni ' 70 militava tra le fila di Lotta comunista, gruppo di estrema sinistra, diventato alla fine dei ' 90 il leader di una delle tre minoranze interne al Prc, Progetto comunista, che conta il 7% dei consensi nel partito. Sempre assai critico con il segretario e la linea della maggioranza: sul Medio Oriente e l' Iraq, appunto, ma anche sui rapporti da tenere con la coalizione. Giusto venerdì scorso, alla direzione del partito, aveva tuonato contro la decisione di sottoscrivere il programma dell' Unione, definito «il menù delle classi dirigenti del Paese», chiedendo che il tomo fosse sottoposto ad un referendum tra i militanti. Parole che avevano irritato Bertinotti, diventato poi furibondo per le dichiarazioni su Israele «Stato artificiale» e l' attentato di Nassiriya «che fu un caso di resistenza armata». Niente affatto pentito, Ferrando tiene duro e contesta la richiesta della segreteria di revocargli la candidatura. Oltre che nel merito, pure nel metodo: «E' grottesco che il Comitato politico venga sentito per telefono, uno ad uno. Non mi pare una grande prova di democrazia... Forse non sono sicuri del risultato di questa consultazione». Intende chiedere la convocazione dell' organismo politico e pure il voto, confidando nei numeri: «Il 41%, cioè l' insieme delle tre minoranze interne al partito, non ha intenzione di recedere dalla mia candidatura e credo che anche qualche bertinottiano avrà qualcosa da ridire». Per la verità, larga parte della sua componente (10 membri su 17) si è schierata sin dall' inizio contro la sua scelta di varcare le soglie del Parlamento, criticandolo per aver assunto l' impegno a rispettare la disciplina del gruppo parlamentare, qualora venisse eletto, e quindi a votare la fiducia al governo Prodi. Ora annunciano che non cambieranno posizione e però lui va dritto come un treno ed è pronto ad ingaggiare un braccio di ferro con Bertinotti: «Faremo una grande battaglia, una vera e propria campagna contro la proposta della segreteria». Ad abbandonare il campo non ci pensa nemmeno: «Io passare al Pdci? Ma per piacere, è una cosa impensabile!». E scansa con un moto di fastidio anche lo scenario di una scissione: «Spero piuttosto che il partito non faccia la scissione dalle sue ragioni politiche e sociali, avventurandosi con Prodi e i banchieri dell' Unione. Io voglio salvarlo dalla deriva politica, voglio salvarne l' autonomia». E lancia il guanto di sfida: «Vedremo quali reazioni si manifesteranno nel corpo del partito, nella base, nei circoli. Li chiameremo a pronunciarsi su una questione di elementare decenza democratica. E non si illudano che questa vicenda si risolverà venerdì». Livia Michilli NIENTE SCISSIONE Ferrando esclude per ora ipotesi di scissione: «Spero che il partito non faccia la scissione dalle sue ragioni politiche» CONTRATTACCO Ma il leader trotzkista garantisce: «Daremo battaglia in tutti gli organismi di partito, coinvolgendo la base e i circoli»
Michilli Livia

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