Partito di Alternativa Comunista

Dopo la scomparsa della sinistra governista che faceva gli interessi dei padroni

COSTRUIAMO UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Ripartiamo dalle lotte per cacciare Berlusconi

 

Fabiana Stefanoni

 

Il tempo di raccogliere i frutti di quanto si è seminato è infine arrivato. Dopo che per due anni la sinistra governista - Rifondazione comunista, Verdi, Comunisti Italiani in primis - ha sostenuto attivamente e diligentemente il governo di Confindustria, i nodi sono arrivati al pettine. Le elezioni politiche hanno sancito la morte della Sinistra Arcobaleno, il cartello elettorale che raggruppava le forze della sinistra radicale di governo e che ha candidato alla presidenza del Consiglio Fausto Bertinotti. A nulla sono valsi i disperati tentativi di riprendere credibilità allo scoccare dell'ultima ora: i lavoratori, a differenza di quello che pensano ministri e burocrati riformisti, non hanno memoria breve. Non basta qualche distinguo nell'aula parlamentare alla vigilia del voto per cancellare due anni di sostegno incondizionato e appassionato a finanziarie lacrime e sangue, all'aumento delle spese militari, al finanziamento delle missioni coloniali, all'aumento dell'età pensionabile, ai taglia alla scuola pubblica e ai finanziamenti alle scuole private, a decreti razzisti. La fedeltà di Rifondazione comunista e delle altre forze dell'Arcobaleno a tutte le manovre padronali ha portato prima allo sfaldamento del quadro militante di quei partiti, per poi tradursi persino nella perdita di un bacino elettorale che, seppur con varie oscillazioni, ruotava attorno all'11% (sommando le percentuali ottenute dai partiti che compongono l'Arcobaleno alle scorse elezioni politiche). Oggi la Sinistra Arcobaleno si ferma al 3% e perde ogni rappresentanza parlamentare. Al di là delle sirene del voto utile di Veltroni - che avranno sicuramente attratto parte di quell'elettorato, incapace, a causa di un'omogeneità di fatto, di distinguere tra Pd e socialdemocrazia - gran parte dei delusi dalle politiche governiste ha optato per l'astensione.

 

Costruiamo le lotte per cacciare il governo reazionario

 

Le politiche antioperaie del governo Prodi, con la conseguente perdita del potere d'acquisto dei salari e l'impoverimento di fette crescenti della popolazione, hanno aperto la strada alla vittoria della destra populista e reazionaria. L'ampia affermazione, anche tra gli operai, della Lega Nord - che non a caso, oltre a riproporre la solita retorica xenofoba, ha fatto appello al voto dei lavoratori tartassati dal precedente governo - è il frutto acerbo di due anni di politiche di sostegno ai profitti di pochi e di sistematico attacco ai lavoratori. La collaborazione attiva a queste politiche da parte della sinistra riformista, Rifondazione in primis, oltre a decretarne il fallimento, ha privato i lavoratori di un punto di riferimento per le loro rivendicazioni: la politica concertativa delle burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil in combutta con la cosiddetta sinistra radicale di governo ha determinato il più basso numero di ore di sciopero, a fronte del più pesante attacco ai diritti dei lavoratori. Addirittura, si è arrivati a mettere in discussione conquiste storiche della classe operaia, come il contratto collettivo nazionale di lavoro. Tutto questo è avvenuto senza nemmeno l'ombra di un grande sciopero generale (se escludiamo quelli indetti dal sindacalismo di base, necessariamente minoritari).

Si tratta, fin da subito, di rilanciare la battaglia per cacciare il governo delle destre, costruire comitati di lotta in tutti i luoghi di lavoro e nei quartieri per fermare gli scontati attacchi del governo, con l'obiettivo di un grande sciopero generale per l'aumento dei salari, la cancellazione delle leggi precarizzanti, l'aumento delle pensioni. Ma, per costruire le lotte e contrastare il radicamento della destra populista, serve un partito comunista con influenza di massa, che oggi non esiste. Occorre un partito rivoluzionario che indichi come unica via d'uscita credibile dalla crisi l'abbattimento del sistema capitalistico, la costruzione di un governo dei lavoratori, che dia ai lavoratori il controllo dell'economia e della produzione; che intervenga nelle lotte attuali - per il salario, le pensioni, le condizioni di lavoro - per legarle a quella prospettiva di alternativa di società.

 

Dopo il fallimento del riformismo, serve una sinistra rivoluzionaria

 

Ora che l'Arcobaleno è morto, assisteremo al risorgere di cadaveri semistalinisti pronti a impugnare la falce e martello per "ricostruire una sinistra comunista": già il giorno dopo le elezioni, i vari Diliberto e Rizzo si ricordavano che in Italia esistono "compagni comunisti" cui dare una rappresentanza politica. Dopo aver percorso, con esito fallimentare, la strada del riformismo, si pensa di ingannare i lavoratori procedendo nello stesso verso ma con una veste nuova. Di fatto, si ripropone la stessa minestra, quella della collaborazione di classe: guadagnare i lavoratori alla prospettiva di un nuovo governo dei padroni. Il vero fallimento della Sinistra Arcobaleno non sta tanto nell'esito elettorale, ma nel fatto che dopo due anni di governo Prodi i rapporti di forza si sono spostati a netto vantaggio dei padroni, che hanno incassato i più alti profitti della storia (basta pensare agli incassi della Fiat, che ha di recente rivendicato i più alti utili della storia).

Il settarismo e l'autoreferenzialità di Sinistra critica e del partito di Ferrando hanno fatto in modo di sprecare un'occasione storica per la sinistra anticapitalista: quella di presentare un cartello elettorale o una lista comune, su una piattaforma di classe, a sinistra dell'Arcobaleno, come da noi proposto. Questo avrebbe permesso di offrire ai lavoratori un'alternativa elettorale credibile ai tanti lavoratori delusi dalle politiche filopadronali dell'Arcobaleno. Soprattutto, avrebbe permesso a tutti di ripartire "in piedi" per costruire le lotte dei mesi futuri. Così, Sc e Pcl, nonostante gli "inciuci" elettorali con parlamentari che hanno votato guerre e finanziarie, si sono assestate, nonostante i proclami alla vigilia del voto, su un misero 0,4-0,5%. Ovviamente, la caricatura di una sinistra comunista che si presenta confusa, divisa e con supposizioni di autosufficienza non ha convinto i lavoratori, che hanno optato per l'astensione.

Si tratta ora di ripartire per offrire ai lavoratori, tartassati da decenni di politiche antioperaie, una sinistra rivoluzionaria, indisponibile ad alleanze di governo e a compromessi coi padroni, che sappia intervenire, con militanti in carne e ossa, nei luoghi di lavoro e di studio, nei sindacati, nei movimenti di lotta per una prospettiva socialista, l'unica prospettiva credibile di fronte alle spirale di guerre e miseria in cui il capitalismo sta trascinando l'umanità. Non servono riedizioni del riformismo, in salsa stalinista o riformista, ma occorre un partito trotskista, di militanti, che sappia coniugare il rigore e la serietà nella costruzione con la capacità tattica di intervenire in un quadro politico e sociale nuovo. Il nostro impegno sarà in questa direzione, a partire dalla costruzione di una forte opposizione al governo Berlusconi.

Lotta di liberazione palestinese

La resistenza palestinese a un bivio

 

Davide Margiotta

 

Una inchiesta della rivista americana Vanity Fair ha recentemente dimostrato come l'amministrazione Bush avrebbe tentato di organizzare un golpe contro Hamas. L’articolo, avvalorato da documenti confidenziali, alcuni dei quali forniti da un consigliere di Dick Cheney che non era d’accordo con l’operazione, prova come Bush e la sua cricca abbiano tentato di armare una forza palestinese guidata da Fatah, il movimento del presidente dell'Anp Abu Mazen e complice del complotto, per rovesciare il governo eletto di Hamas. L’inchiesta parla degli appoggi forniti a Muhammad Dahlan e cita 84 milioni di dollari che sarebbero stati stanziati per finanziare lo smantellamento della resistenza palestinese. Il piano, denominato “Piano B”, è però naufragato clamorosamente, permettendo anzi ad Hamas, uscita vittoriosa dallo scontro con Fatah, di acquisire il controllo militare dell’intera Striscia di Gaza. Immediatamente dopo sono stati sospesi i trasferimenti internazionali all’Anp, con il beneplacito del comitato imperialista internazionale, l’Onu. Dopo oltre un anno un anno di isolamento e di boicottaggio internazionale la situazione di Gaza è disperata: secondo Islamic-Relief circa il 79% dei palestinesi di Gaza vive in povertà, con un reddito pro-capite medio di 650 dollari l’anno e un tasso di disoccupazione dell’80%.

 

Sionismo e collaborazionismo

 

I guai per gli abitanti di Gaza non vengono solamente dai problemi economici, ma soprattutto dal terrorismo di Stato israeliano che sistematicamente si abbatte su civili, case, infrastrutture. La recente operazione “Inverno Caldo”, durata 5 giorni, è costata la vita a 130 palestinesi, tra cui 25 bambini. Il 27 febbraio gli F-16 sionisti con lo scopo di uccidere cinque dirigenti di Hamas, inauguravano l’operazione distruggendo ospedali, l’edificio del ministero degli Interni e la centrale sindacale palestinese. In quei giorni, la Segretaria di Stato americana Condoleezza Rice era in missione diplomatica nella regione per “discutere” di Iran, Iraq, Libano e, non ultimo, cercare di rinnovare il “compromesso di pace” presentato da Bush nella conferenza di Annapolis dello scorso novembre. Un piano di “pace” che prevedeva come premessa l’accettazione palestinese della soluzione “due popoli, due stati”.

Sempre sul versante diplomatico, lo scorso 23 marzo le delegazioni di Fatah e Hamas siglavano a Sana’a, sulla base di una iniziativa di riconciliazione yemenita, un accordo che prevedeva la ripresa del dialogo interpalestinese. La bozza d’intesa prevedeva il ripristino a Gaza della situazione precedente alla presa del potere di Hamas, l’accordo per indire nuove elezioni e il rispetto della costituzione da parte di entrambi i partiti. Il giorno dopo un membro del governo dello Stato ebraico, dietro condizione di anonimato dichiarava che "Abu Mazen deve scegliere se negoziare con Israele o rinnovare la sua alleanza con Hamas. Non puo' fare entrambe le cose".

Non tardava la risposta del presidente collaborazionista Abu Mazen, che negava l’accordo in maniera peraltro grottesca. Secondo Nemmer Hammad, suo consigliere politico '' Azzam al-Ahmad, capo della delegazione di Fatah, ha firmato senza avere alcun permesso da parte del presidente…l'annuncio della firma di questo accordo è stato un errore, perché il capo delegazione di Fatah prima di firmarlo ha provato più volte a contattare Abu Mazen senza riuscirvi. Ha quindi firmato senza il suo consenso. Pertanto l'accordo è da ritenersi non valido”.

 

Sionisti di casa nostra

 

Mentre in questi giorni sono ripresi i massacri sionisti ai danni di civili inermi, in Italia, Pd e Pdl fanno a gara per chi è più filo-israeliano. Walter Veltroni, parlando con il quotidiano israeliano Maariv, ha spiegato che il Muro della vergogna costruito dallo Stato ebraico nei Territori palestinesi occupati della Cisgiordania "è una reazione alla situazione in cui Israele si trova, quando si sente minacciato e in pericolo (...) si tratta di una reazione difensiva quando sei sotto assedio". La resistenza palestinese si trova da mesi in una nuova situazione: la direzione di Fatah è passata definitivamente nel campo imperialista, mentre Hamas, pure con le sue oscillazioni, la sua politica reazionaria e di collaborazione di classe, incarna ancora il sentimento di riscossa popolare e militarmente si pone nel campo della resistenza all’occupante. Il dovere dei rivoluzionari è innanzitutto quello di contribuire alla sconfitta dei collaborazionisti di Fatah.

La sconfitta di Israele significherebbe una sconfitta storica per tutto l’imperialismo mondiale: per questo gigantesco compito solo una direzione a livello internazionale può essere all’altezza. Perché questo accada è assolutamente necessaria la rifondazione di una Internazionale proletaria che unifichi i lavoratori arabi e quelli israeliani, minando alle fondamenta il potere costituito, e li liberi dalla comune oppressione dell’imperialismo per la costruzione di un unico Stato laico di Palestina, che riconosca agli ebrei i diritti di minoranza nazionale, nel quadro di una Federazione socialista del Medio-Oriente.

Ripartiamo dalle lotte

L’esito del voto e le prospettive per i lavoratori

 

Valerio Torre

 

E così, anche questa volta, nonostante i proclami di Fausto Bertinotti, la “legge del pendolo”[1] ha colpito ancora. Il fatto è, però, che questa “legge”, che permea i sistemi tendenzialmente bipolari, non può certo essere contrastata con la ricetta dell’ex presidente della Camera: perché oltre 150 anni di storia del movimento operaio hanno ripetutamente dimostrato che la partecipazione dei comunisti ai governi della borghesia con lo scopo di “spostarne a sinistra l’asse” è completamente fallimentare. Il capitalismo non può essere governato, ma soltanto abbattuto: solo in questo modo si può proporre un’alternativa di società.

L’illusorietà della ricetta di Bertinotti – che da soli abbiamo realmente contrastato sin da quando eravamo la corrente marxista rivoluzionaria dentro il Prc – non ha retto alla prova dei fatti e, con la travolgente vittoria elettorale di Berlusconi, ha determinato una clamorosa sconfitta dell’intero gruppo dirigente della sedicente sinistra radicale e, con essa, la totale scomparsa della sua rappresentanza parlamentare: suscitando l’irrisione dei settori della destra più becera che, divertiti, contrappongono all’immagine dello “spettro” che nel 1848 – evocato dal Marx de Il Manifesto – s’aggirava per l’Europa quella di un ben più modesto ed acciaccato “ectoplasma” che oggi s’aggira ancora per i corridoi di Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama, intento a raccogliere le sue carabattole prima di smobilitare dai palazzi del potere per non lasciare che un vago ricordo di sé[2].

 

I timori della borghesia

 

Ma queste amene (o, rispettivamente, arroganti) opinioni non rappresentano il pensiero della borghesia italiana più avveduta: che, come sempre recitando il gioco delle parti, se da un lato, col presidente uscente di Confindustria, Luca di Montezemolo, evidenzia che queste elezioni hanno consegnato il risultato di una “netta sconfitta delle forze politiche portatrici di una cultura anti-impresa, anti-mercato e anti-sviluppo”[3], dall’altro ha da subito manifestato viva preoccupazione per il fatto che non c’è più oggi una rappresentanza parlamentare dei lavoratori, dei precari, di “una parte di società dispersa ma ancora consistente”[4], per il timore che questi settori potrebbero innescare, ove non controllati, dinamiche di massa allarmanti in una situazione ottimale per il padronato, segnata dall’esito di una “maggioranza chiara e netta, che permette una piena governabilità … [con un] positivo dato di stabilità”[5]. E che tali settori sociali in libera uscita vengano visti come un pericolo è confermato dall’accorato invito che Stefano Folli, editorialista de Il Sole 24 Ore, quotidiano di Confindustria, ha fatto allo sconfitto Veltroni, perché se ne faccia carico per non lasciarli privi di rappresentanza istituzionale.

 

Come si è prodotto l’esito elettorale

 

La schiacciante affermazione della destra è maturata in un quadro complessivo segnato dalla sempre più incalzante crisi economica che ha colpito maggiormente quelle fasce di proletariato e di piccola e piccolissima borghesia che avevano visto nella nascita del governo Prodi, con le sue fallaci promesse di redistribuzione, un’occasione di riscatto sociale; e che, prima di essere travolte dall’onda recessiva, erano state pesantemente colpite da provvedimenti tutti tesi a spostare ingenti risorse verso le imprese e la grande borghesia. In questa cornice di profondo malessere sociale, sempre più dominato dall’insicurezza, hanno fatto la loro comparsa sintomi preoccupanti di qualunquismo e giustizialismo (che hanno trovato la loro espressione nel Vaffa-day promosso dal comico Beppe Grillo) e di vero e proprio razzismo, con l’ondata xenofoba nei confronti dei rom e dei rumeni, tradotta nel “decreto sicurezza”.

I partiti della sinistra di governo sono apparsi schiacciati sull’azione dell’esecutivo, muti ed impotenti di fronte a quanto andava maturando nella società, privi di un reale progetto di trasformazione; eppure incapaci di cogliere i segnali che il loro elettorato di riferimento mandava: i fischi degli operai di Mirafiori ai segretari di Cgil, Cisl e Uil, a Bertinotti, a Giordano ed a Ferrero; il negativo risultato alle elezioni amministrative della scorsa primavera; erano tutti sintomi del profondo scollamento fra le burocrazie dei partiti e la società, della disillusione e del disincanto nei confronti del “governo [non più] amico”. E la risposta – “verrà il tempo del ‘risarcimento sociale’, abbiate fede” – approfondiva sempre più il fossato.

 

Lo “tsunami” elettorale

 

La vittoria di Berlusconi era scontata. Ciò di cui si discuteva erano le proporzioni della sua affermazione: l’ipotesi auspicata dal centrosinistra era di un sostanziale “pareggio” al Senato, tale da riproporre – a parti invertite – un contesto in cui affrontare il nodo della riforma elettorale per poi tornare al voto entro un paio d’anni.

Si è invece prodotto un terremoto dalle conseguenze devastanti.

Il Pd, che si è andato costruendo come partito interclassista (o addirittura a-classista) nel tentativo di “sfondare” al centro erodendo il voto moderato, ha invece convogliato su di sé – in parte per l’appello al voto utile, in parte perché un pezzo della società italiana ha ormai introiettato lo schema bipolare, in parte infine perché settori della sinistra governista vi sono consapevolmente rifluiti – una fetta del voto di quest’ultima.

Settori del centro che avevano in precedenza votato il centrosinistra, sono confluiti a destra come reazione per la cocente delusione dei due anni di governo Prodi.

La Sinistra Arcobaleno ha visto falcidiati i suoi consensi dall’astensionismo consapevole dei tanti che si sono sentiti traditi da una politica fallimentare e subalterna: e ciò persino nelle zone storicamente insediate a sinistra.

Infine, le sirene del giustizialismo e del qualunquismo hanno regalato un risultato storico al partito di Di Pietro; mentre la montante onda xenofoba che sta attraversando la società italiana, unita ad una crescente aspirazione al localismo, ha straordinariamente premiato la Lega Nord, che intercetta persino il voto operaio, orfano di un riferimento politico e dei valori di classe.

 

Le attese della borghesia. Le prospettive dei lavoratori

 

La grande borghesia ha sostenuto il progetto confindustriale di Veltroni, ma deve ora acconciarsi a Berlusconi. Naturalmente, lo fa tentando – come sempre – di incassare il massimo, ben sapendo che il nuovo governo non ha, a differenza di Prodi, l’appoggio della socialdemocrazia e delle burocrazie sindacali concertative. Non a caso, da oltre un mese Confindustria aveva dettato il “decalogo”[6] per il futuro governo, qualsiasi fosse stato. Ed è altrettanto chiaro che, nel quadro prodotto dall’alternanza, a fare le spese dello scontro politico tra i poli borghesi sono i lavoratori e le classi subalterne.

Questo scenario richiede che si riparta dalle lotte di opposizione ad entrambi gli schieramenti borghesi ed ai loro governi nazionali e locali: un’opposizione fondata sull’indipendenza di classe dei lavoratori, dei disoccupati, di tutti gli sfruttati. È a partire da questa battaglia che possono gettarsi le basi per dare finalmente alle classi subalterne una vera e reale rappresentanza politica: sulle ceneri del riformismo socialdemocratico va costruito il partito rivoluzionario, lo strumento di lotta attraverso il quale il proletariato possa realizzare la propria emancipazione.

Il PdAC, impegnato su questa strada già dalla sua nascita, moltiplicherà i propri sforzi in questo senso.



[1] Tipica espressione del colorito lessico bertinottiano, per il cui significato rimandiamo a quanto scrivevano le Tesi congressuali del gruppo dirigente della maggioranza del Prc nel 2005: “L’obiettivo di questo nostro impegno [cioè l’ingresso di Rifondazione nel governo borghese di Prodi che sarebbe nato di lì ad un anno: NdA] è la sconfitta della legge del pendolo secondo la quale quando le sinistre sono all’opposizione suscitano speranze e attese che vengono disattese quando assumono il governo, determinando così la sfiducia nella politica da parte di larghe masse e creando le condizioni per il ritorno delle forze conservatrici”.

[2] Quest’ironico giudizio è nulla se paragonato alle sprezzanti e volgari dichiarazioni dell’ex ministro della Difesa Antonio Martino: “Il parlamento italiano è stato liberato dalla feccia” (il manifesto, 15/4/2008).

[3] Facendo finta di dimenticare che mai, nella storia repubblicana, le imprese avevano ricevuto tanto da un governo, se non da un governo con dentro “i comunisti”, cooptati nel 2006 – è bene rimarcarlo – proprio dagli imprenditori perché fosse loro affidato il ruolo di controllori delle dinamiche sociali.

[4] Berselli, la Repubblica, 15/4/2008.

[5] Montezemolo, www.ilsole24ore.com, 15/4/2008.

[6] Reperibile sul sito www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&file=/art/SoleOnLine4/SpecialiDossier/2008/elezioni-politiche-2008/articoli/confindustria_decalogo_crescita_economica.doc?cmd=art

Elezioni

Dopo l'Arcobaleno, la tempesta

Cosa cambia a sinistra

 

 

Francesco Ricci

 

 

A volte il futuro può essere previsto

 

Rifondazione non scompare perché perde voti ma perde voti perché scompare. Non è un gioco di parole e per spiegarlo dobbiamo fare una citazione. Eccola:

"Più si prodiga in servizi per il governo, più Rifondazione perde voti (è ridotta ormai forse a un partito del 3 o 4%); più copre le politiche anti-operaie di Prodi, più si trova scoperta, contestata davanti alle fabbriche, abbandonata dai militanti e da quell'area che pure aveva raccolto negli ultimi quindici anni. (...) E' la legge implacabile che ha condannato tutti gli esperimenti socialdemocratici degli ultimi due secoli e che oggi sta rapidamente polverizzando un partito che si trova ad agire in assenza persino di quei minimi spazi 'redistributivi' su cui hanno campato per un po' socialdemocrazie ben più robuste di quella di Giordano." (1)

E' un nostro articolo del 12 giugno del 2007. Non vogliamo dimostrare poteri divinatori (né esibire referenze per essere assunti da qualche istituto statistico). Il disastro elettorale di Rifondazione era prevedibile perché è il riflesso della sistematica distruzione del suo tessuto militante. Per questo è ridicolo che Giordano se la prenda con l'appello al "voto utile" lanciato da Veltroni. Non è stata la campagna elettorale del Pd a distruggere Rifondazione ma il progetto socialdemocratico di tutto il suo gruppo dirigente.

 

Le cravatte di una burocrazia arrivista

 

Per non citare altri nostri articoli dei mesi scorsi in cui analizzavamo la corsa al potere della burocrazia dirigente del Prc, faremo riferimento a un articolo pubblicato oggi su un giornale. Qui si racconta dei piccoli vizi da parvenu dei capi del Prc, dell'improvvisa pioggia di posti, onori e lussi che ha investito quello strato privilegiato quando è entrato nel governo. Il giornalista indugia su splendori e miserie, sui negozi di lusso dove dirigenti rampanti vanno a comprare cravatte firmate. Può sembrare un pezzo "di colore", e forse l'aneddoto delle cravatte è inventato. Ma è del tutto verosimile.

La teoria socialdemocratica (l'idea cioè che si possano conciliare, possibilmente al governo, gli interessi delle due classi mortalmente nemiche in cui è divisa la società), come spiegava Rosa Luxemburg, non nasce nella testa di qualche raffinato teorico ma dalla corruzione materiale con cui la democrazia borghese cerca costantemente di distogliere i rappresentanti della classe operaia dalla lotta per il potere operaio. Il che non deve indurre (come vorrebbe qualcuno) a rifiutare politica, partiti e potere in quanto di per sé corruttori: ma motiva invece la costruzione di un partito rivoluzionario, cioè un partito per portare al potere la classe operaia contro i capitalisti. E' questo l'unico antidoto alla burocratizzazione e quindi al riformismo. L'una e l'altro erano presenti fin dall'origine di Rifondazione e si sono sviluppati intorno a un gruppo dirigente riformista che, per favorire la propria scalata sociale, ha messo i piedi sulla schiena dei militanti e sul loro sforzo sincero, per sedersi su qualche poltrona vellutata, frequentare salotti in cui conversare amabilmente con i politici borghesi dei mali del mondo, sfoggiare quelle cravatte che hanno attirato l'attenzione del giornalista.

 

Lo scontro nell'Arcobaleno e nel Prc

 

La rapida occhiata che abbiamo rivolto alla natura dei gruppi dirigenti riformisti ci è utile per capire le ragioni dello scontro virulento che si sta aprendo nei vertici dell'Arcobaleno.

Se dimenticassimo quanto scritto sopra, saremmo tentati di interpretare linee e culture differenti che emergono nel momento della crisi facendone solo un'analisi politica. Ma sarebbe di scarsa utilità perché le differenze sono prima di tutto dettate dal tentativo dei vari dirigenti di salvarsi con i pochi salvagente e gommoni disponibili, lasciando affogare il dirigente che nuota a fianco (se necessario anche spingendogli la testa sotto).

Nello sforzo per salvarsi si generano richieste di congressi anticipati, improvvisi ravvedimenti tra uno spruzzo e l'altro delle onde che ricoprono la nave.

Così Giordano, Migliore e Bertinotti si aggrappano al gommone dell'Arcobaleno e propongono di "andare avanti". Intenzione stoica se non fosse che a seguirli, dietro, non c'è più nulla. Intorno a questo primo canotto nuotano i Ferrero, i Grassi, i Diliberto. Ognuno dando un calcio al vicino e cercando al contempo di affondare il coltello nel bertinottismo che pure stenta a galleggiare. Nell'acqua gelida riscoprono ardori "comunisti" e propongono di federare e non sciogliere i partiti. Il che ha la stessa efficacia di sforzarsi intensamente di dimenticare il presente elevando una preghiera a padre Pio perché rinvii il futuro. Nessuno di loro, difatti, mette in discussione il progetto socialdemocratico e governista ma solo le forme con cui attuarlo.

Se non fosse che i Bertinotti e i Giordano, che hanno coscientemente tradito gli interessi dei lavoratori, non suscitano in noi moti di pietà, verrebbe da compatirli per il fatto di trovarsi circondati da simili corsari. Dal corsaro Rosso Diliberto che ritrova in un sol colpo comunismo e morale perduta, dopo anni di voti alle finanziarie e alle guerre. O dal corsaro Nero Paolo Ferrero che, senza aver nemmeno avuto il tempo per nascondere la grisaglia ministeriale, dopo due anni ora sente di nuovo battere in sé il cuore di un combattente per la causa operaia.

Difficile dire quale tra i naufraghi riuscirà a restare a galla affogando il vicino. Certo è che chi li fotografasse oggi, nelle acque profonde del naufragio socialdemocratico, urlanti e scalcianti, avrebbe un ritratto del riformismo dei giorni nostri nella sua miserevole realtà.

 

L'inutilità (e la pericolosità) del centrismo

 

Se si infila uno spillo in un palloncino, scoppia con un piccolo rumore secco. Ma se si infila uno spillo in una mongolfiera (o in un canotto, per restare alle metafore marinare), l'aria continuerà a uscire a lungo, sibilando. I numeri elettorali sono stati lo spillo per Sinistra Critica e Pcl di Ferrando (diciamo sempre "di Ferrando" in quanto è un partito personale in cui tutto coincide col leader).

Per tutta la fase che ha preceduto le elezioni, entrambe queste organizzazioni hanno cercato di presentarsi per quello che non sono (e che nessuno è oggi in Italia): cioè forze di ampia taglia, con radicamento e migliaia di militanti. E' imbracciando questa bugia, che raccontano ai loro stessi iscritti, che hanno rifiutato di stringere quell'accordo elettorale da noi proposto che - pur non rimuovendo le differenze - avrebbe consentito la presentazione di un'unica lista con la falce e martello (2).

Si è arrivati così a tre liste, anche se la nostra è stata limitata nella presentazione dalla soglia altissima di firme imposta dalla legge, da raccogliere in due settimane: soglia irraggiungibile anche per Pcl (di Ferrando) e Sc che infatti l'hanno aggirata con l'appoggio di deputati eletti in altre liste o financo con la dichiarazione di sostegno di un guerrafondaio. (3)

L'esito è ora sotto gli occhi di tutti. La visibilità in campagna elettorale è stata minore (4) e le percentuali elettorali (a parte la gara tra Ferrando e la D'Angeli su chi ha lo 0,1 in più) sono irrisorie specie se rapportate alla crisi di proporzioni bibliche del riformismo. Mentre il tentativo di governare con una parte del padronato ingabbiando le lotte affonda più rapidamente del Titanic, a sinistra dell'Arcobaleno non è stato possibile costruire nemmeno una zattera per recuperare le centinaia di militanti di base che sono stati buttati in mare. Solo il narcisismo di Ferrando può trovare consolazione nel dichiarare alla stampa che il suo è "il primo partito a sinistra dell'Arcobaleno"...

E' la conferma che il centrismo non solo non è utile nella costruzione di un partito comunista ma costituisce spesso un ostacolo.

Abbiamo analizzato altrove (5) le differenze tra il nostro programma, il nostro progetto e quello delle due sigle centriste (cioè oscillanti tra posizioni riformiste e generici richiami rivoluzionari). Non ci torniamo qui. Qui è utile ricordare però un aspetto essenziale: Pcl e Sc hanno due progetti diversi ma accomunati dalla volontà di occupare lo spazio lasciato libero dalla crisi della socialdemocrazia non per edificarvi un partito comunista di militanti con influenza di massa ma riprendendo il movimentismo bertinottista d'altre fasi (Sinistra Critica), o usando il richiamo di un imprecisato "comunismo" (Pcl) in una pericolosa operazione di sommatoria di militanti in buona fede e di arrivisti, per costruire un partito leggero a vocazione (per quanto frustrata) elettorale. Il rischio per Ferrando è che il richiamo nostalgico ora riprenderanno a usarlo anche altri (i Diliberto e i Rizzo), con ben maggiori mezzi, tentando di rilanciarsi su quello stesso terreno che il Pcl pensava di aver ormai acquisito.

 

Il nostro impegno nel nuovo scenario

 

La campagna per la raccolta di firme, con centinaia di banchetti in decine di città, è stata per noi un momento importante di raccolta di energie. In seguito, lo spazio piccolo ma inedito che ci siamo guadagnati su stampa e Tv, unito alla consueta attività militante, ha moltiplicato la visibilità della nostra organizzazione. Il sito web (che è, insieme a questo giornale, il nostro "organizzatore collettivo") ha visti decuplicati gli accessi (sfiorando punte di trentamila visitatori in un giorno, e attestandosi intorno alle 20 mila in tutto il periodo elettorale, cioè numeri che nessun sito a sinistra può vantare). Usciamo dalle elezioni con centinaia di nuovi contatti e con l'avvio di nuove Sezioni in molte regioni.

Chi scrive non ha l'abitudine di usare lo zucchero per il caffé: ma nemmeno per addolcire la realtà. Non ci raccontiamo quindi di aver risolto gli infiniti problemi che stanno davanti a chi si opponga al capitalismo e ai suoi governi né pensiamo (lasciamo ad altri la casacca di Napoleone) di dire: il partito comunista c'est moi. Quel partito di cui c'è urgentissimo bisogno ancora non c'è. Per parte nostra abbiamo da investire un piccolo preziosissimo patrimonio di energie e intelligenze militanti, piccoli ma efficaci strumenti di propaganda, e poi il rapporto fondamentale con i militanti che in giro per il mondo costruiscono con noi la Lega Internazionale dei Lavoratori e quel partito internazionale che ancora non c'è, la Quarta Internazionale.

In questi giorni tutta la stampa borghese ripete con insistenza che è preoccupante la scomparsa dei comunisti dal parlamento... I "comunisti" di cui parlano sono i Bertinotti e i Diliberto, che la borghesia dimostra di aver imparato ad apprezzare. Quegli stessi giornali parlano di "pericoli di terrorismo": ma in realtà non temono qualche isolato imbecille che pretende di affrontare lo Stato borghese da solo con lo schioppo. Ciò che realmente spaventa i padroni è che - saltato il controllo delle burocrazie socialdemocratiche - riprendano le lotte di massa contro i prossimi attacchi che il governo Berlusconi sta già preparando. Hanno paura che da lì possa partire la costruzione di un partito comunista che si ponga il compito di legare le lotte di opposizione di oggi al rovesciamento domani del capitalismo e dei suoi governi.

E hanno perfettamente ragione.

 

 

Note

(1) "La legge implacabile che condanna la socialdemocrazia", articolo di F. Ricci pubblicato sul nostro sito web.

(2) Sulla nostra proposta e sull'esito si possono leggere vari articoli pubblicati sul nostro sito.

(3) Si veda sul nostro sito l'articolo "Gli amici guerrafondai di Ferrando".

(4) V. sul nostro sito l'articolo "Elezioni: in Tv lo strapotere dei partiti borghesi. Ma Pcl e Sc se la prendono con Alternativa Comunista. E fanno battaglia perché vengano censurati i comunisti."

(5) Al tema abbiamo dedicato un ampio articolo: "Elezioni. Perché tre forze a sinistra dell'Arcobaleno? Le differenze tra trotskismo e centrismo."

Sicurezza sul lavoro: il testo unico è insufficiente

Serve il controllo operaio sui luoghi di lavoro e sui servizi di prevenzione

 

Antonino Marceca

 

Il primo aprile 2008 il consiglio dei ministri, in presenza di una larga convergenza parlamentare, ha approvato il Decreto legislativo di attuazione dell’articolo 1 della legge 3 agosto 2007 n.123 in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Il Testo Unico raggruppa la normativa prodotta in materia a partire dagli anni ’50 e adegua debolmente la parte sanzionatoria a carico delle imprese. Il Decreto legislativo è composto da 306 articoli e 51 allegati, mentre le norme precedenti vengono abrogate, ma le novità apportate sono relativamente poche e non sempre positive dal punto di vista dei lavoratori. Non c’è dubbio che in mancanza di una modifica dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro e nel Paese a favore dei lavoratori e delle lavoratrici lo stillicidio fatto di infortuni, morti sul lavoro e malattie professionali continuerà il suo drammatico decorso di questi anni.

 

Tra nuovi istituti e apertura alle privatizzazioni

 

Il testo, dopo aver definito le diverse figure della gerarchia aziendale e dei lavoratori coinvolte dalla norma, precisa, in funzione della gestione della sicurezza i compiti, gli obblighi e le sanzioni del “datore di lavoro”, del “dirigente”, del “preposto”, del “medico competente”, dei “progettisti”, dei “fabbricanti”, degli “istallatori” e infine dei lavoratori. Per quest’ultimi il testo dopo aver preso atto della molteplice “tipologia contrattuale” presente nei luoghi di lavoro, stabilisce le modalità (articolo 4) del loro computo numerico, la visibilità e registrazione dei lavoratori, in particolare delle ditte d’appalto. Vengono istituiti nuovi organismi burocratici: un “Comitato” presso il Ministero della salute con compiti di indirizzo; un “Sistema informativo nazionale per la prevenzione”; un “Comitato regionale di coordinamento” in ogni regione e provincia autonoma; un “Organismo paritetico territoriale”. Sono specificate le competenze e le funzioni ispettive nell’ambito della sicurezza sul lavoro degli Enti pubblici (Ispesl, Inail, Ipsema) e i loro rapporti con i servizi dell’Azienda Sanitaria Locale che svolgono funzioni di vigilanza nel territorio di competenza. Per gli addetti ai servizi ispettivi, proprio per superare una situazione scandalosa di conflitto di interesse, vengono vietate le prestazioni di consulenza alle aziende in tutto il territorio nazionale, ma non a tutti i tecnici e dirigenti medici dei servizi di prevenzione come dovrebbe essere. Di particolare gravità, in relazione alla privatizzazione dei controlli, è la possibilità di Ispesl e Asl di appaltare ad aziende private (art. 71, comma 12) la verifica delle attrezzature di lavoro e di protezione individuale, indicate nell’allegato VII.

Nel testo è stata inserita una norma di contrasto del lavoro nero e irregolare (art. 14) e la corresponsabilità dell’impresa committente in tema di salute in caso di affidamento dei lavori ad impresa appaltatrice o a lavoratori autonomi (art. 26). Inoltre viene riconosciuta l’unicità del processo produttivo, spesso frammentato in appalti e subappalti, con la stesura da parte dell’impresa committente del documento unico di valutazione dei rischi da interferenza delle lavorazioni, mentre l’appaltatore deve indicare i costi relativi alla sicurezza sul lavoro.

Quindi vengono precisati i compiti e le funzioni del “Servizio di prevenzione e protezione” in relazione alla individuazione dei fattori di rischio, alla valutazione dei rischi, all’individuazione delle misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti di lavoro, alle proposte dei programmi di informazione e formazione dei lavoratori. Infine è previsto un fondo presso l’Inail per il sostegno alla piccola e media impresa, all’organismo paritetico territoriale e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale.

 

Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls)

 

La sezione VII del decreto legislativo è dedicata alla consultazione e partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori, gli articoli 47-50 ne definiscono modalità di elezione, nomina, numero, tutele, ruoli e funzioni, mentre l’articolo 37 definisce i contenuti minimi della formazione, la durata minima dei corsi e dell’aggiornamento periodico, essendo demandata alla contrattazione collettiva nazionale ulteriori specificazioni su durata, modalità e contenuti specifici. La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti avviene durante l’orario di lavoro, in collaborazione con gli organismi paritetici territoriali, questi sono costituiti da organizzazioni padronali e sindacali (art. 51). A questi stessi organismi devono rivolgersi, in un ottica concertativa, i Rls in caso di controversia con il padronato sui diritti di rappresentanza, di informazione, di formazione. In particolare, il Rls ha diritto a ricevere le informazioni e la documentazione aziendale inerente la valutazione dei rischi e le misure di prevenzione; le informazioni provenienti dai servizi di vigilanza, a cui può formulare osservazioni e da cui è, di norma, sentito; nel caso di rischi individuati avverte il responsabile aziendale e può proporre misure di prevenzione; infine, può far ricorso alle autorità competenti, mentre per la sua attività è coperto dalle tutele previste per l’attività sindacale. Nelle aziende o unità produttive che occupano fino a 15 lavoratori il Rls è di norma eletto direttamente dai lavoratori al loro interno, oppure è individuato per più aziende nell’ambito territoriale o del comparto produttivo.

Nelle aziende o unità produttive con più di 15 lavoratori il Rls è eletto o designato dai lavoratori nell’ambito delle rappresentanti sindacali in azienda. La contrattazione collettiva stabilisce in riferimento al Rls numero, modalità di elezione o designazione, tempo di lavoro retribuito, anche se il numero minimo è di un rappresentante sino a 200 lavoratori, tre da 201 a 1000, sei oltre i 1000 lavoratori. Qualora non si procede alle elezioni o designazione dei Rls aziendali le funzioni sono svolte dal Rls territoriale per tutte le aziende o unità produttive del territorio o del comparto di competenza, ma al Rls territoriale è negato il diritto di svolgere funzioni sindacali operative. Gli accordi collettivi nazionali, interconfederali o di categoria stabiliscono le modalità di elezione o designazione del Rls territoriale, il termine di preavviso, salvo casi di infortunio grave, e le modalità di accesso ai luoghi di lavoro. L’organismo paritetico territoriale comunica alle aziende e ai lavoratori il nominativo del Rls territoriale, questo ha diritto a un percorso formativo di almeno 64 ore iniziali (entro tre mesi dalla nomina) e 8 ore di aggiornamento annuale. Infine è previsto il Rls di sito produttivo in contesti produttivi caratterizzati dalla compresenza di più aziende o cantieri (porti, centri intermodali, impianti siderurgici, cantieri con almeno 30.000 persone-giorno), individuato tra i Rls delle aziende operanti nel sito produttivo.

 

La necessità del controllo operaio

 

La logica di fondo che ispira il Testo unico e le nuove istituzioni previste ad ogni livello è l’ideologia della collaborazione di classe, la stessa concezione che vede candidati per il Partito democratico il lavoratore infortunato della ThyssenKrupp di Torino e il presidente di Federmeccanica. Ancora una volta, attraverso il potere di nomina da parte della burocrazia sindacale, l’elezione diretta dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza non è garantita. In caso di conflitto su temi relativi alla sicurezza e alla salute negli ambienti di lavoro, aver stabilito in prima istanza il ricorso da parte del Rls all’organismo paritetico territoriale e non ai lavoratori mira con tutta evidenza a raffreddare e bloccare le lotte. Infine, i lavoratori e i delegati operai eletti nei posti di lavoro non hanno potere di controllo né sulle aziende né sui servizi di vigilanza e prevenzione. In conclusione, i lavoratori non possono aspettarsi nulla dallo Stato borghese e dalla sue istituzioni, le vere riforme a favore dei lavoratori sono sempre il sottoprodotto di lotte rivoluzionarie, proprio per questo devono contare sulla propria forza e organizzazione, utilizzando per quanto possibile la norma per difendere la loro salute e integrità fisica.

 

 

Il nuovo modello contrattuale

Un passo indietro per la classe operaia

 

Enrico Pellegrini*

 

Il solito falso ed ipocrita allarmismo quotidiano legato all’emergenza salariale dei lavoratori italiani da parte dei diversi attori della scena sociale non deve stupire. Accanto a questo autentico dramma generale si sono sprecate, nei mesi scorsi, intere discussioni, analisi e previsioni. Alla lunga, gli stessi soggetti responsabili di tali esiti disastrosi si ripresentano al tavolo della nuova trattativa e propongono ciò che appare ormai ineluttabile al fine di metter mano al potere d’acquisto dei lavoratori, rilanciare i consumi e far “ripartire” la stanca economia italiana: un nuovo modello contrattuale su cui investire credibilità e “saggezza” di rappresentanza.

 

Il ruolo delle burocrazie sindacali

 

Cgil, Cisl, e Uil, soggetti protagonisti di quello scellerato accordo del 23 luglio 1993, riprendono in mano le redini di una nuova stagione contrattuale e, nell’ambito di "nuovi orizzonti di crescita" (?) economica (mai vantaggiosi per i lavoratori e le loro condizioni) si preparano a rendersi strumenti affidabili e funzionali al mantenimento del saggio di profitto per un sempre più affamato padronato italiano. Il leitmotiv di questa presunta nuova stagione sindacale sembra esser l’indice di produttività, che va incrementato e reso funzionale a una più giusta ed equa ripartizione della ricchezza, attraverso una contrattazione di secondo livello. Il tasso di produttività in Italia è tra i più alti del mondo (per quanto ne dica l’Ocse) e ciò che interessa maggiormente le imprese è aumentare i ritmi di lavoro (introducendo una sorta di cottimo per far fronte alla concorrenza di mercato) e allungare gli orari di lavoro (vedi i recenti provvedimenti di defiscalizzazione degli straordinari), con conseguenze immaginabili per la sicurezza del lavoro.

Ma c’e’ un dato molto significativo: di recente la Nokia ha manifestato l’intenzione di trasferire le sue produzioni tedesche in Romania, Paese che presenta un indice di produttività cinque volte inferiore alla Germania. E’ chiaro che al capitale poco importa aumentare la tanto decantata produttività, importa invece avere il controllo completo delle condizioni di sfruttamento della forza lavoro! Questo l’egregio “giuslavorista” del Pd Pietro Ichino dovrebbe saperlo dal momento che, in maniera ancora più sfacciata rispetto a altre orrende proposte, pretende di devolvere ai lavoratori una parte di questa ricchezza attraverso l’indebolimento della piattaforma contrattuale nazionale, e il rafforzamento di accordi integrativi locali, di settore, di distretto, di sito ecc. Tesi questa che sembra esser sposata in pieno dalle tre sigle sindacali citate e che sarà al centro della discussione con le dirette controparti appena terminato il periodo elettorale. Le sciagure future non si arrestano qui: tali passaggi fanno presagire un profondo cambiamento di rapporto coi lavoratori dal momento che quest’ultimi sono stati letteralmente esclusi da questa discussione che li riguarda direttamente.

Come nella fase preparatoria dell’accordo sul welfare del luglio scorso, non è stata indetta alcuna assemblea per informare i lavoratori dell’andamento della vertenza.

 

I punti principali della nefasta riforma

 

Capisaldi della riforma risultano essere: la triennalizzazione economica e normativa, l’adeguamento salariale in base al tasso d’inflazione prevedibile (nomi nuovi ma per indicare la solita minestra), incentivi e premi per maggiori indici di rendimento e nuove flessibilità in uscita. Tutto ciò, accanto al presunto abbattimento fiscale dei salari (promesso come futura disposizione legislativa da qualsiasi futuro governo), viene ipocritamente presentato come manovre che dovrebbero dare fiato al potere d’acquisto dei lavoratori italiani. Sono ipotesi che danno uno schema ben preciso di dove si sta andando: eventuali aumenti salariali saranno pagati dai lavoratori stessi, con un peggioramento delle condizioni di lavoro e alle imprese si garantirà una forza lavoro sempre più piegata e pronta a spremersi cercando di arrivare alla fine del mese.

Sul versante fiscale la manovra neogovernativa rischierà di far mancare nelle casse dello Stato circa venti miliardi di euro. Sono quindi prevedibili nuovi tagli al salario indiretto (assistenza sanitaria, scuola, servizi sociali ecc). C’è inoltre da dire che non esiste alcuna impresa pronta e contenta nel distribuire profitti attraverso la contrattazione di 2° livello. Aumenti salariali di tale specie vengono spesso conquistati a seguito di lotte durissime e non rappresentano un fattore di stabilità economica e, per di più, interessano soltanto il 10% delle imprese (30% dei lavoratori).

All’interno di questo quadro, compare la solida prospettiva del cosiddetto “sindacato” unico, futuro tranquillo strumento di ulteriore raffreddamento delle lotte dei lavoratori controllato dal Partito Democratico di Veltroni e Rutelli: marionette parlamentari dei poteri forti di questo Paese già pronti a scaricare i costi della crisi finanziaria su lavoratori, precari, donne e studenti.

 

*Filcams Cgil, "Rete 28 aprile"

 

 

Dopo il referendum dei metalmeccanici

No al contratto bidone

 

di Francesco Doro*

 

Il 25, 26, e 27 febbraio si è tenuto nelle aziende metalmeccaniche il referendum sull’accordo del rinnovo contrattuale siglato da Fim, Fiom, Uilm e associazioni padronali. Ricordiamo che l’accordo siglato è di natura regressiva sia sul piano salariale che sugli aspetti normativi, sugli orari e sul mercato del lavoro (vedi articolo su Progetto Comunista n° 14).

Alla consultazione, come d’altronde a tutte le altre, è stato possibile presentare solo le ragioni a favore del sì, quindi il risultato del 74,86% (385.267 voti) favorevole contro il 25,14% (pari a 129.401) di voti contrari all’accordo pare abbastanza scontato. Ma se analizziamo bene il risultato si scopre che il dissenso a questo accordo non è da sottovalutare. I 130.000 voti di bocciatura hanno un peso notevole considerando che provengono dalle grosse fabbriche e gruppi industriali, quel settore in cui i lavoratori sono stati più attivi nella lotta per il contratto.

La maggioranza della burocrazia sindacale si è mobilitata, spesso in combutta con il padronato per far passare l’accordo, ed è il caso della Maserati e Fiat Avio di Torino, dove sono stati comandati dall’azienda a votare per il sì le più alte figure professionali, a dimostrazione di quanto sia a favore dei padroni questo contratto, qui i no hanno raggiunto il 44% dei voti, nel gruppo Fiat a Melfi il no ha raggiunto il 90%, alle carrozzerie di Mirafiori il dissenso raggiunge 1255 no su 1973 votanti, in Ferrari, Maserati, Piaggio, Aprilia, in Fincantieri il no è predominante o molto significativo.

Nonostate il controllo delle burocrazie di turno e la mancanza di una capillare opposizione organizzata, nelle grosse industrie il dissenso operaio c’è stato e si espresso con determinazione.

 

La firma prelude ad nuovo modello contrattuale

 

L’accordo, appunto per le concessioni che questo offre al padronato, si inserisce nel percorso teso ad arrivare ad una riforma del modello concertativo di contrattazione del 1993. Questo sistema di contrattazione ha permesso alle imprese di aumentare notevolmente i propri profitti a scapito dei salari, ma ora non regge più alla concorrenza mondiale e alla crisi economico finanziaria internazionale. Il documento unitario propone il superamento degli accordi del 1993 passando dal biennio economico alla fissazione della triennalità della vigenza contrattuale, unificando così la parte economica e normativa, un meccanismo che ridurrà ulteriormente i salari. Inoltre il nuovo modello contrattuale viene svuotato della sua funzione solidaristica di salvaguardia dei diritti, delle tutele e difesa salariale, la contrattazione viene atomizzata nei territori. Le quote di salario aggiuntive saranno strettamente legate alla redditività d'impresa, ancorando il salario agli obiettivi aziendali, un sistema di collaborazione di classe che subordina totalmente i salariati alle logiche padronali, che ci riporta indietro agli anni Cinquanta e premia l'individualismo, il crumiraggio, il cottimo. Questa bozza costituisce la piattaforma ideologica di base per dar vita a quella costituente sindacale dalla quale dovrà nascere il nuovo sindacato unitario italiano.

Per fare ciò, la burocrazia maggioritaria della Cgil ha da tempo iniziato una feroce campagna volta a limitare gli spazi democratici all'interno del sindacato. In occasione del referendum sul pacchetto Damiano dello scorso autunno si è assistito ad una caccia alle streghe nei confronti di quei settori della Cgil che non si volevano piegare alla politica del governo amico. Oggi questa aggressione alla democrazia sindacale continua per mezzo del documento presentato dalla maggioranza nella Conferenza d'Organizzazione nel quale si vogliono introdurre limiti per la manifestazione del dissenso pubblico; la Fiom rispetto alla “linea” intrapresa dalla Cgil non ha scelto una posizione di opposizione, subendo di fatto un appiattimento alla linea di Epifani, abbandonando definitivamente il ruolo di sindacato combattivo che la distingueva rispetto alla Cgil.

 

Per la salvaguardia del contratto nazionale e delle conquiste dei lavoratori costruiamo l'opposizione di classe in Fiom e in Cgil

 

Oggi più che mai è indispensabile, a partire dal dissenso nei meccanici all’accordo bidone e più in generale al dissenso sul protocollo Damiano, costruire dentro la Fiom e la Cgil un’opposizione di classe. La Rete 28 Aprile (sinistra sindacale in Cgil) ha rappresentato un punto di riferimento per tutti quei lavoratori sindacalizzati che si sono opposti alle politiche concertative delle burocrazie confederali, ma allo stesso tempo ha stentato nel momento in cui avrebbe dovuto intraprendere un salto di qualità nella sua proposta alternativa a quella della maggioranza Cgil, rompendo definitivamente con essa.

E’ necessario lanciare una campagna di mobilitazione che proponga ai lavoratori, agli studenti e ai disoccupati una piattaforma rivendicativa unificante per tutti questi soggetti, tra i cui punti centrali debbano esserci aumenti salariali per recuperare il potere d'acquisto eroso dall'aumento dei prezzi, l'abolizione di tutte le leggi precarizzanti (Treu, Biagi, Damiano) e la trasformazione a tempo indeterminato dei contratti di lavoro atipici, la riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore a parità di salario, il ripristino di un sistema previdenziale totalmente pubblico, a ripartizione, e per il diritto alla pensione dopo 35 anni di lavoro a prescindere dall'età anagrafica; abolizione delle leggi anti immigrati Bossi Fini e Turco Napolitano, per il riconoscimento dei pieni diritti civili, politici e sindacali per gli immigrati, scala mobile dei salari, salario minimo garantito per i disoccupati, sanità e scuola pubblica, gratuita fino all'università.

 

Per un sindacato di classe serve un partito comunista conseguente

 

Al progetto, di matrice Pd, di costituzione un sindacato non conflittuale funzionale agli interessi di classe dei padroni, bisogna contrapporre la proposta di costruzione di un sindacato combattivo e di classe, una proposta di vera unità dei lavoratori, non decisa dagli apparati, che dovrebbe nascere nelle lotte e che dovrebbe essere in primo luogo rivolta a quei settori del sindacalismo di base che si sono opposti alle sciagurate politiche di questi ultimi anni. È necessario coordinare e centralizzare le sinistre sindacali conflittuali e di classe, costituire coordinamenti tra i delegati eletti nelle aziende e sviluppare la solidarietà di classe contro un nemico comune: il padronato.

Solo perseguendo questa via faremo sì che per la prima volta da decenni possano essere i lavoratori a passare all'offensiva e a riprendersi tutto ciò che nel tempo è stato loro sottratto.

Ma per fare questo è necessaria la costruzione di un partito comunista conseguente agli interessi dei lavoratori, un partito che sia per le lotte e nelle lotte, un partito internazionale che affianchi alle conquiste immediate dei lavoratori un programma di cambiamento di società, il Socialismo.

 

*Direttivo regionale Fiom Veneto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contratto dei bancari

Chiusura dei conti!

 

Alberto Madoglio*

 

 

Di recente è stata siglata l’ipostesi di accordo per il rinnovo del contratto degli oltre trecentomila mila bancari che attualmente lavorano in Italia. Sia la stampa che le nuove burocrazie sindacali che hanno firmato l’intesa (Cgil, Cisl e Uil e sei sigle di categoria) con la controparte aziendale (Abi), hanno parlato di accordo storico.

Sicuramente si tratta di un contratto che da un certo punto di vista segnerà la “storia” della categoria per gli anni a venire, ma i lavoratori come al solito non avranno nulla da guadagnare. Il maggior risalto è stato dato alla parte economica del nuovo contratto, che prevede un contributo una tantum di 1600 euro per il biennio 2006/07 e 280 euro a regime per il triennio 2008/10. Di fronte a queste cifre si potrebbe pensare che almeno in questo caso i lavoratori di un settore che negli ultimi anni ha visto il salario pesantemente falciato da inflazione, rinnovi al ribasso, ristrutturazioni aziendali a seguito delle numerose fusioni bancarie avvenute dalla fine degli anni novanta siano riusciti finalmente ad ottenere aumenti in grado di tutelare il potere d’acquisto dei loro stipendi. Purtroppo non è cosi. La piattaforma per il rinnovo votata lo scorso anno nelle assemblee dei lavoratori, prevedeva una richiesta di aumento media di 188 euro mensili per il biennio 2006/07, che comprendeva il recupero dello scarto tra inflazione programmata e quella reale (molto lontana dalla realtà, visto il modo in cui viene rilevata dall’Istat) e in parte teneva conto dell’aumento della redditività del settore: per la verità in questo caso si trattava solo del recupero del mancato adeguamento salariale del biennio 1999/01.

Quindi è evidente a tutti lo scarto tra quanto richiesto e ottenuto per il biennio in scadenza. Ma la parte più scandalosa riguarda il triennio 2008/10. Per la prima volta una categoria firma un contratto la cui durata passa da due a tre anni, rispondendo alle sollecitazioni che vengono in questo senso da Governo e Confindustria. Una scelta che, senza la reintroduzione di un meccanismo di scala mobile salariale, in un periodo in cui l’inflazione è prevista in salita in tutta Europa, condanna ancora i lavoratori a vedere ridotto in breve tempo il valore reale dello stipendio.

Ai lavoratori infatti verrà corrisposto un aumento di poco superiore al 10%, da calcolarsi sul quinquennio 2006/10 (e non per il periodo 08/10,come vogliono far credere le burocrazie sindacali) quindi circa il 2% annuo.

Si può capire meglio perché parliamo di ennesimo furto ai danni dei lavoratori se a tutto ciò aggiungiamo che viene lasciata piena libertà alle banche sulla parte normativa, per quello che riguarda cessioni di ramo d’azienda, esternalizzazioni, nessun impegno a trasformare rapporti di lavoro precari in rapporti a tempo indeterminato, (anzi prevedendo di lasciare una sostanziale mano libera alle aziende in questo settore permettendo l’utilizzo dell’apprendistato per 4 anni, con un inquadramento inferiore alla mansione svolta per la durata di 18 mesi, potendo aumentare all’8, dal precedente 5, la percentuale di lavoratori a tempo determinato), estensione dei diritti sindacali per i lavoratori di banche italiane presenti in Paesi dove questi sono ridotti o inesistenti (Est Europa).

I bancari devono essere chiamati a respingere un contratto che non solo non risponde positivamente alle loro più immediate richieste, ma che per primo applica quel nuovo modello contrattuale che la borghesia italiana e il suo governo sperano di imporre a milioni di lavoratori nel paese, con la cosciente complicità delle burocrazie sindacali, e che si può sintetizzare nello slogan: ancora più utili alle imprese, ancora minori garanzie e salari ai lavoratori.

 

*Fisac Cgil, "Rete 28 Aprile" Lombardia

 

Corrispondenze dalla fabbrica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera di denuncia di Emiliano Gisolfi, operaio metalmeccanico di Acerra ingiustamente licenziato, che ben testimonia la realtà delle condizioni di lavoro nelle fabbriche e il ricatto quotidiano cui gli operai sono sottoposti.

Breve cronologia di un mobbing

Tutto ha avuto inizio quando il settore logistico è stato privatizzato, nell’anno 2001, la F.M.A. S.p.A. di Avellino, ditta del gruppo Fiat, ha dato in gestione la logistica alla ditta C.R.M.-Logint S.r.l.. Il giorno 02/03/2001 fu trovata una scritta offensiva nei riguardi dell’azienda su di un manifesto che elogiava la produzione del duemilionesimo motore prodotto dall’azienda. Non avendo prove di chi fosse stato l’autore, mi fu presentata una lettera di contestazione perché, a detta del sig. Maglione Pompeo, al tempo nostro responsabile del personale, l’operaio C. G., allora assunto con contratto interinale, aveva testimoniato di avermi visto scrivere quella frase. Allora fui convocato per le giustificazioni senza avere la possibilità di essere accompagnato dal rappresentante sindacale, quindi le mie giustificazioni risultarono inutili e fu preso nei miei riguardi un provvedimento disciplinare di due ore di multa. Nei giorni seguenti trovandomi a parlare con il sig. C. G., a riguardo dell’accaduto egli mi disse le testuali parole : "mi hanno detto che se non incolpavo te non mi avrebbero fatto firmare il contratto". Il mio capo diretto, allora sig. Cucciniello Vincenzo insieme ai suoi diretti superiori hanno cominciato a rendermi la vita in fabbrica difficile, con continui spostamenti di mansione sempre più pesanti e pressioni psicologiche cercando di isolarmi dagli altri operai. (...)

Nonostante svolgessi il mio lavoro in maniera impeccabile, senza motivazioni né scritte, né verbali, mi venivano assegnate mansioni sempre più pesanti in postazioni nelle quali non potevo comunicare con i miei colleghi a meno che non avessi dovuto lasciare le postazioni stesse, mi si obbligava a non muovermi e a chiedere il permesso anche di andare in bagno. Nonostante tutto ciò mi logorava moralmente, spiritualmente e fisicamente, svolgevo i miei molteplici ruoli con diligenza realizzando molti record di produzione, in quanto, colpito nell’orgoglio, mi sentivo in dovere di dimostrare che non ero come dicevano loro, "un cattivo operaio". Tutto questo può essere testimoniato dagli operai miei colleghi con i quali ho lavorato per tanti anni.

Con il passare del tempo tutta questa situazione di stress emotivo e fisico, anche perchè il nostro lavoro si svolge su tre turni e non consente fisicamente di avere la possibilità di un adeguato riposo, mi ha portato in uno stato di depressione ed ansia come testimoniano le documentazioni mediche sia private che delle A.S.L.. Nonostante l’azienda fosse a conoscenza di questo, come anche la maggior parte degli operai, venivano adottati nei miei confronti, da parte dei miei superiori, comportamenti molto provocatori e di umiliazione, nell’intento di provocare una mia sconsiderata reazione al fine di licenziarmi. (...) Il giorno 28/09/2006 ho avuto una lettera di cambio mansione e di trasferimento presso i capannoni dell’officina satellite della C.R.M.-Logint S.r.l. che si trova in via Torrette di Mercogliano ad Avellino, che è stato da me impugnato tramite un avvocato, senza successo. Questa decisione aziendale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. (...) Il periodo di malattia è durato all’incirca sei mesi dopo ciò, per non rischiare di superare i termini del comporto delle malattie, il giorno 17/04/2007 sono tornato al lavoro presso la C.r.m.-Logint S.r.l. in via Torrette di Mercogliano ad Avellino, dove mi è stata assegnata una nuova mansione, vale a dire di affiancamento ad un operaio della ditta Logi-Service, consistente nell’assemblaggio di pompe iniezione, lavoro che già conoscevo e già svolto da me in passato negli anni dal 1995 al 2001. Dopo soli due giorni di affiancamento mi è stato comandato di montare questi pezzi. Senza fare una piega ho cominciato il mio lavoro. Circa dopo un mese di lavoro nella postazione assegnatami, il giorno 04/05/2007 ho accusato dolori alla schiena ed al braccio sinistro per cui mi sono fatto accompagnare in ospedale dove mi è stato riconosciuto un infortunio sul lavoro. Successivamente l’I.N.A.I.L. non ha riconosciuto quest’infortunio ed ha tramutato i miei giorni di assenza in malattia. (...) Sono ritornato al lavoro il giorno 13/06/2007, ma il mio nuovo capo diretto sig. Nappi Gianluca mi ha intimato di uscire dalle officine, perché così comandatogli, in quanto non avevo presentato il documento di chiusura dell’infortunio, documento che mi era stato trattenuto dal medico dell’I.N.A.I.L. (...) Il giorno 18/06/2007 ho ricevuto una lettera dell’I.N.A.I.L. contenente due documentazioni con le quali nello stesso giorno mi sono presentato nuovamente sul posto di lavoro. Consegnate queste carte al mio capo diretto sig. Nappi Gianluca, egli mi ha detto che non potevo essere ammesso in fabbrica, sempre perché non avevo consegnato un documento di chiusura d’infortunio. (...) Da questo momento in poi in officina mi è stata fatta nuovamente ed ancora più aggressivamente una pressione psicologica fino a sfociare in lettere di contestazione, prima di tutto inappellabili ma soprattutto aventi contenuti falsi e calunniatori verso la mia persona. (...)

Il giorno 17/07/2007, presentandomi regolarmente al lavoro ho trovato fuori della portineria della C.R.M.-Logint s.r.l. il sig. Monaco Carlo insieme al mio capo diretto sig. Nappi Gianluca e un impiegato sig. Aquino con l’aiuto dei due vigilanti di turno che piantonavano l’entrata intimandomi di non poter entrare e di andare via perché non potevo essere ammesso in fabbrica perché sospeso dal lavoro. Spiazzato e senza sapere cosa fare ho chiamato personalmente i due rappresentanti sindacali (che sono a conoscenza di questi fatti), ma purtroppo avevano il loro telefono cellulare spento. Il giorno 18/07/2007 mi è stata notificata una lettera di sospensione cautelare non disciplinare di sei giorni con effetto immediato. Nello stesso giorno 18/07/2007 mi sono recato regolarmente al lavoro perché non mi erano chiari i termini della sospensione. (...) Ho subito impugnato il licenziamento e fatto ricorso al giudice del lavoro tramite l’Art.700; è stato riconosciuto l’ingiustificato motivo, ma a tutt’oggi 19/02/2008 ancora non sono stato riammesso al lavoro (Acerra, 19/02/2008).

Sfruttate in nome di Dio

Intervista ad alcune lavoratrici “in nero” dell’Opera Romana Pellegrinaggi

 

a cura della sezione romana del PdAC

 

Quella che segue è il frutto, oltre che di una lunga chiacchierata, soprattuto di un’intervista “a microfono aperto” svoltasi il 9 aprile in piazza, nel cuore di Roma. Come Pdac abbiamo partecipato ad un sit in indetto dai Cobas e da alcune lavoratrici che hanno svolto “in nero” il lavoro di hostess a bordo dei bus turistici “Roma Cristiana”, per conto dell’Opera Romana Pellegrinaggi (Orp).

La chiesa cattolica gestisce in Italia un enorme volume d’affari legato al turismo: si parla di cifre intorno ai 5 miliardi di euro l’anno.L’Opera Romana Pellegrinaggi presieduta da Camillo Ruini, vicario di Roma, è una sociatà leader in questo specifico settore, alle dirette dipendenze del Vaticano. Poiché gode di un regime di extraterritorialità può evadere le leggi italiane in materia fiscale, di diritto del lavoro, di sicurezza, igiene ecc., cosa che peraltro avviene per tutte le attività economiche della Chiesa (sanità, scuole, commercio). Non solo, lo Stato italiano e i governi locali favoriscono questo regime di favore, attraverso finanziamenti a progetti, ristrutturazioni del loro patrimonio immobiliare ed esenzione fiscale di Ici, Irap, Ires. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dallo sfruttamento del lavoro che passa attraverso l’imbroglio del “volontariato” e di contratti precari e senza tutele. Valeria e Federica ci chiedono di far loro delle domande. Parleranno al microfono per sensibilizzare la città e perché apra bene le orecchie anche l’amministratore delegato dell’Orp, padre Cesare Atuire che si trova venti metri più in là, chiuso nel suo palazzo barocco, dalla bella facciata ristrutturata da poco.

 

Come nasce la vostra storia di lavoratrici?

V. Siamo state arruolate dall’Orp per il lavoro di hostess a bordo dei bus turistici “Roma cristiana”. Circa venti di noi completamente in nero - con una paga di circa sei euro l’ora a fronte di un biglietto di circa venti euro pagato dal turista - , hanno lavorato a fianco di circa venti altre colleghe contrattualizzate, ma con contratti precari. A me ad esempio all’inizio fu offerto un contratto precario part time e lo acettai; nel momento in cui sono andata a firmare, il contratto non esisteva più e mi proposero il full time. Quando decisi di accettarlo, i posti erano esauriti e mi proposero di collaborare in nero.

 

Quando avete deciso di farvi sentire e aprire una vertenza?

F. Abbiamo deciso di denunciare la condizione di sfruttamento sia delle lavoratrici in nero, sia delle lavoratrici pecarie e, sostenute dai Cobas del lavoro privato, aderente alla Confederazione Cobas, abbiamo aperto una vertenza contro l’Orp e messo in campo diverse azioni di lotta. L’8 marzo abbiamo organizzato un primo presidio in piazza dei Cinquecento. Quel giorno eravamo in tante, sostenute dai collettivi di femmiste e lesbiche, da Facciamo breccia, Uaar. La risposta immediata e vittimistica dell’Orp è stato il blocco del servizio dei bus per quel giorno.

V. Successivamente ci ha allontanto dal lavoro (non poteva certo licenziarci dal momento che non abbiamo mai avuto contratto) inviandoci una mail secondo la quale fino al 31 marzo avrebbero potuto proseguire a lavorare soltanto le persone munite di contratto (precario). L’Orp ha poi dato mandato ad una società di lavoro interinale, la Quanta, di reperire nuovo personale attraverso una selezione per sostituire le ragazze lasciate a casa. Abbiamo mostrato a tutti che proprio il Vaticano il cui capo indiscusso pontifica contro la precarietà, non si fa scrupolo di sfruttare lavoratrici precarie e, ancora peggio in nero, senza uno straccio di tutela e fuori da ogni regola. Per ritorsione siamo state rimandate a casa. Ma quelle mail di “licenziamento” rappresentano una autodenuncia e noi le abbiamo rigirate all’ispettorato del lavoro.

 

C’è un legame secondo voi tra la vostra condizione di giovani donne ed il rapporto di lavoro vissuto con l’Orp?

V. Tutte noi abbiamo assistito alla propaganda Vaticana contro le donne di questi ultimi mesi: l’idea di relegare le donne nel ruolo subalterno di cura, di madri, mogli, come se fosse un destino divino, rende quasi automatico lo sfruttamento di personale femminile in un servizio come quello da noi svolto sui bus. L’assistenza non può che essere svolta da donne, magari di bella presenza; non è un caso che gli autisti, ad esempio sono tutti uomini.

F. In questo senso va denunciata l’ambiguità della definizione che ci davano di “animatrici pastorali”, di fatto lavoratrici in nero, ma assimilate a volontarie. Non ho nulla contro il volontariato, ma deve essere tale. Nel nostro caso non è mai esistito alcun accordo in cui abbiamo sottoscritto di fare le volontarie, né ci è stata mai rilasciata alcuna ricevuta di rimborso spese per la nostra attività di “volontariato” quando andavamo a riscuotere i nostri compensi “in nero”.

 

Quali sviluppi prevedete per la vostra lotta e cosa pensate di fare per unificare la vostra con altre vertenze precarie?

F. Vogliamo continuare l’azione di denuncia attraverso tutti gli strumenti disponibili, sit in, interviste, ecc.cercando di aggregare più forze possibili. Dobbiamo mantenere alta la nostra visibilità, proprio per contrastare l’“invisibilità” subita sul posto di lavoro. “Voi non esistete” è quel che ci ha detto la nostra coordinatrice un giorno in cui, in via della Conciliazione (a due passi da piazza S. Pietro), il bus è stato fermato per i controlli di routine della polizia.

V. La lotta paga: noi stiamo lavorando sulla scia di un’altra vertenza vinta dalle nostre colleghe dell’azienda comunale Trambus Open che hanno lavorato a partita iva o appaltate ad una cooperativa fino al giugno 2007, quando, proprio a seguito delle loro lotte e mobilitazioni, sono riuscite, in 50, a veder riconosciuto il contratto subordinato a tempo indeterminato. Oggi anche loro sono qui e volantinano con noi.

 

Verso sera Valeria e Federica, accompagnate da un sindacalista, entrano in delegazione nel palazzo dell’Orp. L’amministratore delegato, padre Cesare Atuire, fa loro capire che se avessero voluto individualmente (!) raggiungere un accordo si sarebbe potuto. Ma loro sono unite in una battaglia sindacale che assume un chiaro significato politico contro lo strapotere ideologico e materiale del Vaticano.

 

 

 

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