Partito di Alternativa Comunista

Emergenza rifiuti

Tra monnezza, pulcinella e camorra

 

Giuseppe Guarnaccia

 

L’emergenza rifiuti in campania nonostante l’avvicendarsi di governi, subcommisari e prefetti, continua inesorabile sotto traccia. Dopo la crisi acuta avutasi durante la legislatura Prodi, che ha visto scendere in piazza e sulle barricate cittadini ormai nauseati e stufi di vivere costantemente in discariche a cielo aperto, il nuovo esecutivo, guidato da Silvio Berlusconi - dopo le promesse fatte in campagna elettorale di ripulire Napoli, la sua provincia e l’intera regione, le sei visite ufficiali, le due sedute del consiglio dei ministri svoltesi nel capoluogo campano - ha soltanto ripulito il centro di Napoli sversando le oltre tremila tonnellate di rifiuti prodotti dalla città partenopea nelle discariche ubicate in tutta la regione. Dunque, come era prevedibile, nonostante i trionfalismi e le bugie istituzionali di un pulcinella poco credibile, la situazione a Napoli e nell’intera regione campania è ancora grave. Le discariche situate sul territorio regionale, sono sature e non potranno più accogliere i rifiuti del napoletano e dell’intera regione. L’attuazione dei tre termovalorizzatori previsti ad Acerra, Salerno e Santa Maria la Fossa procede senza intoppi pena il commissariamento dei comuni interessati. Le popolazioni locali colpite da questo dramma ambientale, sociale e sanitario dovranno mobilitarsi quanto prima per tutelare il loro diritto alla vita e alla salute pubblica.

La criminalità organizzata di stampo camorristico continua ad intervenire in maniera diretta sui traffici illeciti di rifiuti, lucrando notevoli somme di denaro. La camorra si pone come terminale del traffico, nel senso che assicura il territorio ove smaltire illecitamente i rifiuti: può fare ciò perché è la camorra stessa a controllare e gestire ogni metro quadro di ampie aree del territorio campano. In particolare la provincia di Caserta presenta zone controllate manu militari dalla criminalità organizzata, che addirittura organizza staffette per pattugliare le strade e attua attività di controllo sulle macchine non conosciute che transitano per quelle vie.

                                                                                                 

Termovalorizzatori, discariche e organizzazione dei movimenti di lotta

 

Un sindaco megalomane e autoritario, Vincenzo De Luca, primo cittadino di Salerno, durante i mesi di massima acutizzazione dell’emergenza rifiuti, si auto-candida a commissario straordinario per la costruzione, entro non oltre tre anni, di un termovalorizzatore sul territorio salernitano. Sia Prodi prima che Berlusconi poi accolgono con immenso favore la candidatura di Salerno per la costruzione di un nuovo eco-mostro che segnerà per sempre le sorti della popolazione locale e della terra salernitana. Le discariche oggi presenti nella regione campania sono ormai dieci. Da Serre a Santa Maria la Fossa, da Terzigno a Savignano Irpino, ogni provincia conta sul proprio territorio almeno una fogna a cielo aperto che produce danni alla salute pubblica e all’ambiente.

La classe politica campana in questi anni ha soltanto prodotto leggi finalizzate a elargire a pioggia fondi da destinare alla FIBE, società a cui è stata affidata l’intera gestione del ciclo dei rifiuti.

Negli impianti realizzati dalla FIBE, si producono ecoballe che non possono essere bruciate e che ovviamente si accumulano in attesa di essere trasferite in Germania e in altre località italiane ed europee. La pseudo-sinistra antagonista in questi anni, appoggiando la giunta Bassolino in regione campania, ha dimostrato tutta la sue debolezza, la sua collusione coi poteri forti e la totale mancanza di prospettiva di lotta coerentemente comunista. Occorre una grande mobilitazione generale che unisca tutti i movimenti di lotta presenti sul territorio. Solo una battaglia realmente anticapitalista può impedire alla borghesia campana e alla camorra di mettere mani sulla gestione dei rifiuti e di decidere sulla pelle dei proletari e dei cittadini campani. Il PdAC sostiene e partecipa alle lotte dei cittadini e dei comitati civici per la difesa della salute e del territorio, consapevole che solo un programma dichiaratamente anticapitalista potrà risolvere la questione ambientale, economica, politica e sociale. Solo un governo dei lavoratori e per i lavoratori potrà sviluppare e risolvere coerentemente e compatibilmente con l'ambiente la questione dei rifiuti.

Il governo Berlusconi attacca i “fannulloni”...

I lavoratori pubblici rispondono partecipando allo sciopero generale del 17 ottobre

 

Intervista a cura di Pia Gigli

 

Alla vigilia dello sciopero del sindacalismo di base abbiamo intervistato Patrizio Cicciotti (coordinatore Rdb Inps di Latina, membro del Consiglio Nazionale Rdb Cu) e

Roberto Giuffrida (coordinatore Rdb Inpdap di Latina membro del Coordinamento Nazionale Rdb Cub Inpdap)

 

Cosa sta succedendo nei vostri luoghi di lavoro (Inps e Inpdap) dopo l’attacco del governo ai lavoratori pubblici?

 

E ancora in atto il progetto del vecchio governo Prodi. La distinzione tra la parte assistenziale rappresentata dall’Inail e la parte che fornisce il servizio pensionistico per il quale è previsto l’accorpamento di Inps e Inpdap, ha una sua logica. Anche perché normativamente il sistema pensionistico dell’Inps (lavoratori privati) e dell’Inpdap (lavoratori pubblici) tendenzialmente nei prossimi venti anni sarà omogeneo, con il passaggio per tutti i lavoratori dal sistema retributivo a quello contributivo. A conferma di ciò noi lavoratori Inps e Inpdap stiamo già lavorando con sistemi informatici del tutto identici. Con il governo Prodi già si voleva procedere all’unificazione delle sedi di questi enti, e si è dato il via alla cartolarizzazione delle sedi di proprietà che ora sono tutte in affitto, in barba al taglio degli sprechi. In tema di risparmio, sempre tanto sbandierato dai vari governi di questi anni, non si è mai voluta affrontare, ad esempio per l’Inps, la separazione tra il settore pensionistico e settore assistenziale, questo significa che le spese dell’Inps sono sovradimensionate dovendo occuparsi pure dell’assistenza, rispetto alla sua funzione cardine che è quella pensionistica. Il governo oggi parla di accorpamento per similitudini, con l’eccezione già proposta da Prodi, si badi bene, delle casse molto ricche dei notai ed altri professionisti.

Dal punto di vista gestionale, in questi enti, da tangentopoli in poi, accanto al Consiglio di amministrazione (Cda), esiste il Civ (Comitato di Indirizzo e Vigilanza), una struttura di nomina sindacale con diritto di proposta e di controllo. Oggi il governo sta mettendo in atto un vero e proprio ricatto nei confronti dei sindacati maggiori: in cambi del loro rientro nei Cda, vuole far accettare i pesanti tagli del salario accessorio proposto dal governo con il decreto 112 (oggi legge 133) e che per noi rappresenta una fetta consistente della retribuzione.

 

Quale lettura dare dei provvedimenti del governo sulla pubblica amministrazione? Avete messo in atto mobilitazioni dei lavoratori contro il decreto 112?

 

Abbiamo cominciato a scendere in piazza ancor prima dell’estate contro il piano di Brunetta sulla pubblica amministrazione ed il decreto 112; esponenti governativi ci hanno confessato che questa manovra di 10 minuti non è stata nemmeno letta dal ministro, un’operazione balorda uscita dalla mente di qualche burocrate. Nonostante la manovra abbia suscitato malumori anche all’interno dalla maggioranza (ad esempio in settori di An, dato il peso dei lavoratori di stato e parastato a Roma), Brunetta è intoccabile, la sua forte esposizione propagandistica rappresenta l’immagine migliore di un governo che dice di combattere gli sprechi.

La stretta sulle malattie, con il pretesto tutto propagandistico di colpire i “fannulloni”, oltre a colpire il salario riduce il lavoratore agli “arresti domiciliari”, una vera e propria vessazione soprattutto per i lavoratori che vivono da soli. Si tratta di una intollerabile criminalizzazione dei lavoratori pubblici che colpisce la loro dignità.

Sulla legge 104 che prevede permessi per l’assistenza a congiunti affetti da malattie invalidanti, si è ristretta la fruizione ai solo portatori di handicap e per di più con decurtazione salariale. A fronte di una deficienza pubblica sull’assistenza domiciliare che costringe il singolo a fare da sé, si spinge a ricorrere all’assistenza privata.

Lo scopo è quello di smantellare lo stato sociale e parallelamente colpire il sindacato e in particolare il sindacalismo di base che mantiene una visione del pubblico solidaristica e fuori dal mercato.

L’operazione di smantellamento del pubblico e di privatizzazione viene da lontano ed è stato portato avanti allo stesso modo dai governi di centrodestra e di centrosinistra. Ad esempio nel nostro settore si è proceduto con l’americanizzazione: sulle spalle dell’Inps c’è tutta la parte dei versamenti per la pensione e anche tutte le spese di assistenza che invece dovrebbero essere a carico della fiscalità generale, così tutta l’assistenza grava sui lavoratori. I soldi che vengono stanziati per fare previdenza (pensioni) vengono così utilizzati per fare assistenza, ciò è devastante. L’obiettivo finale è la privatizzazione della previdenza e la questione è: che fine farà l’assistenza.

Le diverse controriforme delle pensioni da Dini fino all’ultimo governo Prodi hanno fatto avanzare un processo di privatizzazione delle pensioni ed oggi questo governo si accinge a fare un’ulteriore controriforma. Si tratta di una proposta di legge il cui primo firmatario è Giuliano Cazzola, ex sindacalista Cgil e oggi parlamentare del Pdl, che prevede un’ulteriore elevamento dell’età per il diritto alla pensione, il passaggio al sistema contributivo già dal 1 gennaio 2009 anche per quanti hanno finora mantenuto il sistema retributivo avendo maturato 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e innalza l’età per la pensione di anzianità a 62 anni.

 

E sull’inefficienza della pubblica amministrazione?

 

L’attacco al mondo del lavoro pubblico considerato inefficiente, svolto da fannulloni assenteisti, vuole far pagare le inefficienze del sistema ai lavoratori e divide la classe lavoratrice.

E’ chiaro che anche noi siamo utenti dei servizi e quindi non siamo contrari all’efficienza. Ma per noi l’efficienza è poter fare una tac urgente in 24 ore, non certo aprire un’impresa in 24 ore. E si deve sapere che i sistemi per garantire l’efficienza dei servizi già esistono e prevedono anche penali se non si raggiunge il risultato. Non è tollerabile la criminalizzazione di tre milioni e mezzo di pubblici dipendenti. Piuttosto è da mettere sotto accusa l’organizzazione del lavoro che è in mano ai dirigenti da considerare veri e propri capi azienda con stipendi che vanno da 150-300 mila euro, più interessati a vedersi rinnovato il contratto (di durata triennale o quadriennale) circondandosi di pochi collaboratori fidati che risolvono i problemi e disinteressati al ruolo pubblico che rivestono, quindi le sacche di inefficienza non vengono mai colpite.

La class action proposta da Brunetta è uno strumento perverso. Dovrebbe servire per valutare il gradimento di un servizio da parte del pubblico che poi influisce sulla parte di salario del lavoratore del servizio. Invece è un sistema che mette lavoratori contro altri lavoratori che sono contemporaneamente erogatori e fruitori, anzi “clienti” dei servizi.

 

Come giudicate la riforma del modello contrattuale in discussione in questi mesi?

 

L’attacco al contratto nazionale che si sta giocando ai tavoli di questi giorni riguarda lavoratori pubblici e privati ed è stato preparato da dieci anni da tutti i governi con particolare responsabilità del governo Prodi. Complessivamente ci sembra che con la riforma del modello contrattuale il sindacalismo confederale si giochi una partita decisiva che riguarda la sopravvivenza del suo ceto burocratico e del suo ruolo istituzionale di sindacato /azienda, erogatore di servizi, sempre più lontano dai lavoratori, soprattutto dai più giovani. La triennalizzazione dei contratti che di fatto è già stata recepita negli ultimi contratti siglati, renderà ancora più lunga l’attesa per i rinnovi. Il meccanismo dell’inflazione programmata o come dicono dell’inflazione “realisticamente prevedibile”, che sarà sempre molto lontana dall’inflazione reale, produrrà per i lavoratori un ulteriore impoverimento che stanno subendo fin dal taglio della scala mobile. Il recupero salariale che si vuole spostare nella contrattazione integrativa aziendale o territoriale vedrà lavoratori di serie A, dove la contrattazione decentrata si fa, come nel pubblico e nelle grandi aziende, e lavoratori di serie B come quelli delle piccole e medie imprese, dove il sindacato non c’è e la parte padronale è spregiudicata. Tutto ciò è da collegare al federalismo che è interno alla cultura di questa concezione di modello contrattuale ed è molto prossimo all’istituzione di fatto di nuove gabbie salariali con ulteriore frammentazione dei lavoratori.

 

Quale è il senso dello sciopero generale che avete indetto per il 17 ottobre?

 

Come prima cosa c’è da dire che gran parte del sindacalismo di base sciopera unitariamente, a differenza di altre volte, e poi lo sciopero è stato deciso da quadri e delegati nell’assemblea di Milano del 17 maggio dove si è sentita l’esigenza di contrastare il duro attacco in atto contro il mondo del lavoro. Dunque un percorso dal basso, a differenza del sindacalismo confederale che sembra aver perso il contatto con la propria base e sembra preoccupato per lo più di garantire la propria sopravvivenza. Si pensi che proprio il 17 ottobre, Cgil Cisl Uil funzione pubblica hanno convocato un’assemblea di Rsu sovrapponendosi allo sciopero generale del sindacalismo di base.

Occorre svegliarsi dall’incubo rappresentato da questo governo, costruire un’opposizione alle menzogne dei rifiuti a Napoli, all’operazione di Alitalia, all’attacco al mondo del lavoro pubblico e privato. Perchè un’opposizione nel nostro paese non c’è. Pensa, che sul furto del salario stabilito dal decreto 112, l’unica azione fino ad oggi l’ha fatta il Codacons anche se in termini di ricorso legale. Vogliamo essere una voce fuori dal coro, occorre tornare a fare il sindacato conflittuale fuori da tutte le logiche della concertazione. Siamo certi che il 17 ottobre scenderanno in piazza molti lavoratori (18/09/2008).

 

 

SI È SVOLTO IL IX CONGRESSO MONDIALE DELLA LEGA INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI ‑ IV INTERNAZIONALE (LIT‑CI)


 

 

Dal 23 luglio al 3 agosto si è svolto il IX Congresso Mondiale della Lit‑Ci. Sono stati giorni di intensi dibattiti nell’avvenimento più importante della vita interna di un’organizzazione internazionale. Oltre a tutte le discussioni fondamentali, fatte in un clima di grande fraternità, il congresso ha rappresentato un successo per tutti quelli che lottano per la ricostruzione della IV Internazionale.

 

I partecipanti

 

Hanno partecipato al Congresso organizzazioni della Lit di 18 paesi (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Perù, Venezuela, Paraguay, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia, Belgio, Portogallo e Russia) rappresentate da 22 delegati pieni e 9 delegati non pieni di organizzazioni simpatizzanti o che non hanno raggiunto il numero minimo di militanti richiesti per avere diritto ad un delegato pieno (con diritto di voto). Erano presenti anche militanti della Lit degli Usa. Per ragioni finanziarie, non hanno potuto essere presenti, oltre al delegato della Turchia, rappresentanti delle organizzazioni simpatizzanti di Uruguay, El Salvador, Panama ed Ucraina.

Hanno anche partecipato, come invitati, organizzazioni con le quali la Lit mantiene relazioni politiche, tra cui Batay Ouvriyé di Haiti, Okde‑Ep della Grecia, Freedom Socialist Party (Fsp) degli Stati Uniti, la Uit‑Ci (Unità Internazionale dei Lavoratori) e due organizzazioni dell’Argentina: It (Izquierda de los Trabajadores) e Fur‑Poder Obrero. Inoltre, al Congresso sono giunti saluti di militanti della Lit del Messico e dei gruppi Resistencia ed Acción Socialista, dello stesso paese.

Come è tradizione nei congressi dell’Internazionale, è stata eletta una Presidenza Onoraria, composta da dirigenti e militanti morti e da coloro che hanno dedicato la vita alla lotta rivoluzionaria. In questo Congresso, il nome di Nahuel Bruno, fondatore della Lit e suo principale dirigente, morto nel 1987, è stato al fianco di altri importanti dirigenti e militanti della corrente morenista che sono deceduti dall’ultimo congresso, cui è stato reso un caloroso omaggio per la loro traiettoria politica, fra i quali, Eduardo Espósito, Ernesto González, Jorge Guidobono, Eduardo Gómez (“Gardel”), José “Petiso” Páez e Juan Carlos López Osornio (il “Pelato” Matosas).

 

Le principali discussioni

 

Il Congresso ha discusso tre questioni centrali: la situazione dell’America Latina, il processo di Ricostruzione della IV Internazionale ed il problema della Morale Rivoluzionaria.

La discussione sull’America Latina ha affrontato la caratterizzazione e la politica dei rivoluzionari in relazione ai governi del Venezuela, della Bolivia ed agli altri governi di collaborazione di classe, ma principalmente al governo di Chávez. Sono state anche discusse la questione agraria e la serrata (lockout) della Confederazione padronale agraria argentina, nonché la riorganizzazione del movimento di massa, il ruolo e le prospettive dell’Elact (Incontro Latinoamericano e Caraibico dei Lavoratori).

Sul Venezuela, numerose organizzazioni di sinistra affermano che il governo Chávez è un governo rivoluzionario che conduce il paese verso il “socialismo del XXI secolo”. Altri dicono che è un governo operaio e contadino (o piccolo‑borghese rivoluzionario) che può arrivare a svolgere lo stesso ruolo di Fidel Castro, nella Rivoluzione Cubana del 1959. La Lit‑Ci, al contrario, afferma che quello di Chávez è un governo borghese, che poggia sulle Forze armate. È la borghesia che governa il paese e la classe operaia è totalmente estromessa dal potere dello Stato. Le nazionalizzazioni che Chávez ha fatto non sono parte di un piano del governo per espropriare l’imperialismo e la borghesia, bensì misure limitate per rafforzare la borghesia nazionale (specialmente il settore denominato “borghesia bolivariana”) e, d’altra parte, una risposta limitata alla pressione rivoluzionaria delle masse. Tutte queste caratteristiche confermano la posizione della Lit secondo cui in Venezuela, , ciò che viene riaffermato non è certamente il cammino verso il “socialismo del XXI secolo”, bensì un stato borghese semicoloniale ed un regime bonapartista che oscilla tra l’imperialismo ed il movimento di massa e che non esita a reprimere i lavoratori quando serve.

Il governo Chávez e gli altri governi populisti e di frontepopulisti dell’America Latina sono nemici delle masse ed usano il loro prestigio per contenerne la lotta rivoluzionaria, cercare di controllarle, demoralizzarle e sconfiggerle. Di fronte a questo, la Lit riafferma la sua strategia di rovesciamento di questi governi e la loro sostituzione con governi operai e contadini, cioè, con la dittatura del proletariato. In questa prima tappa, quando hanno ancora molto prestigio, la nostra tattica è spiegare pazientemente ai lavoratori il carattere borghese di questi governi, lottare contro la loro politica, incoraggiare la lotta delle masse per le loro rivendicazioni concrete e stimolare l’organizzazione indipendente della classe operaia. La politica centrale della Lit oggi in America Latina è cercare in ogni modo l’indipendenza della classe operaia per affrontare l’imperialismo e le borghesie nazionali.

Il dibattito sul progetto di ricostruzione della IV Internazionale è stato uno dei più importanti del Congresso. La situazione mondiale, di offensiva imperialista, ricolonizzazione della maggioranza dei paesi del mondo, politiche neoliberali, supersfruttamento dei lavoratori e la risposta di un’ampia azione rivoluzionaria delle masse nel mondo intero, dimostrano la necessità imperiosa di ricostruire la IV Internazionale, come forma per risolvere la crisi di direzione del proletariato e condurne alla vittoria le lotte contro il capitalismo e l’imperialismo. Questa è stata la battaglia di Trotsky. La Lit‑Ci, sin dalla sua fondazione nel 1982, si è sempre considerata uno strumento al servizio di questo compito strategico. Il IX Congresso della Lit è stato un progresso in questo senso. C’è stato accordo tra le organizzazioni presenti, con le quali la Lit sta discutendo, in relazione ai criteri per la ricostruzione della IV, già esposti da Trotsky negli anni ’30. È necessario basarsi su un programma, cioè sulla comprensione comune della realtà e dei compiti che proponiamo al proletariato in questo momento, e su accordi rispetto agli avvenimenti fondamentali della lotta di classe e sull’azione congiunta di tutti i rivoluzionari impegnati in questo compito. Per la cui gigantesca dimensione, lo sforzo per ricostruire la IV Internazionale deve essere di tutti i rivoluzionari, non solo di quelli che si rivendicano trotskisti, avendo come condizione che quelle relazioni siano basate su un metodo comune di onestà, franchezza e lealtà, cercando gli accordi e discutendo le divergenze con totale chiarezza.

Una delle questioni fondamentali in questo processo è la difesa di una morale rivoluzionaria. Per questo motivo, il congresso ha realizzato, su questo tema, una delle discussioni più ricche ed intense (v. articolo).

Il Congresso ha affrontato altri due temi fondamentali: la situazione dell’economia mondiale ed il processo di restaurazione del capitalismo nei paesi del Est europeo. Sull’economia, la discussione verteva sull’attuale crisi economica mondiale e le sue ripercussioni per la classe operaia. Il Segretariato della Lit ha presentato un documento che analizza i meccanismi della crisi, la caratterizza come una crisi classica di sovrapproduzione, provocata dalla caduta del tasso di profitto e sulla quale si può dire già che è la peggiore crisi del capitalismo dal crack del 1929, con ripercussioni per la classe operaia mondiale e tutti i paesi semicoloniali.

Malgrado il tema della restaurazione del capitalismo nei paesi dell’Est europeo fosse stato già discusso alcuni anni addietro nella Lit, questa questione è stata riproposta nel IX Congresso col proposito di affrontare il dibattito con le organizzazioni invitate, così come con le organizzazioni recentemente entrate nella Lit, come il PdAC dell’Italia ed i partiti dell’ex Cito, come il Pst della Colombia, che non hanno partecipato ai dibattiti precedenti sul tema. L’obiettivo non era votare un documento perché la stessa Lit non ha una posizione “ufficiale” sul tema, nonostante già si sia manifestata un’opinione maggioritaria al riguardo. Per questo motivo, sono stati presentati vari documenti che riflettono le diverse posizioni che esistono all’interno della Lit, oltre ad altri documenti elaborati da organizzazioni invitate, come la Uit e It.

Altre questioni sono state dibattute in Commissioni di Lavoro che hanno funzionato parallelamente ai dibattiti centrali del Congresso. L’obiettivo era approfondire alcuni temi per adottare risoluzioni alla fine dei lavori: Europa, Medio Oriente, Argentina e lotta contro l’Oppressione della Donna, alla discussione del cui tema si è dedicata un’apposita commissione.

Sono stati votati documenti sulla situazione in Europa (con aggiornamenti e contributi sulla lotta contro la settimana lavorativa di 65 ore e sui partiti anticapitalisti) e sulla situazione nel Medio Oriente. La discussione sull’Argentina si è incentrata sopra al conflitto tra il settore agrario ed il governo. C’è stata fu una forte polemica tra la posizione che caratterizza la “crisi agraria” come una serrata patronale reazionaria sostenuta dall’oligarchia rurale contro la quale i rivoluzionari debbono battersi (posizione difesa dal Fos, sezione argentina della Lit, e dalla stessa direzione della Lit), da una parte, e quella che considera la protesta come una lotta progressista dei piccoli agricoltori (posizione difesa dalla Uit e fa It). Dalla discussione, che sottende questioni di principio, sono emerse tre proposte di risoluzione: una di appoggio alla politica del Fos e della direzione della Lit (che è stata approvata all’unanimità nella sessione plenaria di delegati), un’altra, contrapposta, presentata da It, ed una terza, con un’analisi vicina alla posizione del FOS e della LIT, presentata dal Fur-Po, ma che considerava che le differenze non erano di principio.

La commissione che ha dibattuto la questione dell’oppressione della donna è stata la più partecipata del Congresso. Sono stati presentati tre documenti sul tema: una dalla Commissione delle Donne della Lit e dal Segretariato Internazionale, un altro dal Fsp degli Usa ed un terzo dal Pstu. Partendo da un accordo sulla necessità di avviare la lotta contro l’oppressione della donna in una prospettiva classista e socialista, c’è stato un intenso dibattito su come organizzare la lotta delle donne nonché il lavoro delle organizzazioni rivoluzionarie in questo settore.

Di seguito, il Congresso ha discusso il Documento di Bilancio ed Indirizzo di Attività, ratificando, in generale, l’analisi sul progresso avuto dalla Lit che la rende un riferimento per il raggruppamento dei rivoluzionari, evidenziata nella realizzazione dell’Elact. I delegati presenti al Congresso hanno discusso anche delle nuove e grandi sfide, che rendono manifesta la responsabilità delle organizzazioni della Lit nel processo di riorganizzazione del movimento operaio e la necessità imperiosa di fortificare le sezioni nazionali e crescere in numero di militanti e quadri per affrontare i nuovi compiti. In questo stesso senso, si è posto l’accento sulla necessità urgente di rafforzare la direzione dell’Internazionale per assumere queste nuove e grandi sfide.

 

Il IX Congresso conferma lo sviluppo della LIT

 

È stato un Congresso di successo, per il numero di nuove sezioni ed organizzazioni simpatizzanti presenti; la partecipazione attiva delle organizzazioni invitate ai dibattiti; i documenti presentati ed il livello politico delle discussioni; ed ha espresso il grado di avanzamento della Lit in questo momento.

D’altra parte, l’ultimo periodo ha mostrato il grado di sviluppo ed inserzione delle sezioni della Lit, cosa che si è rispecchiata nel Congresso e nell’importanza degli eventi realizzati nel periodo precongressuale, il Congresso della Conlutas e l’Elact, nei quali la militanza della LIT ha avuto un ruolo di rilievo.

In uno dei punti più importanti per l’Internazionale in questo momento, il compito di ricostruzione della IV, si sono avuti progressi molto importanti. Benché durante il Congresso non si sia giunti ad accordi concreti in direzione all’unificazione della Lit con le organizzazioni invitate, tutte esse hanno rivendicato l’importanza delle discussioni fatte nel Congresso, la maggioranza ha espresso il suo accordo con documenti come quello di Ricostruzione della IV e sulla Morale Rivoluzionaria, e tutte hanno manifestato l’intenzione di continuare a discutere con la Lit ed hanno condiviso la necessità del Seminario di Attualizzazione Programmatica, votato dal Congresso.

D’altra parte, il Congresso ha evidenziato che esistono ancora importanti divergenze che ostacolano un’unificazione immediata e che richiedono che le discussioni continuino. Tali divergenze, in alcuni casi, involgono questioni di principio, come il dibattito tra la Lit con la Uit ed It, sul conflitto rurale in Argentina che ci colloca in campi opposti in questo processo.

Tuttavia, ciò non ha impedito che la proprio It affermasse, alla fine del Congresso: “Questa è la Lit di Moreno”. Il dibattito con queste organizzazioni deve proseguire con la chiarezza e la franchezza con cui si è realizzata la discussione politica nel Congresso, perché l’obiettivo più importante che abbiamo davanti continua ad essere la ricostruzione della IV Internazionale, strumento fondamentale affinché la classe lavoratrice possa uscire vittoriosa nelle sue lotte contro il capitalismo e l’imperialismo in tutti i paesi del mondo.

 

 

La lotta per una morale proletaria e rivoluzionaria come parte della battaglia per la ricostruzione della IV Internazionale

[secondo articolo]

 

La necessità imperiosa di lottare contro la morale borghese e recuperare la morale proletaria e rivoluzionaria, come parte indissolubile della battaglia per la ricostruzione della IV, è stata intensamente dibattuta nel Congresso Mondiale della Lit.

Nella relazione di apertura della discussione, il compagno Caps, del Prt della Spagna, ha ricordato che “Per noi, questa discussione è molto lontana dal rispondere a qualche tipo di problema interno; essa risponde ad una necessità obiettiva, inevitabile, che ha a che vedere coi compiti di costruzione di un’Internazionale rivoluzionaria”. Ed ha insistito sul fatto che la questione morale è una questione “sine qua non”, sulla quale si deve avere accordo, senza la quale è impossibile costruire un’Internazionale in comune. Ha ricordato che Trotsky e Moreno diedero sempre un enorme valore a questo tema, sia da un punto di vista teorico, sia pratico.

Nel 1938, Trotsky scrisse un piccolo opuscolo, “La loro morale e la nostra”, in cui spiega che non c’è una morale universalmente valida, perché la morale è il prodotto dello sviluppo sociale ed ha un carattere di classe. La classe dominante impone alla società i suoi fini e definisce come “immorali” i mezzi che contraddicono quei fini. Trotsky non aveva nessuna concezione mistica della morale. Per lui, i problemi della morale rivoluzionaria si confondono coi problemi di strategia e tattica rivoluzionarie. Perciò, egli considerava impossibile il compito di costruire un partito rivoluzionario senza una morale indipendente in tutto dalla morale borghese. L’indipendenza di classe è indissociabile della costruzione di una morale indipendente dalla borghesia, di una morale proletaria. L’epoca in cui viviamo è l’epoca della decadenza capitalista, di una morale marcia, in cui ciò che prevale è il “tutto è consentito”, la morale decadente della borghesia, degli apparati e burocrati sindacali che, per distruggere l’indipendenza della classe, hanno dovuto, al tempo stesso, distruggere la morale proletaria.

Oggi, milioni di lavoratori giovani nel mondo si affacciano per la prima volta sul loro posto di lavoro. Quando si trovano di fronte ad un sciopero, quello che sentono della burocrazia sindacale è che devono essere “democratici”, che tutti debbono avere i propri diritti: chi vuole lavorare, lavora; chi non vuole, non lavora. E le leggi spiegano che lo sciopero, per essere “democratico”, deve garantire un minimo di personale che continui a lavorare. Quei giovani che cominciano a lavorare si misurano con questa ideologia, che è la morale borghese dominante e che distrugge la solidarietà tra i lavoratori e l’indipendenza di classe.

Per questo, se il progetto della Lit è la ricostruzione della IV Internazionale, affinché ciò sia possibile, è necessario recuperare la morale proletaria, la morale di classe, in uno scontro quotidiano con la morale borghese, la morale decadente, che penetra attraverso tutti i pori nel seno della classe lavoratrice. È necessario recuperare la solidarietà di classe, che deve esprimersi nella vita quotidiana dei lavoratori e che è tanto importante come modo di difendersi dagli attacchi del padronato, recuperare la morale proletaria come parte indissolubile della costruzione di un’organizzazione indipendente della classe lavoratrice come strumento di lotta contro il capitalismo e per una società socialista. È una battaglia strategica e tattica per la ricostruzione di quella morale proletaria che la borghesia, lo stalinismo e gli apparati sindacali hanno distrutto durante gli anni. Non c’è unità possibile della classe operaia, non c’è indipendenza possibile della classe senza questa ricostruzione, senza la lotta contro la morale degli apparati, che è una morale “lumpen”[1], la morale dei privilegi, della degenerazione tra i dirigenti sindacali, che vendono il proprio mandato al padronato, mostrando in tal modo che “ognuno ha il suo prezzo”. Questo tipo di morale è nefasto per i lavoratori.

È urgente, pertanto, recuperare la morale proletaria affinché la classe possa ritrovare il percorso della sua organizzazione indipendente. Ma non basta. È necessario recuperare anche la morale di partito e rivoluzionaria. Perché la decadenza della società capitalista sottopone a forti pressioni le organizzazioni di sinistra, che finiscono per praticare una morale borghese, degradata, che si manifesta in ogni tipo di atti di corruzione, frodi e manovre sleali, che niente hanno a che vedere con una morale rivoluzionaria. Questo processo è tanto grave che oggi vediamo perfino organizzazioni di sinistra che si proclamano marxiste, comprese alcune che ebbero la loro origine nel trotskismo, accettare denaro della borghesia per scegliere i propri candidati e così giungere in parlamento.

Recuperare la morale di partito e rivoluzionaria significa affrontare questi metodi, identificarli e combatterli quotidianamente. Significa affrontare e combattere il machismo ed ogni tipo di discriminazione ed oppressione contro le donne, i neri o gli omosessuali dentro il partito rivoluzionario. Perché il partito è un strumento che lotta per abbattere la borghesia e, per questo, deve avere una morale superiore, una disciplina di ferro, basata sulla massima fiducia e solidarietà tra tutti. Senza questa morale, è impossibile costruire una IV Internazionale che riesca ad andare fino in fondo nella lotta contro la borghesia. Per questo, questa discussione così importante nel Congresso della Lit, ha coinvolto tutte le organizzazioni presenti, i cui accordi in relazione a questa questione sono fondamentali per avanzare nel processo di ricostruzione della IV.

 

Principali risoluzioni

[terzo articolo]

 

Il dibattito sul progetto di Ricostruzione della IV Internazionale è culminato con la proposta di realizzare un Seminario sull’Attualizzazione del Programma di Transizione, da realizzare nel 2009. Il Programma di Transizione fu scritto per Trotsky, nel 1938, come base per la fondazione della IV Internazionale. Di fronte alle profonde trasformazioni verificatesi nel mondo dopo la caduta dell’Urss e la restaurazione del capitalismo negli ex stati operai, la Lit e le organizzazioni con le quali essa mantiene relazioni politiche fraterne si vedono davanti alla necessità imperiosa di procedere ad un aggiornamento del Programma di Transizione, come parte del processo di ricostruzione della IV Internazionale. Questo è il proposito del Seminario che dovrà essere convocato non solo dalla Lit, ma anche da tutte le organizzazioni presenti nel IX Congresso Mondiale, nella misura in cui esiste un accordo sull’importanza che assume l’aggiornamento programmatico nel compito di ricostruire la IV Internazionale.

 

Sostenere e sviluppare l’Elact

 

Considerando che la realizzazione dell’Elact è stato un progresso nella lotta per raggruppare l’avanguardia classista e combattiva della regione, il Congresso ha deciso che la direzione della Lit‑Ci e di tutte le sue sezioni nel continente hanno come centro della loro politica per la riorganizzazione del movimento operaio il rafforzamento dell’Elact, come strumento per l’organizzazione indipendente della classe lavoratrice nella lotta contro gli attacchi dell’imperialismo. Come deciso nel primo incontro, ora è il momento di promuovere la prima campagna dell’Elact, la giornata antimperialista da realizzare nella terza settimana di ottobre e che ha come asse continentale la parola d’ordine “Fuori le truppe dell’Onu da Haiti!”, insieme all’appoggio alle lotte antimperialiste che sorgano nella congiuntura e quelle che siano proprie di ogni paese in questo momento.

La seconda è la campagna contro la criminalizzazione delle lotte operaie e popolari e per la libertà sindacale, che ha come simbolo la situazione colombiana, che è già costata la vita di 5.000 dirigenti sindacali negli ultimi dieci anni, unita alle campagne che si sviluppano in ogni paese per quei compagni assassinati, incarcerati o sottoposti a processi giudiziari.

 

Lottare contro il machismo e l’oppressione delle donne

 

Il Congresso ha votato una serie di politiche per cercare di organizzare le donne lavoratrici e povere, che subiscono un supersfruttamento ed un aggravamento di ogni tipo di oppressione ed umiliazione in tutti i paesi del mondo. È stato categoricamente riaffermato che il machismo, in tutte le sue manifestazioni, è un’ideologia borghese che distrugge la classe lavoratrice e, pertanto, è incompatibile col programma rivoluzionario. Tra le risoluzioni adottate vanno annoverate quella che orienta tutte le sezioni della Lit ad assumere la questione della donna come parte delle proprie analisi e politiche per guadagnare le donne lavoratrici alla lotta rivoluzionaria e quella di costituire una Commissione delle Donne della Lit che spinga l’elaborazione teorico-programmatica dell’Internazionale sulla questione della lotta contro l’oppressione delle donne e di tutte le altre oppressioni.

 

Appoggiare le mobilitazioni in Europa

 

La commissione europea del Congresso Mondiale ha intensamente discusso sull’Europa, ricordando che alcuni paesi, come Grecia e Portogallo, sono in recessione da alcuni anni e che, ora, questa situazione ha già raggiunto Francia, Spagna, Gran Bretagna ed Italia, e si va estendendo all’insieme del continente, condannando milioni di lavoratori alla disoccupazione ed alla miseria. Questa crisi colpisce, in primo luogo, i lavoratori immigrati, minacciati da espulsioni massicce, dall’aumento della repressione, dall’applicazione della “normativa del ritorno”, meglio nota come la normativa “della vergogna”, oltre che dal deterioramento generale delle condizioni di lavoro.

La crisi economica e politica dell’Ue stanno provocando una reazione della classe lavoratrice. L’ascesa, molto concentrata in Francia negli ultimi anni, viene estendendosi a tutto il continente, benché la sua avanguardia sia in Francia, Grecia e Portogallo. La normativa delle 65 ore e le mobilitazioni contro gli attacchi ai lavoratori preludono ad una stagione di grandi lotte, soprattutto in Gran Bretagna, Italia e Grecia.

 

Risoluzioni sull’Argentina

 

Tutte le organizzazioni argentine che hanno partecipato ai lavori della Commissione che ha discusso questo punto nel Congresso hanno deciso, all’unanimità, di proporre alla direzione della Lit che continui a seguire gli avvenimenti politici in Argentina come una delle sue priorità, nel senso di aiutare a risolvere le divergenze che sono sorte sul tema nell’ultimo periodo, confidando che il metodo di intervento e continuità dei dibattiti permetta di superarle.

D’altra parte, il Congresso adottò una risoluzione che mette in chiaro che il modo corretto di affrontare questi eventi è sulla base delle definizioni della III e della IV Internazionale per la questione agraria, che, nei contadini, distinguono i potenziali alleati e nemici della classe operaia; che l’indipendenza della classe operaia e la lotta contro la colonizzazione ed il saccheggio imperialista, il cui principale simbolo è oggi la politica di espandere le piantagioni di soia, debbono essere la guida che orienti i nostri partiti; che è necessario lottare contro i piani imperialisti e delle multinazionali dell’agrobusiness, sostenuti dai governi e dai grandi produttori di soia. Perciò, la posizione corretta è ripudiare e combattere la serrata padronale, affrontandola con la lotta e l’organizzazione della classe lavoratrice rurale ed urbana ed i suoi veri alleati: le classi medie impoverite della città che sono state colpite da quel provvedimento padronale, ed i contadini poveri (quelli che non sfruttano forza lavoro altrui), attaccati dai padroni della soia ed esclusi dalle organizzazioni che hanno diretto la serrata. In un conflitto di questa natura, la politica dei rivoluzionari è separare il contadino povero da quelli ricchi. E, in questo caso, questa divisione si è verificata nella realtà, poiché i contadini poveri e le organizzazioni che li rappresentano sono rimasti estranei alla serrata dei padroni della soia, scontrandosi con essa. Pertanto, in questo caso, è inammissibile per organizzazioni rivoluzionarie la collaborazione politica coi latifondisti ed i contadini ricchi, rappresentati dalla Società Rurale ed altre organizzazioni. La complessità delle trasformazioni nelle campagne ci obbliga ad intensificare lo studio del tema per approfondire la nostra analisi, il nostro programma e le nostre orientazioni.



[1] Sottoproletaria (NdT).

 

(Traduzione di Valerio Torre)

Bolivia: rivoluzione e controrivoluzione

Le prospettive dopo il referendum revocatorio

 

Valerio Torre                                                        

 

Già alla vigilia del referendum revocatorio del 10 agosto, la Bolivia si trovava in una situazione esplosiva: era in atto uno sciopero dei minatori che rivendicavano da Evo Morales che mantenesse l’impegno assunto nella campagna elettorale del 2005, cioè la fine di un sistema neoliberale di pensionamento e la sua sostituzione con una nuova legge più giusta. D’altro canto, si producevano attacchi della destra, che culminavano con l’esplosione dell’auto di un ministro del governo e manifestazioni di protesta che impedivano l’arrivo di Hugo Chávez e di Cristina Kirchner nel paese.

Tuttavia, mentre la giusta lotta dei lavoratori si scontrava con la forte repressione da parte della polizia di Evo Morales, al clima di terrore e di instabilità politica creato dai settori reazionari il presidente ha risposto invitandoli al dialogo a partire dal giorno seguente al risultato referendario.

 

L’esito del referendum revocatorio

 

Evo ha ottenuto un gran trionfo a livello nazionale, col 67,41% di Sì ed il 32,59% di No. In un quadro di alta partecipazione al voto (83%), ha aumentato – rispetto alle elezioni presidenziali – il proprio peso in tutti i dipartimenti in cui è divisa la Bolivia (nove), vincendo in sei, compreso in Pando ed in Chuquisaca che sono diretti da prefetti della c.d. “Mezzaluna”. Questo risultato, però, è stato ridimensionato dalla conferma dei prefetti della Mezzaluna nei dipartimenti già controllati dalla destra. La revoca dei prefetti di Cochabamba e La Paz, alleati di questa, non avrà conseguenze neanche nel caso, abbastanza probabile, che Evo riuscisse a sostituirli con propri uomini, dal momento che l’oligarchia reazionaria controllerebbe pur sempre cinque dipartimenti su nove.

Insomma, se il referendum ha rafforzato Morales nazionalmente, non gli ha consentito di cambiare i rapporti di forza a livello amministrativo: dunque, nessuno ha perso e tutti hanno vinto.

 

La resa di Evo Morales e le sue conseguenze

 

Le masse boliviane non si aspettavano certo che il referendum potesse risolvere la crisi politica nel paese, ma certamente confidavano che quantomeno si ridimensionasse: lo dimostra l’alta partecipazione al voto.

Ma Evo Morales ha subito tradito questa sia pur limitata aspettativa. Il 12 agosto ha convocato un tavolo di concertazione con i prefetti oppositori proponendo – di fronte alla loro richiesta di devoluzione dell’imposta sugli idrocarburi riscossa dallo Stato – un patto che costituisce di fatto una resa: offrendo all’oligarchia di legalizzare gli statuti di autonomia dei dipartimenti[1] inserendone la rivendicazione centrale nel progetto di nuova costituzione varato dall’Assemblea Costituente per poi sottoporre questa nuova versione a referendum popolare.

Un cedimento, insomma, che ha rappresentato la legittimazione di settori golpisti di una borghesia che, sconfitta alle elezioni presidenziali del 2006 dalla netta affermazione di Evo Morales, ha dovuto accettarne il governo come il male minore, lavorando al proprio rafforzamento in questi due anni e mezzo in attesa di tempi migliori. E questi tempi sono infine arrivati grazie ad una politica sempre più capitolatrice agli interessi della borghesia da parte di Evo, che ha negoziato in continuazione con essa frenando nel contempo i movimenti sociali perché restassero buoni, in attesa e tranquilli, spacciando il solito argomento che il suo governo è senz’altro preferibile a quelli che lo hanno preceduto.

Questo cedimento ha avuto conseguenze immediate: la borghesia cruceña ha percepito la debolezza del governo ed ha abbandonato il tavolo convocando nei 5 dipartimenti ribelli lo sciopero civico, mentre la Unione Giovanile Cruceña, un movimento di tipo fascista addestrato e foraggiato da sedicenti Comitati Civici dell’oligarchia, attaccava già il 15 agosto due commissariati di polizia. Si trattava, in realtà, di una manovra preparata per poter alzare la posta rivendicando dal governo centrale la necessità di una polizia locale dei dipartimenti.

Il 16 agosto Santa Cruz sembrava un campo di battaglia. Il 19 lo sciopero simultaneo nelle 5 regioni le ha completamente paralizzate. D’altro canto, Evo Morales – che non si era fatto scrupolo sino a pochi giorni prima di reprimere, come abbiamo visto, le giuste lotte dei minatori – si trastullava col suo 67% di appoggio popolare manifestando tutta la sua impotenza nel fronteggiare una vera dichiarazione di guerra da parte dell’oligarchia.

 

La situazione si fa più critica

 

Pochi giorni dopo, mentre Morales emetteva il decreto che fissa il prossimo voto referendario sulla nuova Costituzione, a Santa Cruz iniziavano repressioni razziste contro gruppi di indigeni. Contemporaneamente, in Tarija e nel Beni, bande fasciste inscenavano violente proteste antigovernative con blocchi stradali ed instauravano un clima di terrore.

Intanto, il governo di Evo, ritenendo che l’ambasciatore Usa fosse coinvolto nell’organizzazione di tali disordini e nell’appoggio dell’oligarchia, lo espelleva: analoga misura veniva assunta come ritorsione dal governo Bush ai danni dell’ambasciatore boliviano.

Proprio mentre scriviamo, gruppi fascisti si sono impossessati di numerosi uffici pubblici, delle principali strade e degli aeroporti della Bolivia orientale, attentando contro i mezzi di comunicazione ed alcune infrastrutture degli idrocarburi. In questo momento, Morales non governa questa zona e le valli boliviane.

Eppure, Evo, mostrando una debolezza che gli viene dall’essere il capo di un governo di fronte popolare, cioè di un governo borghese che si serve del proprio ascendente sulle masse per difendere, al contrario, gli interessi della borghesia, ha continuato a rifiutare di dichiarare lo stato d’assedio contro quello che egli stesso definisce un “golpe civico delle prefetture contro l’unità del paese e la democrazia”, con la scusa di “non cedere alle provocazioni”. D’altronde, la stessa reazione popolare, è sinora stata molto timida, proprio per aver riposto eccessiva fiducia in un governo che le masse sentono come proprio, ma che continua a tradirle sollecitando, anche di fronte a tale picco di violenze, il dialogo con i prefetti ribelli. Ad oggi, gli scontri hanno registrato 8 morti, decine di feriti, torturati e persino desaparecidos.

 

L’unica alternativa

 

Oggi, più che mai, è necessario che le masse, nonché i settori popolari che ancora credono in Evo Morales, rivendichino da lui che nessun accordo deve essere raggiunto con l’oligarchia, nessun passo indietro deve essere fatto nell’approvazione della nuova Costituzione, e con nessun riconoscimento delle istanze secessioniste dei dipartimenti ribelli. È necessario, soprattutto ora, che rivendichino l’armamento popolare per sconfiggere definitivamente i separatisti e le loro squadracce. È necessario ancora che rivendichino, finalmente, una vera espropriazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle risorse naturali, con l’espulsione dal paese delle multinazionali imperialiste; e che, ancora, venga infine approvata la riforma delle pensioni reclamata dai minatori, dagli insegnanti, dagli operai industriali, ecc.

E, come la storia boliviana ha insegnato, è necessario, per progredire nel processo rivoluzionario, vincere la grande sfida per i lavoratori, i contadini e le loro direzioni: forgiare una direzione unitaria e combattiva delle lotte. Ma, per giungere a questo risultato, occorre che le organizzazioni sociali recuperino la propria indipendenza di classe di fronte al governo e che le direzioni si pongano alla testa delle mobilitazioni.

È una sfida che può essere vinta: è l’unica alternativa – quella rivoluzionaria – che i lavoratori ed i contadini boliviani hanno.

(13 settembre 2008)



[1] Statuti che sono il prodotto di referendum illegali convocati dai prefetti, con cui si cerca di portare avanti, attraverso un fittizio processo di “autonomizzazione” un progetto strategico di vera e propria divisione delle regioni ricche della Bolivia da quelle contadine e povere.

Guerra nel Caucaso: uno sporco affare imperialista

Serve una politica internazionalista e rivoluzionaria

 

Davide Margiotta

 

Il capitalismo ha riposto grandi speranze nella conquista dei mercati dell’ex blocco sovietico per porre un freno alla caduta del saggio di profitto. Dal crollo dell’impero sovietico le potenze imperialiste hanno attuato un progressivo accerchiamento della Russia: nell’Europa Orientale e nell’Asia Centrale sono state installate basi militari americane e gli Stati Uniti hanno contribuito a instaurare un governo filo-occidentale dopo l’altro per mezzo di una serie di “rivoluzioni colorate”, sapientemente orchestrate e finanziate dalla Cia. La crisi tra la Georgia e le Repubbliche separatiste di Ossezia del Sud e Abcasia hanno fornito alla Russia l’occasione per porre un freno a questa avanzata e rilanciare anzi un proprio disegno di egemonia sui Paesi una volta sotto il suo controllo diretto o indiretto. Dopo mesi di preparativi l’8 agosto la Georgia ha invaso la Repubblica autonoma dell’Ossezia del Sud. Le operazioni militari georgiane e il bombardamento della capitale Tskhinvali hanno causato almeno 1600 vittime e un numero imprecisato di profughi prima che la altrettanto brutale reazione russa in poche ore sbaragliasse l’esercito di Tblisi, penetrando fino a Gori e tagliando anche i collegamenti tra la Georgia e l’Abcasia, l’altra Repubblica autonoma secessionista.

 

La guerra energetica mondiale

 

Le risorse energetiche tradizionali sono limitate e la produzione è già sostanzialmente insufficiente. La possibilità di mettere le mani sulle materie prime direttamente o indirettamente è da sempre una questione fondamentale per ogni Paese, ma in questa epoca di crisi energetica ha assunto una importanza vitale per la borghesia. In questo scenario la Russia capitalista di Putin, in virtù delle sue risorse energetiche, ha la possibilità di rilanciarsi come potenza regionale. La partita che si gioca nel Caucaso ha più a che vedere con questo problema piuttosto che con i diritti dei popoli oppressi. Qui infatti si gioca una battaglia fondamentale nella guerra energetica planetaria.

La russa Gazprom, insieme all’Eni, ha varato un progetto di gasdotto (chiamato “South Stream”) che arriva direttamente alle coste del Mediterraneo (fino a Puglia e Slovenia) e che punta a tagliare fuori dalle rotte energetiche i Paesi satelliti degli Usa come l’Ucraina. Si tratta di un’opera imponente con una tratto sottomarino di 900 chilometri che partira’ dalle coste russe sul Mar Nero per arrivare in Bulgaria. Allo studio poi due tronconi su terra ferma, uno verso il Sud Italia attraverso l’Albania, l’altro verso l’Italia settentroniale (e forse fino a Baumgarten in Austria) attraverso la Romania, Ungheria e Slovenia. Hanno aderito a questo progetto Italia, Bulgaria e Grecia.

Opposto a questo è il progetto euro-atlantico denominato “Nabucco”. Si tratta di un’opera di dimensioni altrettanto gigantesche che punta a far affluire il gas turkmeno, azero e kazako in Europa escludendo proprio la Russia dalle rotte che arrivano da Oriente. Il percorso previsto del gasdotto, di 3.300 chilometri, parte dal Mar Caspio, attraversa tutto L’Azerbaijan e tutta la Georgia per arrivare al terminal di Baumgarten passando per Turchia, Bulgaria, Romania e Ungheria.

Secondo gli analisti il progetto (dal costo di circa 8 miliardi di euro) sconta proprio le difficoltà nei rapporti tra i paesi caucasici e i timori per le reazioni di Mosca ad un aperto tentativo di spuntare la sua arma energetica. Per comprenderne l’importanza basterà ricordare che la Germania, prima potenza economica europea, dipende quasi esclusivamente dalla Russia per le forniture di gas e che il Nabucco porterebbe nel giro di dieci anni 30 miliardi di metri cubi di gas in occidente fuori dal controllo di Gazprom. Le guerre di questi anni sono anche sono lo specchio di questa battaglia strategica (dai Balcani, al Kosovo, al Kurdistan fino alla Georgia) per l'approvvigionamento energetico.

In questo contesto il presidente georgiano Saakashvili aspira a fare della Georgia un partner strategico, grazie alla sua posizione geografica e alle relazioni privilegiate che intrattiene con l'Azerbagian, centro produttivo e possibile imbuto di aggiuntive forniture energetiche dall’Asia Centrale. Il punto è che i condotti strategici che portano all’Europa passano dai territori delle repubbliche ribelli di Abcasia e Ossezia del Sud.

La borghesia italiana in questo scenario si trova con un piede in due scarpe: da una parte gli interessi dell’Eni in Russia e in Kazakhstan e la sua la partnership con Gazprom, dall’altra le alleanze strategiche con le altre potenze imperialiste occidentali.

 

La posizione dei rivoluzionari

 

All’indomani della visita del presidente francese Sarkozy in Russia il Cremino ha annunciato il dispiegamento di un contingente totale di 7.600 uomini e basi militari in Ossezia del Sud e Abcasia per "evitare il ripetersi di aggressioni da parte georgiana".
Il leader del Cremlino spiega di aver chiesto al ministro della Difesa di definire, in seguito alla richiesta dei leader delle due repubbliche, "come organizzare la presenza delle truppe russe e di nostre basi militari". Mosca stabilisce anche relazioni diplomatiche con Ossezia del Sud e Abcasia, e contemporaneamente, annuncia sempre Medvedev, "verranno avviate azioni per firmare accordi per l'amicizia, la cooperazione e l'assistenza reciproci".
Nelle due repubbliche ci sarà un contingente totale, quindi, di 7.600 uomini, nettamente superiore a quello presente prima degli scontri con la Georgia dello scorso mese, quando la Russia aveva una forza di “peacekeeping” di mille uomini in Ossezia del Sud e 2.500 in Abcasia.
Il presidente russo ha anche affermato che gli osservatori internazionali in Georgia, secondo il piano voluto dall'Unione europea, saranno i benvenuti: "Spero che come minimo questo impedirà al regime militare georgiano di commettere azioni idiote". Intanto è cominciato il ritiro delle truppe di Mosca dal territorio georgiano (escluse le repubbliche separatiste).

Come rivoluzionari siamo fieri oppositori tanto dell’avanzata della Nato nella regione quanto delle mire espansioniste di Putin e Medvedev. Allo stesso modo lottiamo implacabilmente contro il governo filo-occidentale di Saakashvili in Georgia, che altro non rappresenta se non un fantoccio nelle mani di Washington (la Georgia ha il terzo contingente più grande di uomini in Iraq e il primo in rapporto alla sua popolazione!). Così come i lavoratori georgiani non hanno niente da guadagnare nel passaggio dalla dominazione Grande Russa a quella della Nato, allo stesso modo le mire espansioniste di Putin e Medvedev non hanno nulla da offrire ai lavoratori russi e a quelli delle repubbliche ribelli. La propaganda xenofoba di Mosca, che si nutre del sentimento di offesa del popolo russo causato dall’avanzata della Nato nell’Europa dell’Est e nelle ex-repubbliche sovietiche, è contraria agli interessi degli stessi lavoratori russi, facendoli credere che i responsabili della propria miseria siano altri lavoratori e non la borghesia che li sfrutta e li usa come carne da macello. Noi non vediamo nulla di progressista nella politica da potenza regionale della Russia: il nazionalismo Grande Russo non è un’alternativa progressista alla Nato. Lottiamo contro l’aggressione georgiana e occidentale in Ossezia del Sud e Abcasia come Putin e Medvedev, ma non al loro fianco. Anzi, contro di loro!

Per il proletariato appellarsi alla Nato (in Georgia) o allo sciovinismo (in Russia) è un errore fatale: entrambi vanno contro gli interessi dei lavoratori, dividendoli e ingannandoli.

Solo i lavoratori russi possono sconfiggere il nazionalismo Grande Russo. Anche per questo i lavoratori georgiani hanno interesse a fraternizzare con essi e non a combatterli. D’altra parte in Georgia solo un governo operaio e contadino sarebbe in grado di rompere con l’imperialismo occidentale e al tempo stesso riconoscere il diritto all’autodeterminazione e anche di secessione di Ossezia del Sud e Abcasia, se lo desiderano. Il diritto all’autodeterminazione per i rivoluzionari è legittimo ed è l’unica strada che può portare il proletariato dei vari Paesi a unirsi e non a dividersi.

Per la Georgia una vera indipendenza può essere ottenuta solo contro e non con l'appoggio dell'imperialismo.

Questi urgenti compiti sono immensi, e solo una direzione internazionale delle lotte può portare il proletariato al successo e salvare il pianeta dalla catastrofe.

Oggi più che mai la divisione del lavoro e lo sviluppo del capitalismo hanno assunto dimensioni planetarie. Ogni singola questione è una questione internazionale, e solo una direzione internazionale delle lotte può conseguire delle vittorie.

Ecco perché ripetiamo che la rifondazione di una Internazionale proletaria rivoluzionaria è una priorità assoluta e non più rinviabile.

 

Elezioni Usa: scontro tra borghesi

Serve un’alternativa per i lavoratori

 

Enrica Franco

 

Mancano soltanto due mesi alle elezioni presidenziali statunitensi e i due candidati proseguono la loro corsa verso la conquista degli Stati cosiddetti indecisi. Dopo la Convention democratica tenutasi a Denver, Barack Obama sembrava avere la vittoria quasi in pugno, il suo discorso, estremamente demagogico e populista, è stato in assoluto il discorso ad una Convention più seguito in tv, ma la mossa a sorpresa di McCain di candidare Sarah Palin come vicepresidente ha rimescolato le carte in tavola. Sarah Palin, detta Barracuda, è governatrice dell’Alaska, ha poca esperienza politica ma è famosa per le sue posizioni ultraconservatrici, grazie alla sua immagine di mamma di ferro pare stia riconquistando una larga fetta di elettorato repubblicano deluso dall’operato di George Bush. La signora Barracuda è una cristiana pentecostale intransigente, convinta antiabortista, amante delle armi e della caccia (ultimamente è apparsa una sua foto con armi al collo sulla copertina di una rivista) e ha persino un figlio volontario in Iraq. I giornalisti in questi giorni stanno scavando nella sua vita privata ed è tornata a galla, ad esempio, una storia di pressioni che la Palin, allora sindaco di Wasilla, avrebbe fatto nel 1996 sulla bibliotecaria del paese, sondandola per capire come avrebbe reagito alla censura di alcuni libri. Sono venuti fuori poi vari abusi di ufficio e spreco di denaro pubblico, ma nulla che finora abbia intaccato la sua immagine “nuova” rispetto all’attempato McCain, il quale faticava non poco a competere con la freschezza di Obama.

 

Due programmi borghesi

 

Al di là dei gossip il vero argomento che interessa i lavoratori statunitensi è la crisi economica: entrambi i candidati cercano di caratterizzare la propria posizione promettendo tagli fiscali nonostante la recessione. Obama prende le distanze dalle ultime decisioni del governo di salvare, tramite denaro pubblico, i due colossi dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, ma assicura che procederà con i tagli fiscali per la classe media promessi in campagna elettorale, alzando invece le tasse per i redditi superiori ai 250 mila dollari. McCain invece, sebbene inizialmente avesse votato contro i tagli fiscali per i più ricchi voluti da Bush (per poi riallinearsi alle decisioni del partito durante la campagna elettorale) promette ora tagli fiscali per tutte le fasce di reddito, che però andrebbero ad avvantaggiare soprattutto quell'1% della popolazione formato dai super-ricchi.

Sulla politica estera le differenze tra i due candidati sono minime: in senato Obama si oppose all’invasione dell’Iraq, cosa che è stata molto sfruttata nelle sue critiche a Hillary Clinton che invece la appoggiò, ma la proposta di ritiro delle truppe, presente nel suo programma, è soltanto un fumoso progetto che “dovrà essere rivisto quando arriverà alla presidenza”, così come puntualizzato dal suo consulente di politica estera. Secondo il programma del candidato democratico le truppe verrebbero inviate tutte in Afghanistan per vincere quella guerra. McCain è invece per il proseguimento della guerra, ma negli ultimi giorni la sua vicepresidente ha addirittura lanciato proclami di guerra contro la Russia per salvare la Georgia!

 

Le prospettive della lotta di classe

 

La campagna elettorale in definitiva prosegue tra questioni personali e promesse che non verranno mai mantenute ma c’è qualcosa di molto più interessante che accade per le strade degli Stati Uniti d’America, fuori dalle Convention e di cui ci arriva soltanto una fievolissima eco grazie alla censura dei media.

Decine di migliaia di contestatori hanno manifestato per la pace e contro la povertà a Denver e a St. Paul, dove si sono tenute le Convention dei due maggiori partiti. In Minnesota, dove si è tenuta la Convention repubblicana, ci sono stati durissimi scontri con la polizia e centinaia di arresti. Leggendo i vari media statunitensi si possono trovare notizie molto contrastanti al riguardo: alcuni parlano delle devastazioni da parte dei manifestanti e addirittura di lesioni personali nei confronti di gruppi di repubblicani, altri raccontano delle torture da parte della polizia e delle cariche partite senza alcun motivo. E’ interessante notare come quest’ultima versione, che è supportata da migliaia di immagini e video, non si trova soltanto sui siti alternativi ma anche su siti borghesissimi come quello della Cnn. La polizia ha usato la mano pesante, con un’azione evidentemente ben pianificata, scatenando la reazione dei contestatori. I poliziotti hanno utilizzato spray urticanti, gas lacrimogeni, lunghe mazze e persino proiettili, attaccando per primi il corteo e provocando centinaia di feriti, i manifestanti fermati sono stati immobilizzati con fasce di plastica che stringevano i polsi e alcuni hanno dovuto persino sdraiarsi con la faccia a terra, tra questi c’erano anche giornalisti accreditati.

L’azione spropositata della polizia è la risposta alla crescita del movimento statunitense che, in questo momento di recessione economica, fa molta paura al governo. Il movimento è in realtà ancora molto debole e spaccato al suo interno: sono in tanti infatti a nutrire speranze nella vittoria di Barack Obama, il primo uomo di colore candidato alla Casa Bianca. Lo stesso Obama si presenta ai lavoratori come l’uomo del cambiamento, pur ottenendo allo stesso tempo l’appoggio di una grossa e importante fetta di borghesia che vede in lui l’uomo adatto per un ulteriore affondo alla classe lavoratrice. Nonostante ciò persino gruppi di estrema sinistra hanno ceduto al fascino dell’”uomo nuovo” Obama, mentre avrebbero dovuto lavorare per smascherare la sua natura di rappresentante borghese.

La situazione statunitense è comunque in fermento, se la crisi economica avanza, come è lecito supporre, si potrebbe assistere a un balzo in avanti della lotta della classe operaia statunitense, ma quello che è necessario è che tale balzo sia accompagnato da una crescita dell’avanguardia e dalla nascita di un grande partito rivoluzionario capace di guidare le lotte dei prossimi anni. Un cambiamento nel cuore dell’imperialismo sarebbe un enorme passo in avanti nella lotta di classe a livello mondiale.



Lotte e mobilitazioni

 

rubrica a cura di Michele Rizzi

 

Bari

Il 13 settembre si è inaugurata la Fiera del Levante alla presenza del premier Silvio Berlusconi, di tutti i rappresentanti delle lobbies padronali ed ecclesiastiche, di tutti i politici di entrambi i Poli. “Padrone” di casa, il governatore pugliese Niki Vendola. La Fiera barese è ormai da anni un’occasione di grande business per la borghesia pugliese e non, poiché è un appuntamento che tende a favorire ulteriori rapporti di colonizzazione commerciale dei Paesi dell’Est, sotto forma di “delocalizzazione gentile”, come la definisce il governatore Vendola.

Alternativa comunista, con i lavoratori della scuola, ha contestato pesantemente Giunta regionale e Governo nazionale, chiedendo la cacciata dei governi dei padroni, partendo da uno sciopero generale che unifichi le vertenze in atto nel Paese. Sinistra Critica, invece, ignorando l’appello unitario e di fronte unico lanciato dal PdAC, ha preferito accordarsi col Prc barese per un sit-in pomeridiano che nei fatti non disturbasse l’inaugurazione mattutina della Fiera e quindi non arrecasse alcun fastidio al Governatore Vendola e alla vasta schiera di amministratori del Prc presenti alla kermesse.

 

Roma

Forte stato di agitazione dei lavoratori precari dell’Istat che ha bloccato la diffusione dei dati su occupazione e disoccupazione in Italia. La Rete di rilevazione professionale è composta di 317 rilevatori statistici che hanno visto, dal 2002, rinnovarsi un contratto di collaborazione, senza poter mai ambire ad un contratto di natura stabile e non precario e senza diritti. Adesso la svolta in senso ancor più negativo. L’Istituto decide di affidare la gestione della Rete ad una società esterna, di fatto licenziando i 317 lavoratori. Per questo, i lavoratori sono i stato di agitazione da diverse settimane.

 

Roma

Dante De Angelis è il macchinista rappresentante della sicurezza (RLS) che in un intervista aveva commentato lo spezzamento dell’Eurostar Etr 500, avvenuto a Milano il 14 luglio scorso, ipotizzando responsabilità dirette della dirigenza di Trenitalia nella progettazione e nella messa in sicurezza del treno. Il 15 agosto 2008, presentatosi al lavoro, un dirigente di Roma S.Lorenzo, gli ha preannunciato verbalmente il licenziamento in tronco per aver danneggiato, attraverso le sue dichiarazioni, l’immagine dell’azienda; a seguito delle sue rimostranze, è stato allontanato brutalmente dalla Polfer.

La vicenda di De Angelis, a cui va tutta la solidarietà di Alternativa comunista, fa il paio con un’altra brutta vicenda che ha portato al licenziamento di otto operai manutentori di Genova, il tutto nell’ottica brunettiana di attacco ai diritti dei lavoratori dei comparti pubblici. Il Partito di Alternativa comunista chiede il ritiro dei provvedimenti di licenziamento per entrambi i casi e la cacciata del governo Berlusconi e dei suoi ministri.

 

Bagnolo (Mn)

Continua lo stato di agitazione dei lavoratori Confarma, ingrosso farmaceutico di Bagnolo in provincia di Mantova, che rischiano il licenziamento per la volontà del padronato di delocalizzare in Paesi dove poter sfruttare meglio la manodopera. La mobilitazione, con diversi presidi organizzati a Bergamo, davanti alla sede del socio di maggioranza di Confarma, proseguirà fino a che i licenziamenti siano scongiurati definitivamente.

 

Melfi (Pz)

L’attacco padronale ai lavoratori più radicali dell’azienda procede anche alla Fiat Sata di Melfi. Gli ultimissimi licenziamenti politici, da Donato Auria a Francesco Ferrentino, non hanno prodotto ancora il reintegro da parte del giudice presso il quale i licenziati hanno prodotto il ricorso in base all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. A questi lavoratori e compagni va tutta la solidarietà del sottoscritto e del nostro Partito lucano e pugliese.

 

Milano Lambrate (Mi)

Continua l’occupazione e l’autogestione operaia dei lavoratori dell’Insse – Presse di Milano Labrate che dura ormai da un mese circa. I lavoratori, dopo aver ricevuto la lettera di messa in mobilità, hanno evitato la sorveglianza di polizia e vigilantes padronali e iniziato la gestione operaia dell’azienda, continuando la produzione ed autogestendo persino la mensa aziendale. Adesso la proprietà vuole vendere il terreno per rifarsi dai debiti accumulati e vuole cacciare gli operai che continuano ad opporre una fiera resistenza ad oltranza.

 

Messina in lotta!

Comunicato dei Lavoratori Messinesi Uniti

 

 

Il Coordinamento Lavoratori Messinesi Uniti, costituitosi dopo l’azione di lotta unitaria effettuata in occasione del primo Consiglio Comunale, continua ad espandersi con le adesioni di tante categorie di lavoratori messinesi sottoposti al ricatto del precariato o di un lavoro senza diritti e tutele che non garantisce neanche la certezza del salario.

Messina è una realtà in picchiata sul versante occupazionale, ogni settore è vittima della politica del profitto a tutti i costi improntata sui tagli al costo del lavoro e della sicurezza, le istituzioni continuano a sfoggiare ogni tipo d’incapacità che fin oggi ha favorito esclusivamente lo strapotere datoriale, libero di perpetrare l’eterna compressione dei diritti dei lavoratori.

L’effetto Brunetta, favorito dal clamore mediatico filo governativo, ha prodotto la caccia alle streghe fra i lavoratori accusati di ogni nefandezza e ritenuti unici responsabili del fallimento della politica italiana che, dispersa nel sogno liberista, non riesce a riequilibrare i rapporti fra capitale e lavoro e concentra gli sforzi sul massacro dell’anello debole della catena produttiva: i lavoratori.

L’amministrazione Comunale non sembra discostarsi dal clichè della politica nazionale, gli interventi demagogici e le promesse populistiche sfoggiate in occasione della nostra protesta in sede di Consiglio Comunale sono rimaste lettera morta; del previsto Consiglio Comunale aperto ai lavoratori per concertare le azioni utili a superare le emergenze non è rimasta alcuna traccia, delle denunce alla Procura della Repubblica annunciate all’unisono dai consiglieri e dal presidente Previti non si ha alcuna notizia.

Di contro, nell’attesa del nulla di fatto per il grido d’allarme lanciato dai lavoratori, si nota un’attività frenetica e tanta alacrità da parte degli amministratori cittadini quando si tratta di aumentare i propri compensi: 6492 euro lo stipendio del Sindaco, 5026 euro mensili al Vice Sindaco Ardizzone, 4215 euro ad Assessori e Presidente del consiglio comunale, 3384 euro al Vice Presidente Trischitta e 48000 euro annui al D.G. Filippo Ribaudo. Restiamo in attesa di conoscere quale sarà l’incremento delle indennità destinate ai Consiglieri Comunali e soprattutto quante saranno le sostanze devolute al serbatoio politico dei sotto governi.

Se si pensa che tali compensi sono la congrua aggiunta ad onorari e stipendi, anche statali, di cui gode ogni amministratore in virtù della propria professione esterna all’Amministrazione Comunale, risulta comprensibile il motivo per cui i nostri istituzionali non riescono a compenetrarsi sul dramma di lavoratori che nonostante l’impegno e i sacrifici non riescono a sbarcare il lunario.

Intanto non si accenna a pagare gli stipendi dell’Atm, le denunce dei dipendenti del Mac Donald non hanno avuto alcun seguito, il settore scuola è massacrato da provvedimenti cinici che non tengono conto nemmeno delle estreme esigenze dei ragazzi disabili e i precari marittimi continuano ad essere sfruttati da Rfi sovvenzionata con risorse statali. In tutto questo caos organizzato il gruppo Caronte&Tourist continua a gestire il monopolio del traghettamento, aumenta il biglietto a proprio piacimento, sfrutta e distrugge le vie cittadine sottoposte al peso dei tir e si appresta a godere dell’ennesima concessione gratuita della Rada S. Francesco.

Probabilmente la proverbiale apatia dei cittadini messinesi autorizza imprenditori e amministratori della cosa pubblica a curare i propri interesse rimandando alle calende greche la soluzione per il dramma di lavoratori, precari e disoccupati. Tale libertinaggio amministrativo forse era concepibile al tempo delle “vacche grasse”, la crisi odierna non consente ulteriori alchimie, il CLMU annuncia azioni di lotta unitaria di tutti i lavoratori messinesi che si sosterranno a vicenda per rivendicare salari, diritti, dignità e tutela di ogni lavoratore che intende ridimensionare con la lotta dal basso lo strapotere politico/economico dei moderni datori di lavoro e della politica connivente (Messina, 11 settembre 2008).

 

Luigi Bongiorno (CLMU precari RFI), Enzo Alessandra (CLMU A.T.M.), Francesca Fusco (CLMU Marittimi), Giorgio Randazzo (CLMU Mac Donald), Giacomo Di Leo (CLMU Scuola), Daniele De Domenico (CLMU Scuola)

Dove va il movimento femminista?

 

di Susanna Sedusi

 

A quasi un anno di distanza dalla grande manifestazione del 24 novembre 2007 il movimento delle donne in Italia ha mantenuto una certa vitalità: si sono succedute manifestazioni e seminari a carattere nazionale e locale; a partire dalla lotta alla violenza contro le donne i contenuti del movimento si sono sviluppati su vari assi raggiungendo, con la piattaforma per la mobilitazione No Vat 2008 un notevole livello di elaborazione politica. Forte è stata infatti la denuncia di ogni integralismo e di ogni fondamentalismo, contro l’inaccettabile ingerenza del Vaticano sulla legislazione dello Stato in tema di diritti civili, aborto e procreazione medicalmente assistita, per l’autodeterminazione delle donne, per la laicità del sistema d’istruzione pubblica e dello stato sociale. Ci sono stati però anche momenti di ripiegamento su un terreno di discussione più culturale che di lotta attorno alle tematiche del protagonismo delle donne nel produrre informazione, della decostruzione di relazioni basate sul potere maschile, della costruzione di relazioni tra donne, immigrate, lesbiche.Tra gli impegni presi dal movimento c’è anche quello di organizzare una manifestazione nazionale il 22 novembre 2008 allo scopo di rilanciare la lotta contro la violenza sulle donne e per la loro autodeterminazione. Dichiariamo da subito la nostra completa adesione alle lotte delle donne che contribuiscano, con le loro parole d’ordine, a far crescere nelle donne la coscienza della loro condizione e a farle avanzare nelle conquiste per la propria emancipazione.

 

Un programma per le lotte.

 

 Pensiamo che un programma di rivendicazioni immediate dovrebbe contenere: la difesa della L. 194, con la garanzia di medici non obiettori in numero sufficiente a garantirne una corretta applicazione in tutti gli ospedali; la cancellazione immediata della L. 40; l’esclusione del Movimento per la vita e delle altre associazioni antiaboriste dai consultori e dai reparti di ginecologia; il potenziamento dei servizi pubblici a supporto delle donne, come asili nido, lavanderie e mense sociali di quartiere, centri per anziani e disabili, consultori e ambulatori pubblici diffusi sul territorio e l’abolizione di ogni finanziamento ai servizi privati e del privato sociale; il controllo delle donne, delle giovani e delle immigrate sull’erogazione e la gestione di tali servizi; la sostituzione a scuola dell’ora di religione con un’ora di educazione alla sessualità, alla contraccezione e alla salute; parità di diritti nelle adozioni e nella fecondazione assistita per le donne single e lesbiche.

 

L’autonomia del movimento delle donne.

 

 E’ necessario rivendicare questo programma sia di fronte a governi di centrosinistra che di centrodestra accomunati dalle medesime politiche contro i diritti delle donne. Solo nella piena autonomia dai governi borghesi la mobilitazione delle lavoratrici e delle giovani accanto al movimento operaio nel suo complesso può battersi e vincere contro il mantenimento delle donne sotto il giogo dell’oppressione di classe e di genere.

“La doppia oppressione di classe e di genere colpisce le donne a tutte le latitudini e a tutt’oggi non è risolta la questione della disuguaglianza tra uomo e donna. Tutte le conquiste di emancipazione delle donne realizzate nei Paesi a capitalismo avanzato, alcune delle quali come sottoprodotto di lotte rivoluzionarie da parte dell’intera classe operaia, nella realtà dei fatti hanno portato ad una uguaglianza formale ma non hanno risolto il problema dell’oppressione. Tali conquiste ponendosi esclusivamente nell’ambito della ‘questione di genere’, quindi in ambito culturale all’interno del sistema di produzione dato, sono soggette a continue retrocessioni a seconda di come la cultura dominante si impone come apparato sovrastrutturale della borghesia”. La lunga citazione è dalle Tesi fondative del Partito di Alternativa Comunista. La questione della doppia oppressione a cui sono sottoposte le donne è centrale nella battaglia politica che sviluppiamo attraverso il lavoro della commissione femminile costituita all’interno del Partito. La propaganda e l’agitazione nel movimento femminista italiano è parte del nostro impegno quotidiano, dedichiamo a questo scopo la rubrica “la lotta delle donne” nel nostro giornale e la presenza alle iniziative e mobilitazioni locali e nazionali.

 

Un movimento internazionalista.

 

Premesso tutto ciò pensiamo che non si possa prescindere dal piano internazionale quando si tratta della lotta per l’emancipazione della condizione femminile all’interno della più generale condizione della classe operaia. A questo scopo le compagne del PRT-IR, sezione spagnola della Lega Internazionale dei Lavoratori (Lit-Ci) della quale facciamo parte, organizzano a Madrid dal 5 all’8 dicembre 2008 un seminario europeo (vedi riquadro) sull’oppressione della donna: non un seminario per elaborare tesi politiche, ma per avanzare la proposta di un programma rivoluzionario europeo attraverso lo studio e il dibattito internazionale. L’obiettivo è contrastare le politiche dei governi borghesi e le illusioni riformiste della maggior parte delle organizzazioni femministe ed elaborare un programma transitorio che a partire dagli obiettivi immediati definisca la prospettiva rivoluzionaria, la costruzione di una società socialista, l’unica in grado di garantire le conquiste del movimento e la realizzazione della vera liberazione della donna.

 

 

Brevinlotta

L'odio per chi è diverso è una questione di classe

 

Il razzismo sta diventando sempre più motivo di cronaca. Si legge ogni giorno di episodi d’odio razziale prontamente utilizzati dal padronato e dai suoi agenti prezzolati come pretesto per attaccare le condizioni di vita dei lavoratori immigrati ma anche di quelli nativi. Numerosi episodi si sono susseguiti negli ultimi tempi; tant'è che ricordarne solo i più recenti è uno sforzo non del tutto indifferente. Si potrebbero ricordare gli attacchi ai campi Rom di Napoli nel quartiere Ponticelli, l’aggressione e la distruzione di negozi di immigrati nel quartiere romano del Pigneto, le scritte minatorie nei confronti di un altro immigrato peraltro perfettamente integrato a Genova, l’aggressione da parte di tre bipedi (alias vigili urbani) dalla calotta cranica più vuota del grembo di chi subisce una gravidanza isterica a Termoli nei confronti di un ambulante extracomunitario sprovvisto della licenza di vendita (davvero un terrorista!), l’aggressione di una decina di teppisti con evidenti simpatie razziste nei confronti di due omosessuali che avevano osato baciarsi sotto al Colosseo (un’offesa troppo grande al machismo di questi primati dalle sembianze umanoidi!) arrivando fino all’increscioso avvenimento dell’arresto del compagno Pedace (antirazzista e dirigente di Socialismo Rivoluzionario) che aveva avuto l’impudenza di chiedere spiegazioni ai poliziotti che stavano effettuando una violenta retata nei confronti di un gruppo di extracomunitari. Non continuiamo nell’elenco ma ci addentriamo nella ricerca delle cause e delle soluzioni di questo problema sociale che si staglia con evidenza nel suo portato essenzialmente di classe. Storicamente l’odio nei confronti del diverso (nel fisico, nel colore della pelle, nel look, nel pensiero politico, etc.) è sempre stato uno dei cavalli di battaglia della destra populista per attrarre a sé larghi strati del sottoproletariato suburbano. Oggi, rispetto al passato, il capitale ha bisogno di un attacco su larga scala alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori immigrati ed italiani; in questo senso possono leggersi le campagne governative (sia di centrodestra che di centrosinistra) contro l’immigrazione clandestina attraverso una progressiva militarizzazione delle città e la creazione ad hoc di un clima di crescente timore nei confronti del “diverso”. Tutto ciò per due motivi: il primo è quello per cui il capitalismo sta vivendo una fase di decadenza, è dunque finito il tempo delle briciole dei profitti per i lavoratori ed è arrivato quello delle manganellate su chiunque s’opponga alla disarticolazione dell’impianto di diritti e tutele faticosamente conquistato con anni di lotte; il secondo è quello di dividere i lavoratori italiani e quelli immigrati creando artatamente un clima di contrapposizione etnica e razziale totalmente inesistente alfine di evitare la micidiale unione di tutti i lavoratori nella lotta che spodesti i padroni dai loro scranni di potere e privilegi.

È per opporsi a questi dati di fatto inoppugnabili ed oggettivi che il Partito di Alternativa Comunista appoggia e partecipa ad ogni momento di lotta e mobilitazione che veda protagonisti, uniti, i lavoratori immigrati e quelli italiani.

Perché l’unica contrapposizione che si può accettare nel quadro di un sistema capitalistico è quella tra il mondo del lavoro ed il capitale. E noi, da marxisti rivoluzionari, ci poniamo incondizionatamente al di qua della barricata degli oppressi, qualunque sia la loro nazionalità (Cludio Mastrogiulio)

 

 

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