Partito di Alternativa Comunista

Pc Rol è impegnato in un confronto con altre organizzazioni trotskiste per la rifondazione dell’Internazionale: in particolare con la Lit-Ci (Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale) e con la Ft-Ci (Frazione Trotskista-Quarta Internazionale). In questo quadro pubblichiamo un articolo di un dirigente della Lit-Ci (l'articolo è relativo all'intervento sindacale della sezione brasiliana, il Pstu, la principale forza di opposizione a Lula).

 

Brasile: fondata la Conlutas

Nasce un’alternativa di direzione per i lavoratori

 

Bernardo Cerdeira*

 

Nel maggio di quest’anno, i 3.232 partecipanti al Congresso Nazionale dei Lavoratori (Conat) fra i quali 2.794 delegati sindacali e di opposizioni sindacali hanno fondato una nuova organizzazione sindacale, studentesca e popolare in Brasile: il Coordinamento nazionale delle Lotte (Conlutas è la sigla in portoghese).

La Conlutas rappresenta un fatto nuovo nel panorama del movimento dei lavoratori brasiliani, tanto per le sue caratteristiche quanto per le sue posizioni politiche e la sua genesi. Il Congresso costitutivo ha definito il suo carattere politico e le sue risoluzioni. Un’organizzazione che si proclama, sin dal principio, indipendente dallo Stato borghese, dal governo e dai padroni, in totale opposizione alla Centrale Unica dei Lavoratori (Cut), diretta dal Pt, che partecipa e difende il governo Lula e le sue politiche neoliberali. La Conlutas, al contrario, di definisce come un’organizzazione di lotta, democratica e che difende e pratica la solidarietà internazionale fra i lavoratori.

 

Le risoluzioni politiche

 

Il Conat ha discusso un bilancio del governo Lula ed ha trovato un ampio accordo nel caratterizzarlo come un governo di “fronte popolare”, cioè un governo borghese del quale fanno parte rappresentanti di partiti e organizzazioni opportunisti e traditori del movimento operaio e popolare e che mette in pratica una politica proimperialista ed antipopolare.

In quella sede è stata approvata una serie di campagne nazionali di fondamentale importanza come la Campagna contro il pagamento del debito interno ed estero; la Campagna contro la Riforma Sindacale e del lavoro che ha visto l’eliminazione di conquiste storiche dei lavoratori; la Campagna per l’annullamento della Riforma del sistema pensionistico. È stato altresì approvato un Piano d’Azione per collegare queste campagne all’unificazione delle lotte e delle discussioni degli Accordi.

Sul terreno internazionale le principali risoluzioni del Congresso sono state il pronunciamento contro le occupazioni militari imperialiste come quella dell’Irak e di Haiti; l’appoggio al popolo palestinese; contro l’Alca; per il rifiuto del pagamento del debito interno ed estero dei paesi sfruttati ed in difesa delle sue ricchezze naturali, come nel caso del gas boliviano.

 

Carattere e direzione della nuova organizzazione

 

La decisione di fondare la Conlutas è stata approvata con entusiasmo, praticamente all’unanimità, dimostrando chiaramente che il Conat era il punto più avanzato di un oggettivo processo di rottura con la Cut ed evidenziava la necessità urgente di costruire una nuova alternativa di direzione.

Una risoluzione di grande importanza è stata quella sulla caratterizzazione della Conlutas. È stato approvato che la Conlutas aspira ad essere un’organizzazione di massa che abbracci l’insieme dei settori sfruttati ed oppressi della società: la classe operaia, i contadini, gli studenti ed altri settori popolari. Questa forma d’organizzazione, che supera la pura e semplice organizzazione sindacale dei lavoratori, è inedita nel Paese.

L’obiettivo è unire la lotta dei lavoratori delle città con le rivendicazioni per la terra, la casa, l’educazione e la salute pubbliche, la difesa delle risorse naturali, contro la discriminazione razziale e sessuale e molte altre, imprimendo loro una dinamica anticapitalista ed antimperialista.

Infine, il Conat ha approvato un funzionamento della Direzione nazionale della Conlutas come un coordinamento aperto, formato da rappresentanti di entità e non da un Direttivo. Questa decisione è stato un importante risultato perché risponde ad un sentimento antiburocratico che proviene dalla pessima esperienza con una direzione “verticistica” come è stata quella della Cut. E, d’altra parte, facilita l’integrazione di nuovi settori ed entità alla Conlutas che possono essere aggregati immediatamente al Coordinamento.

 

Principi, programma e statuti

 

I principi della Conlutas, votati nel Conat, si basano sui valori fondamentali del movimento operaio, quali l’unità per le lotte, l’indipendenza di fronte ai governi, i padroni e lo Stato, l’autonomia rispetto ai partiti politici e la solidarietà internazionale fra i lavoratori.

Il programma votato ha cercato di riscattare le principali e più progressive bandiere di lotta che il movimento operaio brasiliano ha accumulato nei suoi ultimi 25 anni di lotte. È importante sottolineare che sia nel programma che nei principi è esposta la difesa del socialismo.

Infine, gli statuti sintetizzano ciò che rappresenta la Conlutas, riassumono i suoi principi, il suo funzionamento, regolamenta il suo Congresso, il funzionamento della Direzione.

 

Come sorge la Conlutas

 

La Conlutas è il frutto di un processo di riorganizzazione della classe lavoratrice brasiliana e la sua fondazione segna un nuovo ciclo nella storia del nostro movimento operaio. Nasce come una reazione alla bancarotta politica della Cut, processo che ha inizio negli anni Novanta e si conclude con le elezioni che portano Lula al governo nel 2002 e trasformano la Cut nel suo docile strumento governativo all’interno della classe operaia brasiliana.

In precedenza, la Cut era analogamente stata il prodotto di un processo di riorganizzazione dei lavoratori brasiliani. Alle sue origini essa fu il risultato della lotta contro la dittatura militare (che governò il Brasile dal 1964 al 1984) e dei grandi scioperi degli anni 1978 e 1979 capeggiati da Lula. La Cut fu fondata nel Congresso Nazionale della Classe Lavoratrice (il Conclat) del 1983. Era, ai suoi primordi, una Centrale combattiva, democratica e classista, e la sua fondazione costituì un progresso molto importante per i lavoratori del Brasile.

Tuttavia, negli anni Novanta, la direzione della Cut (la stessa direzione del Pt, e cioè Lula e la sua corrente, la Articolazione) fu sempre più conciliativa con l’offensiva neoliberale che si impose in quegli anni. La direzione della Cut cominciò a negoziare con i governi e col padronato la resa delle conquiste storiche di classe. Oltre a questo, la sua direzione impose un accelerato processo di burocratizzazione interna che eliminò i meccanismi democratici che derivavano dalla sua fondazione e garantì la maggioranza attraverso la frode ed il controllo burocratico.

Dopo l’elezione di Lula, la direzione della Cut portò questo sindacato non solo a collaborare con il governo e la borghesia quanto ad essere una propaggine del governo e uno strumento di difesa e applicazione della sua politica all’interno del movimento sindacale. Vari suoi ex dirigenti il più noto dei quali l’ex presidente del sindacato ed ex presidente del sindacato dei metallurgici dell’Abc, Luiz Marinho, nominato Ministro del Lavoro passarono a far parte del Governo.

La Conlutas è una delle espressioni del rifiuto da parte dei lavoratori di questa deriva “governista” della Cut, rifiuto che si è già manifestato con lo sciopero degli impiegati pubblici contro la nuova riforma pensionistica del governo Lula, nel 2003, quando la Cut si collocò dalla parte del governo e difese la sua riforma contro i lavoratori. La Conlutas incomincia a costruirsi intorno alla lotta contro la Riforma Sindacale agli inizi del 2004.

L’esistenza della Conlutas benché minoritaria rispetto alla Cut ed agli altri sindacati assume un enorme significato per la classe lavoratrice in Brasile. La classe si è attrezzata per far sì che gli stessi lavoratori possano organizzare le loro lotte e combattere la politica neoliberale del governo Lula e la sua alleanza con la borghesia brasiliana.

La Conlutas rappresenta contemporaneamente, in prospettiva e nell’immediato, la possibilità che i lavoratori brasiliani costruiscano un’organizzazione di massa che possa preparare la lotta per le loro istanze e, d’altra parte, un’alternativa di direzione per i lavoratori brasiliani di fronte alla bancarotta delle loro direzioni tradizionali.

 

Il processo di riorganizzazione prosegue e si approfondisce

 

Nei mesi successivi al Conat, il processo di riorganizzazione non solo è proseguito, quanto si è approfondito ed apre spazi per ampliare l’influenza della Conlutas. Nel luglio di quest’anno, il Sindacato dei Lavoratori dello Stato di Rio de Janeiro (che riunisce docenti e non-docenti ed è una delle più grandi organizzazioni sindacali dello Stato) ha realizzato un referendum per decidere se il Sindacato avrebbe dovuto continuare nell’affiliazione alla Cut o meno. Hanno votato 18.000 iscritti ed il 62,64 % ha detto no alla Cut. Al tempo stesso si sono svolte le elezioni per la direzione del Sindacato. La lista appoggiata dalla Conlutas, che si è confrontata con altre quattro liste, ha ottenuto il maggior numero di voti con il 33,6 %.

Altro esempio importante è la recente sconfitta della Cut e di Forza Sindacale (il secondo sindacato del paese, legato a partiti borghesi) nell’elezione del Sindacato dei Metallurgici di Volta Redonda, sempre nello Stato di Rio de Janeiro. Quest’organizzazione rappresenta, in altre imprese, i metallurgici della Compagnia Siderurgica Nazionale, la seconda del Paese e uno dei simboli della lotta della Cut. Nel 1988 i lavoratori proclamarono uno sciopero con l’occupazione della siderurgica, repressa dall’Esercito che uccise tre operai. Lo sciopero commosse il paese alla vigilia delle elezioni municipali, risultò un trionfo perché consentì la conquista di una giornata lavorativa di sei ore e fu uno dei fattori della crescita elettorale quell’anno del Pt.

Da allora, Cut e Forza Sindacale si alternarono a capo del Sindacato, disputando burocraticamente il controllo dell’apparato. Forza Sindacale appoggiò la privatizzazione dell’impresa negli anni Novanta.

Tuttavia, le liste legate a questi due sindacati sono state sconfitte da un’alternativa che si presentava come “indipendente” con un settore che si rivendica della Conlutas. La lista si è impegnata nella realizzazione di un referendum affinché i lavoratori decidano a quale centrale deve affiliarsi il Sindacato.

Tra i lavoratori del petrolio si verifica un processo simile di accelerazione dell’esperienza dei lavoratori con la Cut e particolarmente con la Federazione Unica di Petroliere (Fup), legata a questa centrale. Sotto il governo Lula, la relazione della Fup con la direzione di Petrobrás, l’impresa statale che raggruppa il settore più organizzato e con tradizione di lotta delle petroliere, si è trasformata in una collaborazione organica.

Tra l’altro, la Fup difende la proposta di Petrobrás di cambiare il Piano Pensione dei lavoratori, riducendo significativamente il valore delle pensioni. Questo piano è chiamato “rinegoziazione” perché per legge è necessario che ogni lavoratore aderisca individualmente.

Nel XII Congresso della Fup, realizzato nell’agosto scorso, il suo direttivo difese a spada tratta l’appoggio alla “rinegoziazione”. Ugualmente, nella misura in cui c’era un forte rifiuto alla proposta, è stato costretto a ricorrere alla frode per approvarla.

Il risultato di ciò è stato che il 40 % dei delegati presenti si è ritirato dal Congresso. A partire da quest’esito, tali delegati hanno formato dapprima un Blocco di Opposizione alla Fup, dopo un Comando Nazionale ed infine un Fronte Nazionale dei Petroliferi (Fnp) che si propone di essere un’alternativa alla Fup, spingendo la lotta contro la “rinegoziazione” e la campagna per l’accordo del settore.

 

La Conlutas è un’espressione nazionale di una riorganizzazione internazionale

 

Si può comprendere quello che sta avvenendo nel movimento operaio del Brasile e la nascita della Conlutas solo alla luce della lotta di classe internazionale, dalla caduta dei regími dell’Est europeo nell' '89-'90.

Benché sia vero che questo fatto ha permesso congiunturalmente l’apertura di una fase reazionaria, perché l’imperialismo ha approfittato dell’assenza di direzioni rivoluzionarie in questi processi, il fenomeno più importante è stata la crisi storica dell’apparato stalinista che ha aperto la strada per lo sviluppo di nuove organizzazioni e direzioni in tutto il mondo.

Oggigiorno, quel processo che chiamiamo riorganizzazione del movimento di massa si manifesta sotto l’egida dell’ascesa che vive il continente latinoamericano. Il processo incomincia quando le direzioni opportuniste del movimento operaio aderiscono alla politica neoliberale e passano ad appoggiare i governi proimperialisti.

Inoltre, benché l’esistenza della Conlutas sia parte di un fenomeno della lotta di classe nazionale ed internazionale, bisogna dire che il fattore cosciente, l’esistenza di un’organizzazione rivoluzionaria, il Pstu, Partito Socialista dei Lavoratori Unificato, con una grande influenza politica su questo processo, e legato ad un’Internazionale, la Lit, Lega Internazionale dei Lavoratori, è stata fondamentale per il suo sviluppo e rinvigorimento.

I fattori obiettivi (l’esperienza col governo Lula e col tradimento delle direzioni, l’esperienza con lo sfruttamento, gli esempi internazionali) sono stati fondamentali e necessari per lo sviluppo della Conlutas ma non sarebbero sufficienti perché quell’organizzazione arrivi ad organizzarsi pienamente senza una direzione politica. È stato necessario un progetto, una politica ed una direzione che presiedesse alla sua realizzazione.

Il partito rivoluzionario, elemento decisivo nella momenti topici della lotta di classe, si costruisce in un processo di anni insieme alle lotte ed allo sviluppo della classe operaia. La sfida per il Pstu è riuscire ad aiutare la Conlutas a costruirsi come un’organizzazione di massa che si candidi come alternativa di organizzazione quando irrompa la rivoluzione brasiliana e, d’altra parte, a convincere i suoi migliori attivisti ad associarsi al compito di attrezzarsi in modo decisivo per il suo trionfo: il partito rivoluzionario.

 

[Riquadro]

Le rappresentanze nel Congresso

 

I 2.794 delegati al Conat rappresentavano 581 delegazioni, essendo 205 i Sindacati in cui si facevano rappresentare i settori maggioritari dei direttivi (in Brasile i Sindacati sono unici, per ramo - tessile, metallurgico, chimico - e raggruppano imprese di municipi vicini); 18 Sindacati con rappresentazione della minoranza del direttivo; 8 federazioni Sindacali (sindacati statali o nazionali); 118 Opposizioni Sindacali (settori d’opposizione che rappresentano minoranze nei loro sindacati); 58 organizzazioni del Movimento Popolare (contadini Senza-terra, settori urbani senza-casa, ecc.) e 174 delegazioni di Associazioni (organizzazioni per Facoltà) e Federazioni (per Università) di Studenti.

Il settore sindacale ha rappresentato la principale forza della Conat con 349 delegazioni (60 % del totale) seguito dal settore studentesco (universitario e secondario) con 174 delegazioni (30 %) e dal Movimento Popolare che aveva 81 delegazioni (10 % del totale).

Nel Congresso sono state presenti delegazioni di 22 dei 26 Stati del Brasile ed il Distretto Federale (dove si trova la capitale, Brasilia). Le delegazioni più grandi sono state quelle di San Paolo (107 delegazioni e 835 delegati); Minas Gerais (99 delegazioni e 459 delegati) e Rio di Janeiro (60 delegazioni e 456 delegati), i tre Stati più popolosi ed economicamente più forti del paese.

 

 

*Dirigente della Lit-Ci

Lenin e l’estremismo: spunti di riflessione.

 

Giuseppe Guarnaccia

 

Lenin nel 1920 scrive L’estremismo, malattia infantile del comunismo. Risalente agli anni del comunismo di guerra, questo testo, estremamente lucido e puntuale nelle valutazioni storico-politiche, fornisce spunti ed elementi di riflessione interessanti e mai retorici.

Lenin, analizzando la situazione interna e internazionale nella Russia sovietica a quasi due anni e mezzo dalla vittoria della Rivoluzione proletaria, sottolinea come e perché i bolscevichi sarebbero riusciti a mantenere il potere: “È certo che ormai quasi tutti vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea del nostro partito, se il partito non avesse avuto l’appoggio pieno e incondizionato di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto sino all’abnegazione, di influente e capace di guidare o attrarre gli strati arretrati”.

La storia del partito bolscevico in Russia segna inequivocabilmente la storia della Rivoluzione socialista. La teoria marxista, la coscienza dell’avanguardia proletaria, la giustezza della direzione politica si fondono e costituiscono la base granitica dell’esperienza bolscevica. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, capace di essere il partito dell’avanguardia proletaria e trasformare in senso socialista la società, non è realizzabile.

La costruzione del partito rivoluzionario in Russia dimostra la giustezza delle idee di Lenin.

Negli anni che precedono la prima rivoluzione russa (1903-1905), all’estero vengono poste

teoricamente tutte le questioni fondamentali della rivoluzione. Le classi in lotta, dunque, forgiano l’arma politico-ideologica che occorre loro per le future battaglie.

Durante gli anni della rivoluzione (1905-1907), le concezioni tattiche e programmatiche vengono verificate dall’azione delle masse.

Negli anni delle reazione (1907-1910), lo zarismo spazza via la maggior parte dei partiti rivoluzionari presenti in Russia e la demoralizzazione, lo scoraggiamento, il tradimento, invadono le organizzazioni della classe operaia e costituiscono una lezione fondamentale per i partiti in lotta. Tra tutte le organizzazioni rivoluzionarie devastate dalla reazione zarista, il partito bolscevico subirà le minori perdite e scissioni. I bolscevichi raggiunsero questo risultato solo perché smascherarono i rivoluzionari a parole, i quali non comprendevano che bisognava ritirarsi e lavorare nella legalità per preparare nuovamente l’offensiva allo zarismo. La presenza del partito bolscevico nella duma ultrareazionaria, nelle organizzazioni sindacali, cooperative e assicurative, garantirono la lenta ripresa della lotta di classe.

La seconda Rivoluzione russa (dal febbraio all’ottobre 1917) segna l’ascesa del partito bolscevico a partito dell’avanguardia proletaria: la lotta vittoriosa contro l’opportunismo dei menschevichi e dei socialisti rivoluzionari è stata preparata in un modo tutt’altro che semplice, la vittoria della Rivoluzione proletaria e la sua difesa senza una preparazione lunga e minuziosa non si sarebbero mai potute ottenere.

 

Comunismo di sinistra e tattica politica

 

Scrive Lenin: “Il bolscevismo al suo sorgere, nel 1903, riprese la tradizione della lotta implacabile contro il rivoluzionarismo piccolo borghese, semianarchico (o capace di civettare con l’anarchismo), tradizione che era sempre esistita nella socialdemocrazia rivoluzionaria e che presso di noi si era particolarmente rafforzata dal 1900 al 1903, quando in Russia si erano gettate le basi del partito di massa del proletariato rivoluzionario. Il bolscevismo riprese e continuò la lotta contro il partito che esprimeva più di ogni altro le tendenze del rivoluzionarismo piccolo borghese, cioè contro il partito dei socialisti rivoluzionari, intorno a tre punti principali. In primo luogo, quel partito negava il marxismo, si ostinava a non voler comprendere (forse è più esatto dire: non poteva comprendere) la necessità di ponderare, con rigorosa obiettività, le forze di classe e i loro rapporti reciproci, prima di qualsiasi azione politica. In secondo luogo, quel partito ravvisava il suo particolare rivoluzionarismo, ossia il sinistrismo, nel fatto che ammetteva il terrore individuale, gli attentati che noi marxisti respingevamo risolutamente (…). In terzo luogo, i socialisti rivoluzionari ritenevano che essere a sinistra significasse dileggiare i peccati opportunisti relativamente piccoli della socialdemocrazia tedesca, pur imitando gli opportunisti estremi di quel medesimo partito (…)”.

Lenin critica aspramente le deviazioni di sinistra presenti nel movimento operaio: la questione della partecipazione al parlamento ultrareazionario e l’adesione ai sindacati reazionari costituiscono elementi centrali nella lotta del partito bolscevico contro le pericolose degenerazioni opportuniste.

Lenin sottopone a dura critica i comunisti di sinistra in Inghilterra e in Germania, contrari ad ogni forma di partecipazione ai parlamenti borghesi e scrive: “La puerilità della negazione della partecipazione al parlamento sta appunto nel credere di risolvere, in questo modo semplice e facile e pseudorivoluzionario, il difficile problema nella lotta contro le influenze democratiche borghesi in seno al movimento operaio, mentre in realtà si fugge soltanto dalla propria ombra, si chiudono soltanto gli occhi davanti alle difficoltà e si cerca soltanto di liberarsene con delle parole (…). Voi sembrate a voi stessi terribilmente rivoluzionari, o cari astensionisti e antiparlamentaristi, ma in realtà vi siete spaventati per le difficoltà relativamente piccole della lotta contro le influenze borghesi in seno al movimento operaio, mentre la vostra vittoria cioè l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato creerà quelle stesse difficoltà in misura ancora maggiore, incommensurabilmente maggiore”.

L’estremismo di sinistra, oggi praticato da piccole sette autoreferenziali contrarie ad ogni forma di partecipazione alle istituzioni rappresentative borghesi, resta quella “malattia infantile” del comunismo contro la quale Lenin ha condotto una dura lotta politico-ideologica: la stessa battaglia che il partito rivoluzionario del proletariato, oggi come ieri, deve condurre.

1936-1939: "una revoluciòn silenciada"

Una delegazione di Pc-Rol partecipa al seminario del Prt, sezione spagnola della Lit

 

Michele Scarlino

 

Da alcuni mesi Progetto Comunista è impegnato in una fase di confronto e dibattito con alcune internazionali trotskiste, e tra queste con due in particolare, cioè la Lit-Ci (Lega internazionale del lavoratori – Quarta Internazionale) e la Ft-Ci (Frazione trotskista – Quarta Internazionale). Il confronto a livello internazionale è, per un'organizzazione rivoluzionaria, di primaria importanza ed è da noi intrapreso in maniera seria e leale, non per giungere infine a una mera affiliazione a un'Internazionale, ma come passaggio obbligato (e di cui abbiamo bisogno) per la costruzione di un partito comunista rivoluzionario mondiale che sia una forza viva ed attore capace di interpretare e contrastare (e infine abbattere) il capitalismo − e il suo sistema di sfruttamento − a livello mondiale. Una sterile somma di sezioni nazionali non è il nostro obiettivo e non è obiettivo di nessun comunista degno di questo nome.

I militanti di Pc-Rol sono ora impegnati nella febbrile costruzione del partito (che è in questi mesi nella sua fase costituente) ma, insieme alla costruzione nazionale, vi è quella internazionale che per noi va di pari passo ed ha la medesima importanza della prima. E’ in questo quadro politico di confronto e chiarimento con altre organizzazioni trotskiste che una delegazione di Pc-Rol ha partecipato alla “Escuela de Verano” (seminario di formazione per militanti) organizzata dal Prt (Partito rivoluzionario dei lavoratori), sezione spagnola della Lit-Ci. Il seminario, svoltosi a Madrid dal 25 al 27 agosto scorsi, era incentrato sulla Rivoluzione spagnola, che nel 2006 compie i suoi settanta anni.

 

Perché silenciada?

 

Proprio in occasione di questo importante anniversario i compagni del Prt hanno prodotto e pubblicato un libro che parla degli avvenimenti rivoluzionari di quegli anni dal titolo molto emblematico: Una Revoluciòn silenciada. Perché silenciada? Potremmo rispondere dicendo che le attenzioni del revisionismo, sia borghese che stalinista, si sono riversate con “maggior cura” sui fatti di Spagna. Proprio per la sua complessità, la rivoluzione spagnola è stata oggetto di differenti interpretazioni (e troppo spesso di parte… quella borghese!). Nell’immaginario collettivo in Spagna c’è stata una guerra tra fascismo e libertà, ossia tra chi appoggiava le truppe di Franco e chi appoggiava i repubblicani. La storiografia borghese tende a dipingere il fascismo come un male imprevedibile e, come un tumore intacca improvvisamente un corpo sano, così la dittatura intacca un apparato democratico borghese, elimina la “democrazia”.

In realtà, la dittatura è l’ultima spiaggia di un capitalismo in crisi, è la strada della violenza contro le masse per salvare la borghesia dal proprio rovesciamento. Leggendo la storia si noterà che l’ascesa del fascismo corrisponde sempre a un’ascesa del movimento operaio. La borghesia finanzia il proprio braccio armato, il fascismo, quando capisce che i livelli di conflitto di classe diventano troppo acuti e potrebbero intaccare seriamente i propri interessi.

La spiegazione della storiografia ufficiale (ossia "la guerra tra fascismo e libertà") non regge per più di dieci minuti. In realtà, in Spagna si è avuta una guerra tra il proletariato che voleva la rivoluzione socialista e la borghesia internazionale, che questa rivoluzione non voleva, e i fatti vengono in nostro soccorso. Francisco Franco aveva allora l’appoggio di tutta (nessuno escluso) la grande borghesia spagnola, cioè i proprietari terrieri contrari alle collettivizzazioni e gli industriali delle grandi città; ovviamente aveva anche l’appoggio dei governi fascisti d’Italia e Germania e del Vaticano che riconobbe il governo creato dal dittatore spagnolo.

Ma la falla più grossa nella teoria "fascismo contro libertà" è che i “difensori della democrazia”, ossia gli americani e gli inglesi, non solo non mossero un dito per aiutare i repubblicani (che secondo questa teoria combattevano per una democrazia borghese), ma dopo un iniziale momento di neutralità riconobbero anche loro il governo del generalissimo. La storia ufficiale ci dovrebbe infine spiegare, con argomenti forti, chi combatteva per la democrazia visto che tutti (tranne gli operai e i contadini spagnoli) appoggiavano Franco. Come vedete, sulla Spagna c’è una coltre molto spessa di lerciume revisionista che nasconde la verità su quegli anni.

 

Il seminario

 

I lavori, iniziati il pomeriggio del venerdì, sono partiti con delle brevi relazioni introduttive e sono continuati con la divisione in “gruppi di discussione” dei partecipanti. Al termine della "tre giorni", c’è stata una riunione plenaria nella quale ogni gruppo ha portato il proprio contributo al dibattito.

Quella spagnola è stata una rivoluzione molto contraddittoria nel suo divenire e sicuramente è stata una sconfitta ricca d'insegnamenti per noi comunisti. Studiarla e comprenderne gli avvenimenti – con i relativi errori – è occasione per una notevole crescita politica e teorica. La Spagna ci ha mostrato, anzitutto, la barbarie della reazione borghese − rappresentata da Franco − che, dinanzi alla rivoluzione, non sta certo a guardare o a discutere con gli operai su come “sorpassare la crisi” ma imbraccia fucili e lucida manganelli per spezzare la spinta rivoluzionaria delle masse. I fatti storici spazzano via ogni illusione sulla “via pacifica al comunismo” professata dai ciarlatani del Prc. Il loro “pacifismo” è durato ben poco nel governo Prodi, più o meno sino a fine giugno, quando hanno rifinanziato le guerre di rapina promosse dal governo italiano in Afganistan e Iraq.

Inoltre, la Spagna ha mostrato il ruolo controrivoluzionario della burocrazia stalinista con il fallimento della politica del fronte popolare e la dimostrazione che la collaborazione di classe, cioè l’entrare a far parte di governi insieme ai rappresentanti della borghesia, significa sempre una sconfitta per gli interessi dei lavoratori. Ha mostrato i limiti del centrismo rappresentato dal Poum, con un programma in apparenza rivoluzionario, ma con una politica zigzagante che segue gli eventi anziché governarli. La Spagna è stata la completa bancarotta per gli anarchici ed ha inoppugnabilmente dimostrato i loro limiti politici e teorici.

 

La lezione spagnola: non arrivare impreparati alla rivoluzione

 

Infine, la Spagna ci ha dato una grande lezione, a mio avviso la più importante e chiarificatrice: la necessità di un partito comunista autenticamente rivoluzionario.

In quella guerra, per l’edificazione del socialismo, hanno versato il sangue migliaia di onesti compagni spagnoli e tantissimi altri compagni che andarono in Spagna da ogni angolo del mondo per aiutare la rivoluzione. Ebbene, per l’abbattimento del capitalismo e per la costruzione del socialismo la storia ha dimostrato che non basta l’eroismo (seppur necessario), ma c’è bisogno di qualcosa di sicuramente meno poetico ma certamente più solido della personale iniziativa: la scientifica organizzazione degli uomini e dei mezzi disponibili. In una parola il partito. Questo è mancato in Spagna ed ha portato alla sconfitta della rivoluzione e alla morte di tanti compagni.

Ovviamente il partito non si costruisce mentre la lotta accesa è in atto o due settimane prima della rivoluzione. Il partito si costruisce nei momenti di riflusso delle lotte, nei momenti di apparente calma, nei momenti in cui la rivoluzione sembra qualcosa di lontano e inafferrabile, nei momenti di indietreggiamento della classe operaia. Il momento più fecondo per costruire un partito è questo, quello che oggi stiamo vivendo. Arrivare impreparati a una rivoluzione è una tragedia. Storicamente è sempre stato così. E sarebbe un crimine oggi, da parte nostra, non far tesoro di quella esperienza e non dotarci di un partito e di una Internazionale, mezzi così preziosi per il perseguimento dei nostri fini. Noi la lezione l’abbiamo imparata.

 

Il seminario di formazione nazionale

Un passo in avanti nella costruzione del partito

 

Ruggero Mantovani

 

Con la nascita di “Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori”, la formazione teorico - politica dei militanti e dei quadri assume un ruolo centrale per il suo sviluppo. Tanto più oggi, è necessario accrescere e potenziare una scuola d’educazione politica il cui portato essenziale non può essere il riflesso di un esercizio di acculturazione libresca sui temi del marxismo rivoluzionario, ma la formazione di quadri e di militanti che fin da oggi si pongono sul terreno della costruzione del partito rivoluzionario.

Un primo momento significativo in questa direzione è stato caratterizzato dal Seminario nazionale che si è tenuto a Bellaria dal 21 al 23 luglio del 2006. Un’esperienza preziosa e ben riuscita, sia per i temi trattati ma soprattutto per il dibattito che si è animato tra i partecipanti, espresso con domande specifiche ai relatori e con approfondimenti sui temi affrontati.

La scelta degli argomenti trattati dai relatori, pur nella loro specificità e diversità del campo d’indagine, hanno mostrato una sostanziale omogeneità d’approccio teorico. In definitiva, il tentativo (riteniamo ben riuscito) è stato quello di far emergere i fondamenti del marxismo rivoluzionario, nel suo specifico storico e nella sua evoluzione, approfondendo alcune esperienze del movimento operaio internazionale che hanno di fatto confermato l’attualità della prospettiva rivoluzionaria e socialista.

Una prospettiva, quest’ultima, che indica come la formazione politica per un partito d’avanguardia non è un riflesso ideologico e scolastico, la ricerca chimica di codici teorici, ma si misura anzitutto nella necessità di costruire e sviluppare quel patrimonio politico che, nell’esperienza pratica, diviene un’imprescindibile “cassetta degli attrezzi”.

 

La questione sindacale

 

Il seminario di formazione teorico-politica che si è tenuto a Bellaria si è costruito su due direttrice fondamentali: la centralità del programma transitorio nella sue origini e nelle specifiche esperienze storiche; nelle sue implicazioni pratiche e nella tattica sindacale; le radici del riformismo e la necessità della costruzione del partito rivoluzionario.

La prima relazione, “Il programma di transizione oggi: la questione sindacale”, trattata dal compagno Antonino Marceca, ha affrontato la centralità del programma transitorio, quale guida essenziale nell’azione pratica dei comunisti e, in particolare, nella sua applicazione alla lotta sindacale. Il relatore partendo da una dettagliata analisi degli stadi della coscienza di classe − spontanea ed istintiva nel suo nascere, tradeunionista e rivendicativa nel suo livello superiore − ha evidenziato come la coscienza socialista, non essendo un dato ontologico nella classe operaia, deve essere portata dall’esterno. Per dirla con Trotsky, i comunisti “…non adattano il programma alle congiunture politiche o al pensiero o allo stato d’animo delle masse; adattano il programma alla situazione oggettiva come essa è rappresentata dalla struttura economica di classe della società (...) il compito del partito è portare la mentalità arretrata delle masse in armonia con i fatti oggettivi”[1].

Ma, al contempo, il programma comunista, non essendo una ricetta salvifica e una sterile predicazione utopica, mostra la necessità di costruire costantemente un ponte tra le rivendicazioni parziali e la prospettiva socialista. La necessità del programma transitorio, dunque, lungi dal riflettere un contenuto ideologico, rappresenta il principale strumento per guadagnare la maggioranza dei lavoratori alla rivoluzione socialista. Da questa prospettiva, il compagno Marceca, approfondiva il rapporto tra il programma transitorio e la politica sindacale: in definitiva il ruolo dei comunisti nei sindacati di massa. Dopo una dettagliata analisi delle principali organizzazioni sindacali del movimento operaio italiano (Cgil e sindacalismo di base - extraconfederale), la loro composizione politico-organizzativa, le loro origini e la loro evoluzione, il relatore, riattualizzando le impostazioni della IV Internazionale delle origini e l’impianto della concezione leninista, ben evidenziava che la lotta dei comunisti nelle organizzazioni sindacali deve essere finalizzata a costruire un’egemonia alternativa alle burocrazie sindacali. In definitiva i comunisti rivoluzionari non possono limitarsi ad essere sindacalisti, ma, per dirla con Lenin, “ tribuni del popolo”, impegnati costantemente a mutare il corso delle lotte nella direzione della prospettiva rivoluzionaria.

 

Il programma di transizione e la sua applicazione nella storia

 

Il tema del programma comunista era ripreso dalla compagna Fabiana Stefanoni con la relazione “Il programma di transizione e alcune esperienze storiche: 1917 ‘Tesi di aprile’; 1926 ‘Tesi di Lione’; nascita della Quarta Internazionale”. La relatrice affrontava l’origine storica del programma transitorio, evidenziando come la Quarta Internazionale delle origini avesse riattualizzato le impostazioni politico-programmatiche espresse dal partito bolscevico e dai primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista. Anche in questo caso, come nella prima relazione, la natura del programma comunista non è emersa da un'impostazione ideologica, ma seguendo anzitutto un’interpretazione non speculativa dei testi utilizzati.

La relazione ha mostrato come la concezione del programma transitorio, non rappresentando una pura enunciazione di desideri, ma un metodo e una guida per l’azione nell’esperienza pratica dei comunisti, abbia avuto un ruolo fondamentale in alcune esperienze storiche del movimento comunista internazionale. Il programma transitorio ha costituito, in definitiva, il codice fondamentale della costruzione del partito bolscevico e al contempo ha rappresentato una guida imprescindibile per la Rivoluzione d’ottobre.

Il programma transitorio, espresso con le “Tesi d’aprile” da Lenin nel 1917, ha indicato alla classe operaia e contadina russa la necessità di rompere ogni collaborazione con la borghesia e al contempo, nel vivo della rivoluzione antizarista, ha dimostrato alle masse che la soluzione delle conquiste parziali (pace, lavoro e pane) erano possibili solo con la presa del potere da parte dei Soviet. In definitiva, in assenza di un programma di rivendicazioni transitorie non sarebbe stata possibile la rivoluzione in Russia.

La relatrice evidenziava come senza quel programma transitorio e in assenza di un partito bolscevico, malgrado l’enorme potenzialità espressa dal movimento operaio italiano nel “biennio rosso” (1919-1920), non fu possibile la rivoluzione. Un’esperienza storica, quella del movimento comunista italiano, piena di contraddizioni ed errori. Le “Tesi di Lione” rappresentarono, senz’altro, un’esperienza importante per il movimento operaio italiano poiché, superata la prima fase estremistica del Pcd’I, emerse la concezione espressa dall’Internazionale Comunista sul “fronte unico” e sul “governo operaio”. Ma, al contempo, la concezione, espressa in particolare da Gramsci, sulla bolscevizzazione e sulla campagna anti trotskista faceva affiorare gravi ambiguità ed inadeguatezze che, come evidenziato dalla compagna Stefanoni, si riprodussero anche sullo terreno programmatico in merito alla proposta di “assemblea costituente” e alla “questione meridionale”.

 

La fine della prospettiva rivoluzionaria in Italia

 

La terza relazione trattata dal compagno Ruggero Mantovani, “Dal Pci di Togliatti al Prc di Bertinotti: una storia di collaborazione di classe”, affrontava il ruolo dello stalinismo italiano e la fine della prospettiva rivoluzionaria: una ricostruzione storica della strategia politica che il più grande partito comunista d’occidente ha perseguito fin dal 1943 con la “svolta di Salerno”, realizzando, sotto la direzione di Stalin, la politica di collaborazione di classe ed entrando, dal 1945 al 1947, in tutti i governi della borghesia liberale.

Una strategia incubata e perseguita nei trent’anni successivi dall’opposizione, in cui “la via italiana al socialismo”, imposta da Togliatti all’VIII congresso del Pci nel 1956, rappresentò l’involucro ideologico di quella prospettiva, il cui esito fu, negli anni settanta, il compromesso storico bellingueriano. La fine del Pci nel 1991, in definitiva, mostrava la crisi storica dello stalinismo su scala internazionale e il fallimento della politica di collaborazione di classe a cui i partiti stalinisti approdarono fin dalla politica dei “fronti popolari” nel 1936.

La nascita del Prc nei primi anni Novanta non rappresentò un fatto artificioso, ma fu caratterizzata dalla necessità di ricostruire un movimento operaio autonomo e indipendente dai governi della borghesia liberale. Qui il paradosso: nonostante la fine del Pci avesse mostrato il fallimento della politica di collaborazione di classe, il gruppo dirigente del Prc, per cultura, impostazione e formazione, si apprestava a costruire la rifondazione sulle basi di quel fallimento.

Tutta la vicenda del Prc, per oltre quindici anni, ha evidenziato, dall’opposizione al governo, questa prospettiva, che tanto più oggi, con l’entrata nel governo borghese dell’Unione, mostra la storia di una rifondazione mancata.

 

Il revisionismo storico e la necessità della costruzione di un nuovo partito rivoluzionario

 

La quarta relazione trattata dal compagno Francesco Ricci, “Le radici del riformismo e la necessità della costruzione del partito rivoluzionario”, ha ricostruito il lungo e complesso quadro storico che ha caratterizzato la lotta al revisionismo, sia socialdemocratico e sia stalinista, e la necessità di riattualizzare il marxismo rivoluzionario sulle proprie basi e fondamenta.

Il relatore, attraverso una minuziosa ricostruzione storica dei principali avvenimenti, mostrava come la borghesia, dopo la rivoluzione francese, perse progressivamente la sua carica rivoluzionaria e dopo la prima rivoluzione industriale comprese che, con l’emergere del proletariato industriale, nasceva il proprio seppellitore. Ma le prime organizzazioni operaie, come ad esempio la “Lega dei Giusti”, ancora risentivano delle impostazioni ideologiche della borghesia radicale: un socialismo che Marx ed Engels nel 1948 col Manifesto del Partito Comunista, definivano piccolo borghese, il quale riteneva, come nel caso del produnismo francese, di bruciare la proprietà privata a “fuoco lento”.

La necessità di rompere con le originarie impostazioni piccolo borghesi, che caratterizzò gran parte della lotta teorica e politica di Marx ed Engels nella prima Internazionale, era imposta dalla realtà: la Comune di Parigi rappresentò, come asserì Marx, il primo esperimento in cui la classe operaia si pose l’obbiettivo della presa del potere. Il compagno Ricci ben evidenziava che la nascita dei partiti socialdemocratici e della II Internazionale, che si svilupparono nel decennio precedente alla prima guerra mondiale, furono l’effetto combinato della dinamica espansiva dell’economia capitalistica e la politica riformista dei gruppi dirigenti, sindacali e politici, del movimento operaio.

Una politica che produsse deformazioni sia nell’esperienza pratica, facendo nascere burocrazie e specifici privilegi all’interno del movimento operaio; sia sul terreno teorico introducendo impostazioni estranee al marxismo, a partire dalla collaborazione di classe e dal rifiuto della rivoluzione e della dittatura del proletariato.

Un’infezione, quella socialdemocratica, che nella sua base materiale si è riprodotta con lo stalinismo che, dal “centrismo burocratico”, divenne, nella prima metà degli anni Trenta, con la politica di “fronte popolare”, una tendenza organicamente controrivoluzionaria.

Tutta la storia dei comunisti conseguenti è stata costantemente segnata dalla ricostruzione del movimento operaio su basi indipendenti: Marx ed Engels lottarono nella prima Internazionale per il recupero dei fondamenti espressi nel Manifesto del Partito Comunista; Lenin e Rosa Luxemburg lottarono dentro la II Internazionale contro il revisionismo socialdemocratico e per il recupero del marxismo; l’opposizione di sinistra negli anni Venti e successivamente la IV Internazionale delle origini lottarono contro lo stalinismo per riattualizzare il bolscevismo e l’ottobre.

Un itinerario storico politico, quello descritto dal relatore, che, tanto più oggi, conferma che la costruzione del partito rivoluzionario rappresenta sia l’unica risposta alla crisi dello stalinismo e del riformismo, sia un compito imprescindibile per la liberazione delle masse popolari.



[1] L. Trotsky “Completare il programma e metterlo alla prova” (1938)

Cambiano i ministri e la scuola è sempre la stessa

Asservita al profitto di pochi, al servizio dei figli dei ricchi

 

di Raffaele Guerra

 

Ebbene si, compagni: questo è un governo di consigli operai. I lavoratori sono andati al potere. All’ istruzione il Mortadella ha messo un meccanico che, impugnato il cacciavite, sta smontando, smontando…per affermare ancor meglio la dittatura economica- quindi politica- della borghesia. Sta grondando sudore quella palla di lardo… e senza che nessuno dica niente, perché i sindacati confederali sono amici, quelli del Manifesto pure, i comunisti sono tutti extraparlamentari e con pochi mezzi. Giuseppe Fioroni ha annunciato sottovoce le sue intenzioni di riforma scolastica, che si configurano in linea di continuità con le precedenti legislazioni di centrosinistra e di centrodestra perché tutti lì puntano: al rafforzamento e allo sviluppo del sistema capitalistico, con lauti compensi per i suoi uomini di potere. La prima questione sulla quale il ministro e tutta la Margherita hanno posto l’accento è l’autonomia. Attenzione però, non si tratta del margine di autonomia culturale sulla scelta degli insegnamenti pensato da Lunatcharsky all’indomani della rivoluzione d’Ottobre, ma di un’ autonomia economica che debba poter permettere agli uomini di governo di destinare i fondi dello Stato agli interessi della borghesia, del capitalismo - si pensi all’ingente spesa pubblica per gli armamenti e tutto ciò che è connesso alle missioni imperialistiche, ultima quella in Libano. Ecco quindi che l’autonomia economica porta gli istituti scolastici ad aumentare le tasse, permettendo ai figli della borghesia di poter assimilare quelle nozioni frammentarie che servono loro per poter prendere il posto dei padri e delle madri e rilegando i figli dei proletari nell’incultura mediatica, allo stesso tempo nuovo oppio dei popoli dei paesi a capitalismo avanzato ed espressione ideologica della classe dominante. Senza mettere in conto tutte le altre spese (libri e strumenti) che sono richieste per l’istruzione.

 

Nella stessa direzione della Moratti

 

Per cercare di restituire un minimo di dignità al sistema scolastico italiano di fronte a quello degli altri Stati europei, il ministro Fioroni ha annunciato anche una riforma riguardante l’ esame di maturità. Dal prossimo anno forse la commissione sarà per metà costituita da membri interni al consiglio di classe e per metà da esterni. Questo tentativo di combattere il luogo comune che dipinge la scuola italiana come un “diplomificio”, in realtà non porrà fine alla corruzione o perlomeno al pressappochismo, semplicemente perché in una società capitalistica avanzata la cultura - anche nelle scuole - non è mai al primo posto, al contrario del profitto. La continuità formale con il governo di centrodestra viene rotta da Fioroni soltanto con lo stop alla riforma delle scuole superiori e con il congelamento della figura del tutor, che, secondo la riforma Moratti, nella scuola materna ed elementare avrebbe dovuto curare i rapporti con le famiglie, coordinare gli insegnanti di una stessa classe e redigere il portfolio delle competenze. Per quanto riguarda l’università, invece, si continuerà sul percorso cominciato da Berlinguer e dalla stessa Moratti, con il doppio binario di una laurea triennale e poi specialistica e con la presenza alienante ai fini culturali dei crediti formativi. Non vengono toccati, invece, gli incentivi per le imprese che accetteranno di collaborare in stages, tirocini e dottorati, così come resterà non retribuito il praticantato durante la scuola superiore, allargando il pacchetto Treu - legge 30 anche alla scuola. Per quanto riguarda gli insegnati precari, il ministro ne immette in ruolo un terzo in meno rispetto al 2005: 20000, mentre 450000 sono iscritti nelle graduatorie permanenti e 17000 se ne aggiungono ogni anno con le Siss.

 

La loro scuola e la nostra

 

La scuola resta una misera sovrastruttura ideologica in ogni società capitalistica, al di fuori dell’azione distruttiva dei vari governi borghesi; per cui non può andare bene il modello scolastico messo a punto da Giovanni Gentile, che aderì, seppure con non poche contraddizioni, al fascismo. La situazione in cui oggi ci troviamo, ovvero di affermazione quasi incontestata delle riforme scolastiche borghesi – data la pochezza politica delle azioni svolte da un movimento studentesco privo di una direzione conseguente, è stata determinata da diversi fattori. Uno dei più importanti è stato il controllo opportunistico e bugiardo di gran parte del movimento da parte dei partiti e delle associazioni di centrosinistra. Così si è potuto vedere come questi organismi politici abbiano inculcato una linea di condotta che è comunque funzionale al capitalismo di cui essi sono la rappresentanza politica: non- violenza, coazione a rispettare i limiti della legalità borghese, alimentazione del qualunquismo e del ribellismo infantilistico. D’altro canto oggi possiamo constatare che il movimento così asservito al centro- sinistra non apre bocca, permettendo a Fioroni di lavorare indisturbato. Tralasciando la particolarità di analisi che spetta al ventennio fascista, durante il regime borghese repubblicano la scuola, nel suo impianto e andazzo generale, è sempre stata ed è ancora- un’istituzione disorganizzata, classista e culturalmente scarsa, in quanto omologa le menti alla mediocre mentalità piccolo- borghese di cui il capitalismo ha bisogno per sopravvivere e in quanto fornisce un’istruzione frammentaria, de- contestualizzata, la quale proprio perché manca di un impianto dialettico è servile, alienata, falsa. La nostra idea di scuola deve essere quella dialettica e materialistica che prenda le mosse formali dalla proposta del movimento operaio della Prima Internazionale negli scritti di Karl Marx: coniugare l’istruzione con l’educazione dello spirito, del corpo e della persona all’ uso degli strumenti tecnologici, in un’ottica educativa e non autoritaria e in una visione del mondo che sia materialistica, scevra da pregiudizi, da timori moralistici sul sesso e da quant’altro impedisca l’ istruzione e l’educazione di uomini e donne liberi/e.

Terza conferenza dei Giovani Comunisti: niente di nuovo sotto il sole!

La crisi di consenso di un’organizzazione burocratica e governista

 

di Francesco Fioravanti

 

La terza Conferenza Nazionale dei Giovani Comunisti – l’organizzazione giovanile del Prc - si è svolta quest’estate tra il disinteresse generale e nel più totale anonimato, sintomo del progressivo distacco di settori di movimento e di avanguardia giovanile da un’ organizzazione che, dopo l’ingresso della casa-madre nel governo borghese guidato da Romano Prodi, viene vista come complice silenziosa di quelle politiche che vanno a scontrarsi irreparabilmente con le ragioni che centinaia di migliaia di giovani hanno voluto sostenere attraverso le loro scelte e le loro azioni in un passato recente contrassegnato dal ritorno prepotente di una generazione di lotta nello scenario politico interno ed internazionale. Ciononostante crediamo sia utile soffermarci ad analizzare le varie posizioni presenti nell’attuale dibattito interno ai Gc e a trarre un breve bilancio di esso: non fosse altro per il fatto che la Conferenza Nazionale è sempre un evento, vista la naturale propensione della maggioranza che la dirige a rinviarla e ad escludere il corpo dell’organizzazione dalle decisioni che essa prende.

 

Uno scenario desolante

 

L’attuale gruppo dirigente dei Gc, legato alla maggioranza del partito capeggiata dal segretario Franco Giordano, si è speso ancora una volta con invidiabile tenacia per giustificare l’ingiustificabile di fronte alla base giovanile del partito: l’ingresso del Prc nel governo di centro-sinistra e il conseguente avallo alle politiche anti-popolari che questo attua. Dopo aver per lungo tempo sposato le teorie che vedevano nel “rifiuto della presa del potere” la panacea di tutti i mali, dopo aver indicato la necessità di attuare una svolta strategica verso il pacifismo e la non-violenza, oggi essi sembrano volersi rifiutare di fare i conti con una realtà semplice e lineare nella sua drammaticità: il Prc è entrato nel governo della settima potenza imperialista mondiale, la quale, per mantenere il suo status, deve necessariamente far ricorso alla violenza, cioè allo strumento attraverso il quale si decidono gli assetti del mondo e il peso che ogni Stato ha nello scacchiere internazionale. Paradossale è la situazione per cui nel nome della non-violenza si avallano i bombardamenti in Afghanistan e la spedizione militare nel Libano, in quello del rifiuto del potere si condivide la scelta dell’ingresso del Prc nel governo borghese di Prodi, diretta emanazione di quei poteri forti che nel mondo delle idee essi contrastano e combattono, ma che nel mondo fisico –quello dei deputati e dei senatori in Parlamento - appoggiano senza remore. Il tutto condito dal solito ipocrita leit-motiv: “se cade il governo Prodi, siamo costretti nuovamente a sorbirci cinque anni di governo Berlusconi”; come se la forza che il leader del centro-destra ha saputo dimostrare anche nelle ultime elezioni non fosse figlia della delusione dei ceti popolari nei confronti di quelle forze politiche che in apparenza – e solo in apparenza- sembrerebbero parlare in loro nome. Per questo possiamo affermare con pochi margini di errore che il crollo dell’immagine dell’organizzazione giovanile del Prc è dovuta alle sciagurate decisioni che questa ha preso e alla totale subalternità nei confronti delle altrettanto sciagurate scelte del partito nella quale si muove. Se una vittoria netta nella conferenza da parte dei fedelissimi di Giordano c’è stata (62% dei voti complessivi), questa non è assolutamente il frutto di una identificazione genuina di larga parte dei giovani compagni del Prc con le argomentazioni presentate dalla maggioranza, ma piuttosto il risultato di più elementi che vanno a combinarsi fra di loro: l’assenza di un ampio e profondo dibattito interno, un tesseramento “artificiale” (quello di amici e parenti tanto per capirci) messo in atto per accaparrarsi un bottino consistente di voti,e la debolezza delle proposte di minoranza.

 

L’unica alternativa è la rottura!

 

L’area dell’Ernesto ha presentato un proprio documento ottenendo 982 voti, pari al 16%. Da tempo all’interno di questa componente si è aperto un acceso dibattito sulla necessità di rimanere o meno un’area strutturata, separata e distinta da quella di maggioranza. L’ingresso del Prc nel governo dell’Unione sembra aver infiacchito le voci critiche delle minoranze, e la possibilità di uno scioglimento dell’area e di un suo nuovo ritorno in maggioranza, allo stato attuale delle cose, è tutt’altro che da escludere. Quest’eventualità si riflette nel documento presentato alla conferenza: pieno di buoni propositi e di belle intenzioni –che, naturalmente, sono destinati a rimanere tali- , ma nel quale non viene messa minimamente in discussione la permanenza del partito all’interno della maggioranza di governo.

Lo stesso discorso può essere fatto per “Erre – Sinistra Critica”, che è riuscita ad ottenere all’incirca il 12% dei consensi. Co-gestori delle sorti dell’organizzazione fino a pochissimo tempo fa, oggi i suoi dirigenti ripropongono meccanicamente un movimentismo sterile e annacquato, senza aver alcuna intenzione di trarre un bilancio dell’esperienza (negativa) che i Gc hanno vissuto in questi anni di esplosione del conflitto sociale. Anche in questo caso l’appoggio che i parlamentari di quest’area hanno dato alla nascita del governo-Prodi rappresenta la reale cartina di tornasole delle intenzioni di questo gruppo. Appoggio ai movimenti e alle lotte in astratto, sostegno ai padroni e agli affossatori di quelle lotte in concreto.

Infine menzioniamo brevemente il risultato dei due piccoli gruppi che hanno presentato rispettivamente i documenti numero 4 e 5: Falce e Martello (420 voti pari al 7%) e l’Area Programmatica – Progetto Comunista (3%), una microscissione della vecchia Amr. Queste due componenti sono accomunate dall’illusione di poter spostare a sinistra il baricentro della politica del Prc, illusione che non fa i conti né con la crescente burocratizzazione di questo partito né con il progressivo calo della militanza al suo interno.

Progetto Comunista – Rol è nato con la consapevolezza che le ragioni di quei giovani che hanno lottato in questi anni sotto la bandiera dell’ “altro mondo possibile” non possono essere svendute nuovamente sull’altare della collaborazione di classe. L’ingresso del Prc al governo ha semplificato notevolmente il quadro politico italiano: le forze riformiste e socialdemocratiche si schierano tutte dalla parte del governo e contro i lavoratori, i giovani, le donne e gli immigrati; quelle autenticamente comuniste e rivoluzionarie stanno dalla parte di questi soggetti contro quei governi. L’organizzazione dei Gc sembra aver scelto definitivamente da che parte stare; Pc-Rol ha fatto lo stesso da tempo, scegliendo però la parte degli sfruttati e dei lavoratori, non quella dei banchieri e degli industriali.

No al saccheggio dell’acqua

No al capitale che del saccheggio è il mandante e l’esecutore

 

Giacomo Di Leo e Vito Giunta

 

 

In ogni parte del mondo si manifesta e si aggrava (favorita dalle politiche di svendita e privatizzazione) la depredazione delle risorse e dei servizi idrici da parte del capitale nelle sue articolazioni nazionali e multinazionali. Al contempo, dall’America latina all’Africa, dall’Asia all’Europa si rafforzano la resistenza e le lotte contro la privatizzazione dei servizi.

 

La situazione in Sicilia

 

Anche nella Sicilia "cuffarizzata" si manifestano mobilitazioni contro la privatizzazione dell’acqua. Pertanto, il governo regionale del polo pigia l’acceleratore per assecondare il processo di privatizzazione di questo servizio idrico. Enna e Caltanissetta hanno già affidato ai privati il servizio. Recentemente anche Palermo è stata data in gestione alla cordata di privati di Genova Acque: con l'ex municicipalizzata ligure ci saranno la Smat di Torino (altra ex municipalizzata idrica), la Con-scoop di Forlì, la Galva di Pomezia (Roma), la Putignano e la consociata − il Puitignano di Noce (Bari) − gli studi di Ingegneria Sai di Palermo e Desa di Torino. L’Amap, la municipalizzata che gestiva il servizio, resterà fino al 2021. L'assessore Raffaele Loddo ha dichiarato: "una convivenza che determinerà inevitabilmente un aumento tariffario" (Giornale di Sicilia, 1/09/2006). Tutto questo dopo l’annuncio dell’aggiudicazione del maxi appalto di 853 milioni di euro.

Alla provincia di Palermo, il mega-commissario straordinario per l'emergenza idrica, Salvatore Cuffaro, aveva inviato un ulteriore commissario per occuparsi della gara; lo stesso commissario, fino a pochi giorni prima della presentazione, era all'interno del Cda di Genova Acque. "Stranamente" alcuni giorni prima della gara d’appalto si è dimesso dalla società (vincitrice) di cui faceva parte. Siracusa e Ragusa si avviano a grandi passi verso la privatizzazione dell’acqua, Trapani e Agrigento aspettano di aprire le buste (ma il destino sembra segnato); a Catania la gestione è state affidata ad una società mista (molto spesso dopo tre anni in questi contratti la componente privata diventa maggioritaria).

 

La situazione idrica a Messina

 

Una discussione a parte merita Messina, dove la gara per la concessione della gestione per il servizio idrico integrato è stata sospesa dal Tar di Catania il 25 Luglio 2006 su ricorso del Comune di Messina e di alcuni sindaci della Provincia. Si attende entro settembre l’udienza del Tar sulla vicenda. Ma le mobilitazioni e le lotte non attendono. Infatti, in questa provincia la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua inizia nel novembre 2004 e si snoda attraverso una serie di campagne d’informazione e di sit-in di protesta davanti alla Provincia di Messina, in occasione delle riunioni dell’Ato-Acque. La protesta è stata accompagnata da una raccolta di firme di una petizione contro la privatizzazione e la riduzione della tariffa dell’acqua.

La scelta della gestione in house, fatta propria da 70 sindaci su 108 ma ostacolata dalla Presidenza di destra della Provincia, si è concretizzata con la costituzione della società Messina Acque Spa. Il 31 gennaio 2006 la presidenza della Provincia regionale ha convocato d’urgenza l’assemblea dei sindaci dell’Ato-Acque per proporre l’annullamento della precedente decisione dei sindaci sulla gestione in house e il varo di una società mista. Da allora l’assemblea dei sindaci non è riuscita a sbloccare la situazione, anche per l'ovvia mancanza di volontà di lotta e ambiguità degli amministratori comunali. Il 4 aprile 2006 il presidente della Regione siciliana Cuffaro, nella sua qualità di commissario straordinario per l’emergenza idrica, ha commissariato l’Ato idrico della Provincia di Messina e ha dato indicazioni al neocommissario Immordino di emanare il nuovo bando, che è stato emesso il 31 maggio con scadenza prevista il 28 luglio 2006.

 

Cosa si muove

 

Come dicevamo, il movimento contro la privatizzazione non è rimasto a guardare. Si è costituito un movimento di associazioni e partiti, nel quale hanno avuto un importante ruolo: Lilliput, Legambiente, Rdb-Cub. Insieme a questi hanno partecipato i Verdi e il Prc, non ultimo per mobilitazione e impegno Progetto Comunista-Rifondare L’Opposizione dei Lavoratori che, sin dall'avvio del processo costituente di un nuovo partito, ha partecipato con le proprie bandiere e con volantinaggi ai vari sit-in di protesta davanti alla Provincia, culminati con la provocatoria consegna dell’offerta del coordinamento delle forze contro la privatizzazione alla segreteria dell’Ato-Acque.

Nelle lotte sta crescendo la consapevolezza che l’abbattimento del capitale è l’unica reale soluzione che permette il passaggio da un'economia per il profitto di pochi a un'economia al servizio dei bisogni di tutti.

Nella nostra provincia, quindi, si è tentato − contro la manifesta volontà dei lavoratori e dei cittadini e i susseguenti formali pronunciamenti della stragrande maggioranza di sindaci e consigli comunali (la cui azione rimane peraltro ambigua, non conseguente, poco determinata) − di scippare le popolazioni del diritto fondamentale a decidere sulla gestione di un bene universale, procedendo alla privatizzazione dell’acqua. La privatizzazione porterebbe: a) un aumento dell’insicurezza e sfruttamento dei lavoratori; b) il netto peggioramento della qualità del servizio; c) un forte incremento dei costi per i cittadini che si vedrebbero aumentare le bollette del 400% ! Non bisogna illudersi sulla sospensione della gara per la concessione della gestione del servizio idrico integrato della Provincia di Messina da parte del Tar di Catania. Bisogna fermare con la mobilitazione e la lotta i saccheggiatori.

L’acqua è una risorsa naturale vitale, in quanto tale deve essere indisponibile per il mercato e le sue logiche. L’acqua è un bene comune patrimonio dell’umanità, la sua gestione non deve essere affidata al capitale che, rispettando solo la sua eterna, bronzea legge, rapina risorse e sfrutta lavoro per creare profitto. Solo una gestione pubblica depurata da ogni logica aziendalistica (in un quadro normativo nuovo e opposto a quello messo in piedi negli anni da centrodestra e centrosinistra), sotto il controllo di lavoratori e utenti, può garantire rispetto e valorizzazione dell’ambiente, garanzia e dignità per i lavoratori, qualità ed efficienza del servizio. Serve la gratuità dell’acqua, nella quantità indispensabile a una vita dignitosa per tutti e un costo sociale a tariffa ridotta per le masse popolari.

Blocchiamo chi cancella i diritti di tutti a favore degli interessi di pochi! Fermiamo i privatizzatori! Moltiplichiamo le lotte per gridare più forte e più chiaro: no al furto dell'acqua!

 

(Conseguentemente, in una recente riunione del coordinamento si è stabilito di continuare la mobilitazione fissando due appuntamenti: un'assemblea regionale delle varie realtà di lotte a metà settembre, in vista di una grande manifestazione regionale − che deve diventare nazionale − da svolgere a Messina entro la prima metà di ottobre).

 

Cosa si muove sulla Legge 30

Prospettive di lotta per una ricomposizione del movimento operaio

di Pasquale Cordua

 

Il cosiddetto pacchetto Treu aprì la strada alla legge 30: il punto più alto dello sfruttamento dei lavoratori in Italia. Le misure che questa ha introdotto suscitarono una dura requisitoria, rivolta direttamente a Biagi perfino dalle gerarchie ecclesiastiche, nel corso di un convegno del mondo cattolico sul lavoro. Come è potuto accadere che nel paese con il più forte partito “comunista” d’Europa, con una estesa sindacalizzazione, con leggi quali lo Statuto dei Lavoratori, sia maturato un arretramento così vistoso delle condizioni di lavoro e delle garanzie e, per di più, in assenza di un movimento generale di lotta che vi si opponesse?

A partire dal referendum sulla scala mobile, con una tenacia ed una astuzia da manuale, facendo precedere ogni azione da una intensa propaganda preparatoria, la borghesia italiana ha portato a termine la sua campagna per recuperare profitti enormi e non sarebbe riuscita nell’intento senza la leva zelante dei partiti di sinistra e dei sindacati. Le tappe di questa impresa andrebbero esaminate con maggiore profondità di quanto possiamo fare qui: non solo per valutare un’esperienza, ma per comprendere se siamo in una fase del tutto nuova dello sviluppo dei rapporti politici (a loro volta derivati da quelli economici) e cosa dobbiamo fare per adeguare e definire metodi e linee, per riprendere con successo il cammino della lotta di classe, per il socialismo. Avendo però immaginato un fremito di sgomento sul volto dei lettori, tornerò ad un approccio più modesto.

 

Cosa ha prodotto il movimento di lotta

 

Frammentate, localistiche, ma pur sempre lotte; non hanno avuto il carattere della generalità e dell’unità ma ci sono state; niente a che vedere con la Francia, ma in compenso la conflittualità è stata continua.

Alcune lotte contro il precariato in generale, altre sulla mobilità o sull’orario di lavoro: tutte, comunque, in qualche modo contro il nuovo corso della flessibilità totale. Alcune punte più alte, come Atesia, hanno prodotto l’ispezione di agosto con la quale si ordina di assumere 3200 precari e di regolarizzare le contribuzioni di 8000 lavoratori. La risposta dell’azienda è facile da immaginare: minaccia di delocalizzazione e chiusura nel caso il giudice del lavoro dovesse accogliere i risultati dell’ispezione ministeriale. Sul fronte istituzionale le dichiarazioni (anche queste estive) del sottosegretario Cento parlano di abrogazione della Legge 30 ma poi reclamano il ruolo della politica più che il raggiungimento di obiettivi di miglioramento delle condizioni lavorative.

Naturalmente perfino queste dichiarazioni vengono smentite dai fatti che invece il Prc mette in campo. In una pagina interamente dedicata all’assessore Corrado Gabriele, il Corriere del Mezzogiorno del 7 settembre dichiara l’entusiasmo della Cgil per la proposta di legge regionale dell’illustre rifondatore, già brillantemente distintosi per le esternazioni sui disoccupati, per l’attività volta a disarticolarne il movimento, per le scelte politiche sulla formazione professionale tutte a vantaggio di enti privati. L’assessore si vanta di aver fatto molte concessioni al padronato e l’articolista le mette in mostra evidenziando come nel testo originario della legge ci fosse il richiamo all’articolo 18, alla necessità di contrastare le linee della legge 30, l’introduzione di alcune tutele, e come, invece, l’assessore con grande ragionevolezza abbia pensato di eliminare tutto ciò e di smetterla con uno spigoloso radicalismo.

Eppure, nonostante l’imbellettamento dei partiti di sinistra, tra le masse è passata definitivamente l’opinione che flessibilità e precarizzazione non sono opera esclusiva del berlusconismo o della Legge 30. La Legge 53 del 2000, anch’essa creatura del centrosinistra, prevede incentivi economici e contributi alle aziende che introducono accordi contrattuali sull’orario di lavoro flessibile, part-time, lavoro a domicilio, banca ore, turni flessibili. Spacciando l’obiettivo di andare incontro a madri e padri che volessero dedicare più tempo ai figlioletti o al proprio acculturamento, questa legge consente le cose peggiori in materia di orario di lavoro e, come se non bastasse, è un’altra voce di entrata per le aziende prelevata dai fondi per la previdenza e l’assistenza sociale.

La chiarezza degli obiettivi e la coscienza delle proprie controparti non sono cosa da poco per un movimento che si propone obiettivi di lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Manca però un pezzo altrettanto importante, se non addirittura decisivo (nel senso letterale del termine).

 

Cosa hanno prodotto le avanguardie della classe

 

Nonostante sia chiarissima la stretta crescente sulle classi subalterne, i gruppi della sinistra di classe sembrano occuparsi più della crescita della propria rappresentanza che dell’unità del movimento.

Alcuni addirittura propongono il frontismo e tutti i suoi disastri come se il problema fosse la divisione delle avanguardie e non piuttosto la frantumazione e la dispersione dei movimenti. Altri prospettano e praticano patti di unità d’azione con gruppi di matrice ideologica antitetica pur di galleggiare sull’apparire in qualche trasmissione televisiva di secondo ordine. Diffusa la pratica di denigrare e calunniare ogni altra formazione politica tentando inutilmente di rubacchiare uno o due militanti alle organizzazioni “rivali”.

Analogamente il sindacalismo di classe continua ad indire manifestazioni di lotta, ognuno nel campo in cui si ritiene più radicato, con la preoccupazione di ribadire il proprio ruolo di guida su determinati settori e proponendo “chiare proposte di legge” (sic!).

La lettera aperta della nostra organizzazione per una mobilitazione unitaria contro la politica antioperaia del governo Prodi è il primo passo per il superamento dell’attuale stato dei rapporti col movimento e con le scadenze di lotta. Il secondo è una discussione che non si limiti alla Legge 30, ai suoi esiti, alle proposte di modifica, perfino alla sua abrogazione, ma che contenga una posizione generale sul lavoro salariato e la sua natura di classe. È quello che manca a quanti propugnano “superamenti” e modifiche varie, a quanti si mostrano delusi per gli effetti della Legge 30 (ma cosa si aspettavano?).

Interporto di Civitavecchia: la lotta continua!

Contro la burocrazia sindacale e i politicanti di centrosinistra

 

di Leonardo Spinedi

 

 

Pubblichiamo di seguito una breve intervista ai corsisti dell’interporto di Civitavecchia, vittime di una truffa perpetrata ai loro danni dalla Regione Lazio (ora guidata dal centrosinistra) che ha sfruttato sulla loro pelle la possibilità di usufruire di circa un milione di euro di fondi europei. Si tratta a nostro avviso di un episodio che esemplifica molti fenomeni presenti in maniera diffusa in qualunque situazione di conflittualità lavorativa: il ruolo della burocrazia sindacale concertativa, ad esempio, di gettare acqua sul fuoco delle proteste, funzionando allo stesso tempo da lobby mafioseggiante nel tentativo di dividere i lavoratori; il ruolo anti-operaio svolto dai politicanti locali, schierati compatti dalla parte del padrone dell'interporto,  infine la potenzialità di lotta dei lavoratori stessi, che hanno dimostrato parzialmente e dimostreranno che la lotta ad oltranza paga.

I collettivi limitrofi di Pc-Rol continueranno ad essere impegnati a fondo in questa lotta dalla parte dei corsisti; a loro va la nostra più attiva solidarietà militante.

 

 

 

Cos’è l’Interporto di Civitavecchia?

L’interporto è un’azienda che si occupa della smistamento merci (fondamentalmente carico e scarico) nel porto di Civitavecchia. La proprietà è per l’80% privata e solo per il 20% comunale.

 

Com’è nata la vostra vertenza?

Dopo esserci iscritti ad un corso indetto dalla regione Lazio, abbiamo seguito uno stage di formazione professionale durato 18 mesi anziché 8-10 come era previsto in partenza. Dopo tutto questo tempo passato in uno stato di disoccupazione forzata (clausola fondamentale per partecipare al corso) ci troviamo in uno stato di incertezza totale in quanto le società che ci dovevano assumere non hanno nessuna intenzione di farlo in tempi brevi, e soprattutto non hanno intenzione di darci nessuna garanzia sulle tempistiche di assunzione ne su quanti corsisti effettivamente assumeranno.

 

Qual è attualmente la condizione lavorativa dei 160 corsisti?

Ad oggi siamo tutti disoccupati, qualcuno cerca di trovare lavoretti che non intacchino il suo stato di disoccupato (1-3 mesi, spesso a nero e dunque anche senza contributi) in modo da poter ricominciare ad avere una propria indipendenza economica. Non è certo l’ideale, soprattutto per i lavoratori più in là con gli anni, ma stare senza stipendio per 18 mesi è stata dura per tutti.

 

Qual è stato il ruolo dei sindacati?

I sindacati confederali a livello cittadino non ci hanno preso in considerazione. Hanno portato avanti dei tavoli di “trattativa” senza neanche farci sapere cosa è stato detto in questi incontri; hanno giocato un ruolo decisivo nel tentavo di corrompere i lavoratori in lotta e di dividerci, ed è per questo che con loro stiamo cercando di non avere rapporti, soprattutto vista la grande disponibilità e trasparenza dimostrata invece dalla Cub trasporti di Roma con cui siamo entrati in contatto grazie all’intervento di Andrea Spadoni e Ruggero Mantovani (dirigenti nazionali di Pc-Rol, ndr) e con cui stiamo già organizzando un tavolo di trattativa a livello regionale.

 

Qual è stato il ruolo della sinistra di governo?

A livello di governo comunale non siamo neanche stati presi in considerazione in quanto le autorità cittadine stanno cercando di tenere tutto sotto il loro controllo. Del centrosinistra al governo in regione è persino inutile parlare, per noi è già stato un passo da gigante arrivare ad un tavolo di trattativa.

 

Quali sono le prospettive di lotta e di rivendicazione che porterete avanti?

Le nostre lotte per il momento si sono fermate al consiglio comunale di Civitavecchia, dove abbiamo manifestato più volte, ma vista l’indifferenza, stiamo organizzando una manifestazione davanti ai capannoni dove dovremmo essere assunti, e se anche questo non porterà i frutti sperati porteremo la nostra lotta in regione. Le nostre rivendicazioni immediate però sono molto chiare: tutti i corsisti dovranno essere assunti subito, ogni tentativo di dividerci si scontrerà con la nostra organizzazione.

Inoltre, continueremo la battaglia per autorappresentarci, la Cgil non può continuare a prendersi gioco di noi ed a trattare alle nostre spalle e sulla nostra pelle.

Ilva di Taranto: attacco ai lavoratori e risposta operaia

Per la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio

 

di Domenico Friolo

 

Date quelle che sono le linee guida antioperaie e impopolari portate avanti dall’ennesimo governo al soldo della borghesia italiana è necessario prepararsi ad affrontare un nuovo “autunno caldo”. La vertenza Ilva, lo stabilimento siderurgico di Taranto distintosi negli ultimi mesi per gli attacchi sferrati alle migliaia di lavoratori e per l’inadeguata risposta da parte del sindacalismo concertativo presenta tutte le caratteristiche sintomatiche della situazione di precarietà assoluta a cui il governo dei banchieri prodiani costringerà gli operai italiani.

L’impianto industriale pugliese nasce nei primi anni’60 con un modello di gestione a partecipazione statale (Italsider) che passa nel 1995 a gestione privata sotto la guida del gruppo Riva (Ilva), già padrone di altri stabilimenti siderurgici.

La fisionomia che va da subito ad assumere sotto il modello di conduzione privata è caratterizzata dalla progressiva perdita di peso dell’ufficio aziendale Sil ( sicurezza sul lavoro), dalla crescita dei famigerati contratti formazione-lavoro e dalla negazione sotto forma di ricatto e intimidazione di ogni tentativo già raro di organizzazione sindacale. Di pari passo si assiste all’aumento della lista di incidenti sul lavoro che ha sempre contrassegnato l’iter produttivo dello stabilimento (la media di infortuni è di quattro al giorno) a causa della mancata effettuazione di controlli ricorrenti sull’impiantistica e dello scarso peso che viene dato alla necessità di una formazione effettiva per gli operai.

L’ultimo atto della via crucis che solo quest’estate ha contato due infortuni mortali, ha costato l’iniziale espulsione di tre lavoratori del reparto Ima1, accusati di essersi procurati un numero eccessivo di infortuni e malattie. La risposta dei sindacati previo ricorso ex articolo 700 presentato da Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm in merito all’accaduto è stata puntualmente rigettata dal giudice Rotolo del lavoro del Tribunale di Taranto, che ha ritenuto adeguata la fondatezza delle decisioni prese dalla dirigenza dello stabilimento.

 

Vendola vede e provvede

 

Vi chiederete a quel punto cosa sia successo ? Quando tutto sembra perduto, con un colpo di mano la soluzione arriva dall’opportunismo del governatore regionale Vendola che tempo prima definiva sulla stampa gli scioperi degli operai Ilva come “selvaggi” e irresponsabili (era necessario il consenso dei padroni? ) e poco dopo pesca fuori dal suo cilindro di prestigiatore una nota con cui chiede il reintegro da parte di Riva dei lavoratori licenziati.

Il padrone non ci pensa due volte e si prostra dinanzi al suo volere.

Il presidente “comunista”si è battuto per i diritti della classe operaia o dietro questa mossa c’è qualche trucco degno del più ridicolo politicante? Nel rispondere a questa domanda bisognerebbe stare accorti, poichè Vendola come il Giano Bifronte di ovidiana memoria riesce a seconda del contesto a tramutarsi da paladino della lotta di classe a convinto assertore della sua esplicita negazione: il compromesso con i poteri forti, nel caso specifico la dirigenza Ilva. Questa seconda parvenza sembra prendere spesso il sopravvento e come rendiconto alla buona azione di Riva, il presidente sembra stia offrendo il personale per la costruzione nello stabilimento di una nuova centrale termoelettrica da 600 Mw in modo da contribuire ad ingrossare sulla pelle dei poveri lavoratori i profitti del capitalismo nostrano. Lo stesso governo regionale si rifiuta da tempo di costruire una seria piattaforma programmatica che tenga conto oltre alle rivendicazioni all’interno dell’Ilva di quello che è l’effetto catastrofico dell’inquinamento dovuto alle batterie, che rende Taranto una delle prime città in Italia per le percentuali di casi di neoplasie polmonari. La “primavera pugliese”, in cui i lavoratori avevano riposto le loro speranze sembra aver perso i connotati effettivi della sua nomenclatura e tenta un’impresa impossibile, assurgere al ruolo di pacificatrice dell’inconciliabilità di classe, così che i sogni a cui aveva abituato Vendola invece che materializzarsi non tardano a scadere in una mera vanificazione, svanendo in un atteggiamento che grottescamente ricorda Bertinotti nel momento dell’insediamento alla presidenza della camera quando dedicò la sua elezione agli operai.

 

I compiti dei comunisti

 

La sterile critica mossa dai sindacati ai vertici aziendali è segnale della necessità di lavorare per una svolta urgente, che passi dalla ricostruzione di una sinistra sindacale dalla parte della classe operaia e di conseguenza slegata per mani e piedi dai lacciuoli dei padroni. Le dichiarazioni rilasciate sui giornali dagli esponenti sindacali locali non tendono ad alzare il livello del conflitto sociale ma a renderlo piu quieto poichè sono parole frutto di una politica della concertazione che non può arrivare a garantire agli operai diritti fondamentali come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario o la salvaguardia della salute nei luoghi di lavoro.

Sosteniamo criticamente la Rete 28 Aprile, come sinistra interna della Cgil affinchè si doti di una struttura all’opposizione delle politiche di lacrime e sangue del governo Prodi, degne proseguitrici del percorso attraverso il quale il berlusconismo mirava a far pagare la crisi in cui versa il capitalismo italiano ai lavoratori. La dicitura “comunista” rimasta dietro partiti che sventolano come vessillo la bandiera rossa non deve illudere, si presta lo stesso a queste politiche e per mezzo della retorica nasconde dirigenti che cercano di non scoprire il loro vero e unico ruolo, quello di garanti della pace sociale e del collaborazionismo di classe, in poche parole di nemici degli operai.

Il marxismo-rivoluzionario ci insegna come gli antagonismi di classe siano inconciliabili e che di conseguenza le parole di qualche fantomatico leader pseudo socialdemocratico non possono servire a frenare la lotta che scaturisce dallo sfruttamento dei padroni.

Il compito di Pc Rol è di stare affianco alle rivendicazioni degli operai Ilva partecipando attivamente alla loro lotta. Questo è possibile cercando di offrirle una direzione coerentemente marxista, chiedendone la nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio e legando ogni vittoria transitoria alla lotta per la trasformazione socialista della società.

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