Partito di Alternativa Comunista

Contro il governo di guerra e di rapina

Sciopero generale!

 

 

Antonino Marceca

 

Il governo Prodi, in attesa dell'avvio della fase costituente del Partito democratico, continua la sua politica lungo la via da tempo tracciata.
Il Prc, sempre più in difficoltà nel giustificare ai militanti di base il suo sostegno al governo, attende fiducioso l'afflusso di nuovi assessori, ministri e burocrati sindacali in libera uscita dai Ds, e per accoglierli convenientemente nelle nuove case territoriali, apre il "cantiere della sinistra".
Intanto cresce il malessere dei giovani, degli operai e delle masse popolari, un'inquietudine espressa dai fischi degli operai di Mirafiori - esasperati dallo smantellamento del sistema pensionistico pubblico e dalla rapina del Tfr - ai segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil; e ribadita, dopo il finanziamento delle missioni di guerra, dai fischi degli universitari romani, questa volta scaraventati sul muso del presidente della Camera Bertinotti.

 

Il quadro economico e sociale

 

Evidentemente, lo stesso malessere non serpeggia nella borghesia. Nel mese di marzo abbiamo potuto leggere le relazioni di due istituti di studi economici, Isae e Eurispes, che ci hanno fornito alcuni dati sullo stato dell'economia e sui salari dei lavoratori, mentre ad inizio d'aprile è arrivato lo studio del Censis sul problema delle abitazioni.
L'Isae, l'Istituto di studi e analisi economica, nel rapporto "Le previsioni dell'economia italiana" conferma il superamento della fase di stagnazione della prima metà del decennio (2001-2005) verso dinamiche annuali di crescita del prodotto interno lordo del 1,9% nel 2006, simili a quelle che caratterizzavano la seconda metà degli anni '90, una crescita supportata dall'industria manifatturiera settore nel quale si è riscontrato un aumento della produttività, della produzione e degli investimenti fissi lordi. La stessa Confindustria segnala inoltre il rallentamento del costo del lavoro per unità di prodotto e, quindi, maggiori profitti. Oltre a ciò si è riscontrato un miglioramento dei conti pubblici: il calo del deficit pubblico dal 4,1% al 2,4% del Pil.
Una ripresa costruita sui bassi salari e sulla precarizzazione, come confermano i dati dell'Eurispes, Istituto di studi politici economici e sociali, nel rapporto "Povero lavoratore: l'inflazione ha prosciugato i salari": i salari in Italia sono, in termini di potere d'acquisto, i più bassi d'Europa, appena sopra il Portogallo. Una situazione che l'Eurispes collega al differente trend di crescita dei salari tra il 2000 e il 2005 tra l'Italia e la media europea. Lo studio del Censis espone lo stato degli affitti per l'abitazione: dal 2000 sono aumentati del 128%, mentre il 42% delle famiglie in affitto paga più di 700 euro al mese. Una situazione conseguente alle grandi liberalizzazioni e cartolarizzazioni: oggi la quota di edilizia pubblica è di appena il 4,5%.
Mentre attendiamo di conoscere il destino di Alitalia e Telecom, il governo annuncia aumenti delle tariffe e nuovi esuberi nelle ferrovie, la messa sul mercato di Fincantieri; e, dopo l'ultima "liberalizzazione" di Bersani, con l'apertura degli investimenti privati nelle scuole è in arrivo il d.d.l. Lanzillotta sulla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali.

 

I dodici punti di Prodi

 

Sin dall'inizio della legislatura, circa una anno fa, la sinistra di governo (Prc, Pdci, Verdi e sinistra Ds) ha utilizzato gli aggettivi del voluminoso programma per illudere i lavoratori e le masse popolari circa la possibilità di "condizionare da sinistra" le scelte dell'esecutivo. Questi dieci mesi hanno invece evidenziato che gli atti del governo borghese (dal massacro economico e sociale alla guerra imperialista) non si lasciano condizionare, mentre alla sinistra di governo è richiesto di farsi carico di tenere a freno le mobilitazioni contro quelle decisioni.
Lo scivolone di febbraio ha permesso a Prodi di presentare un patto di ferro in dodici punti: cioè l'essenza stessa del programma dell'Unione.
Le condizioni sono state presentate il 22 febbraio ai partiti della coalizione: e sulla base dei dodici punti, "prioritari e non negoziabili" il governo ha ottenuto la fiducia.
I dodici punti consistono di poche righe, senza più la lunga prosa delle 281 pagine del programma dell'Unione al tempo delle elezioni. Essi si aprono sulla politica estera ed è subito chiara la strada che l'esecutivo intende percorrere: finanziamento delle missioni militari, permanenza nella Nato e allargamento della base militare Usa a Vicenza, "sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan", valorizzazione e sostegno alla penetrazione del capitale italiano all'estero.
Gli altri punti spaziano dall'aumento dell'età pensionabile e la revisione dei coefficienti di trasformazione, tagliando i rendimenti pensionistici di un'ulteriore 6-8%, alla "rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione)", da una nuova ondata di privatizzazioni ad una "concreta e immediata riduzione significativa della spesa pubblica". Infine viene recuperata e rafforzata l'investitura plebiscitaria avuta da Prodi con le primarie.

 

La grande concertazione

 

Acquisita la fiducia sui dodici punti e sul pacchetto Bersani anche da parte di Follini e Turigliatto, il governo ha dato avvio il 22 marzo 2007 al tavolo di concertazione - pensioni, mercato del lavoro, pubblico impiego - con le associazioni padronali e i maggiori sindacati.
Il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, appena tre giorni prima dell'inizio ufficiale del tavolo ha chiesto l'abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si è trattato di un'entrata a gamba tesa nella trattativa, di un'iniziativa forte del sostegno del governo e della Commissione Europea, che nel libro verde sul lavoro chiede la totale disarticolazione dei diritti dei lavoratori.
Nelle intenzioni di Confindustria c'è il proposito di intervenire sui modelli contrattuali, sul salario, sugli orari di lavoro, sui diritti e sulle tutele dei lavoratori. L'obiettivo dichiarato è quello di svuotare di contenuti il contratto nazionale a favore della contrattazione aziendale. Sugli orari l'obiettivo padronale è quello di svuotare di ogni potere negoziale le Rsu aziendali.
In tema di flessibilità in entrata il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta, ha ribadito la totale contrarietà padronale a rinunciare al pacchetto Treu e alla Legge 30, dicendosi disponibile a discutere la proposta del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, sugli ammortizzatori sociali.
Il governo partecipa al tavolo con l'obiettivo di tagliare la previdenza pubblica e le risorse destinate alla pubblica amministrazione.
Le burocrazie sindacali di Cgil, Cisl e Uil partecipano al tavolo sulla base di un "documento unitario su welfare, sviluppo e pubblico impiego" aperto a qualsiasi compromesso e soprattutto ad estendere i fondi pensione ai pubblici dipendenti.
Di fronte a questo quadro la nostra indicazione è chiara: serve è lo sciopero generale!

Continua l'offensiva imperialista

Via le truppe dall'Afghanistan!

 

Davide Margiotta

 

Il governo dell'Unione ha il preciso mandato della borghesia di proseguire la guerra in Afghanistan, Paese strategicamente fondamentale nella competizione mondiale. Anche le ultime vicende, come gli attacchi contro le truppe di occupazione italiane o il rapimento di Daniele Mastrogiacomo, sono state manipolate in vario modo dalla propaganda di guerra allo scopo di aumentare l'impegno militare italiano come richiesto dalla Nato e dagli Usa. Il rapimento del giornalista di Repubblica è stato utilizzato anche dal governo per ottenere la fiducia al Senato sulle missioni coloniali.
Non è un caso che la sua liberazione sia avvenuta in tempo per il voto di fiducia, mentre il suo interprete Adjmal sia stato lasciato alla mercè dei suoi rapitori. Così come nulla è stato fatto per ottenere la scarcerazione di Hanefi, il mediatore dell'operazione che ha portato alla sua liberazione, arrestato dai "servizi afgani". A questo proposito sono esemplari le dichiarazioni di Bertinotti a Repubblica il 22 marzo: "... sono orgoglioso di vivere in un Paese le cui istituzioni ed il cui governo in maniera coesa riescono a realizzare una trattativa ed a salvare una vita umana. E' stata fatta la trattativa come si doveva, utilizzando tutte le forze ufficiali e informali dentro un progetto guidato dal governo. Penso che possiamo dirci orgogliosi di questa operazione".

 

Il voto in parlamento

 

Al di là della retorica pacifista di alcuni partiti di governo, tutto l'arco parlamentare si è schierato con la propria borghesia ed ha votato il rinnovo delle missioni coloniali (Iraq, Afghanistan, ma anche Africa e Balcani). Il voto è stato preceduto da accorati appelli di Fassino e Marini all'unità istituzionale e al senso di responsabilità.
Un ordine del giorno bipartisan proposto dal leghista Calderoli e modificato di comune accordo per poterlo votare tutti assieme, che "impegna il governo a promuovere tutte le iniziative finalizzate a garantire la sicurezza del nostro personale militare e civile presente sul territorio afgano" è stato accolto da entrambi i poli della borghesia. In parole povere, si tratta di un ulteriore stanziamento di guerra di 488 milioni di euro e dell'invio in Afghanistan di nuovi mezzi aerei e terrestri da combattimento e di altre tre compagnie della brigata Sassari, per far fronte all'impiego più diretto delle truppe italiane contro i resistenti.
I sedicenti pacifisti del governo di guerra hanno addirittura sbandierato come una vittoria l'accoglimento dei loro ordini del giorno sul monitoraggio delle missioni e la verifica dei risultati ottenuti, in vista di una fantomatica Conferenza di pace. Per il senatore "ribelle" Turigliatto, che pure ha votato contro il singolo provvedimento, nemmeno questa ennesima prova della reale natura del governo Prodi è stata sufficiente a far venir meno la sua "fiducia critica". Poco dopo il voto è stato convocato il Consiglio supremo della difesa presieduto dal capo dello Stato Napolitano, per discutere "le modalità di attuazione dell'impegno assunto in parlamento".

 

La resistenza afgana e l'offensiva di primavera

 

L'aumento dello sforzo bellico è reso necessario dal rafforzamento della resistenza afgana, che controlla di fatto intere province, come Helmand, Paktia, Khost e Zabul.
Il fronte della resistenza è composito e non è più limitato ai soli talebani: da tempo è operativo un consiglio di guerra, esteso a diversi "signori della guerra", che all'inizio dell'invasione appoggiavano le truppe coloniali e venivano più elegantemente chiamati "mujaheddin". Tra i diversi gruppi troviamo il movimento di Gulbuddin Hekmatyar (vecchio amico di Washington ed ex ministro afgano), che gode di grande prestigio tra la popolazione. Anche alcune tribù pakistane, storicamente in lotta tra loro, come Wazirs e Dawar, si sono unite alla lotta di liberazione.
Questa ampia rete di alleanze ha permesso ai talebani di costituire il cosiddetto "stato islamico di Waziristan", in territorio pakistano, dotato di una propria amministrazione, un proprio sistema giudiziario (la Sharia), poliziesco e fiscale. E' proprio questa nuova resistenza ad aver lanciato sotto un unico comando l'offensiva di primavera.
La crescente forza degli insorti è ben misurabile dal cambio di strategia: se prima gli attacchi partivano dalle basi in Pakistan, adesso l'obiettivo è quello di consolidare delle basi in territorio afgano, forti dell'appoggio popolare. Per arginare il dilagare della resistenza, anche la Nato ha lanciato la propria offensiva di primavera; ufficializzata il 5 aprile dal capo degli stati maggiori del Pentagono, Peter Pace, ma di fatto iniziata alcune settimane prima, con l'avvio dell'operazione Achille (che impiega oltre cinque mila uomini) ai primi di marzo.
La popolazione locale ha manifestato in diverse occasioni contro la brutalità delle operazioni Nato, su cui spicca la strage compiuta il 5 marzo lungo l'autostrada che collega Tokhar con Jalalabad, quando i soldati Usa uccisero almeno sedici civili. Il loro convoglio, dicono, era stato attaccato da un attentatore suicida, ma tutte le testimonianze parlano di pura e semplice rappresaglia contro malcapitati civili e di corse sull'autostrada sparando a qualsiasi cosa si muovesse. Purtroppo non esistono prove visive dell'accaduto, poichè le truppe occupanti hanno distrutto il materiale che i reporter di Associated Press avevano girato.

 

Rompere col governo di guerra!

 

I lavoratori non hanno nulla da guadagnare in una guerra contro altri lavoratori e contro popoli oppressi. Al di là delle parole e degli auspici, la guerra imperialista potrà essere fermata solamente dalla sconfitta militare ad opera della resitenza e dalla sconfitta politica dei governi di guerra nei Paesi imperialisti. Questo non significa in alcun modo sostenere la politica reazionaria dei Talebani: ogni ricatto morale in questo senso è frutto o della malafede o della ignoranza dell'elementare concetto marxista che ogni sconfitta dell'imperialismo è una vittoria per il proletariato.
Il primo dovere di un rivoluzionario di fronte alla guerra imperialista è lottare contro il proprio governo di guerra. Nessun sostegno al governo Prodi, seppur "critico", è ammissibile.

 

Un cantiere contro gli operai

Il nuovo progetto bertinottiano, in nome della governabilità borghese

 

 

Francesco Ricci

 

In gennaio, dopo il varo di una finanziaria pesantissima, Franco Giordano avvistava dal vertice dell'Unione a Caserta una "nuova fase". Grazie alla persuasione esercitata da Rifondazione sulle forze dell'Unione anche Fassino si era convinto "a far coincidere riforme ed equità", rimettendo il governo "in sintonia con il nostro popolo." (1)
E' con queste rassicurazioni "al nostro popolo", riportate con una punta di divertimento dalla stampa, tra un'intervista a Bersani sulle privatizzazioni e un articolo di Padoa Schioppa sulle magnifiche virtù del rigore (per i lavoratori), che Rifondazione ha dimostrato alla borghesia di aver fatto un buon investimento quando - in larga maggioranza - ha puntato sulla presenza del Prc al governo.
La borghesia sa che solo grazie al sostegno delle burocrazie sindacali e del Prc è possibile sferrare un attacco contro la classe operaia che non ha eguali nella storia repubblicana, riuscendo al contempo ad ottenere un crollo delle ore di sciopero: dimezzate nel primo anno del governo di centrosinistra in raffronto con l'ultimo anno del governo di centrodestra.
I "comunisti" al governo non hanno spaventato per un solo minuto la borghesia proprio perché era chiaro che, come è sempre successo quando i partiti operai sono stati ammessi nelle stanze (o meglio nell'anticamera) del potere all'interno del sistema capitalistico, il loro ruolo sarebbe stato quello di frenare le lotte. Sul come farlo, su quali paradisi prospettare dopo questa valle di lacrime, è lasciata libertà all'immaginifica dialettica dei Russo Spena ("votiamo i dodici punti di Prodi perché non ci accontentiamo e vogliamo la luna"), delle Gagliardi, dei Migliore. Tutta gente che ha affinato il mestiere e sa vendere bottiglie di Lambrusco annacquato magnificandolo come Barolo d'annata.
La guerra sociale contro i lavoratori si combina con una guerra militare all'estero, in un rilancio in patria e al fronte degli interessi del capitalismo italiano. Nessun governo prima si è spinto tanto in là: pensioni, Tfr, aumento delle spese militari, incremento di truppe e armamenti in Afghanistan.
Lo stesso Giordano (rivolgendosi in questo caso ai padroni per far timidamente presente che devono evitare l'indigestione) si permette di ricordare che "la Confindustria con l'ultima finanziaria ha avuto tanto quanto mai era accaduto nella storia delle finanziarie." E non era che l'antipasto a cui seguiranno ben più sostanziose portate elencate nel menù in "dodici punti" con cui il governo è uscito dalla crisi parlamentare.
Ma gli argomenti che il gruppo dirigente di Rifondazione usa per convincere i militanti e la sua area politica appaiono sempre meno persuasivi per chiunque sia dotato di ragionamento. Non è credibile continuare a promettere un imminente "tempo del risarcimento", quando il governo annuncia un nuovo "tempo dei sacrifici". Non è credibile nemmeno più lo spauracchio del "ritorna Berlusconi": quando proprio grazie alle politiche dell'Unione il centrodestra si sta rafforzando sia a livello sociale sia (come certifica ogni sondaggio) a livello elettorale.
Per questo cresce il disorientamento e l'insoddisfazione si traduce nelle contestazioni alle burocrazie sindacali e a Bertinotti (definito "traditore") da parte degli operai di Mirafiori prima e dagli studenti dell'Università di Roma poi. Per questo anche la situazione interna di Rifondazione è in evidente e rapido degrado. Nonostante il rafforzamento della maggioranza bertinottiana, ora allargata all'area di Claudio Grassi e di Essere Comunisti (che alla Conferenza di Organizzazione di Carrara ha votato la mozione di Giordano, rimuovendo la battaglia "antimperialista" e "partitista" tra abbracci e commozione generale) i circoli vanno scomparendo. Il Prc è masticato e sputato dal governo, come un tempo si faceva con i pezzi di tabacco. E gli attivisti sono sempre più sostituiti da arrivisti. E' quanto ha dichiarato lo stesso Giordano a Carrara, invocando la necessità di "nuove regole" interne per contrastare fenomeni di malcostume: che in realtà sono figli della collocazione governista del partito che lo allontana dalle lotte e demolendo le ambizioni collettive di cambiamento alimenta le ambizioni personali di carriera.
Per legittimarsi come forza di governo agli occhi della borghesia, i dirigenti di Rifondazione sono costretti a ingoiare spazzatura elogiando anche lo chef: ma più vengono riconosciuti come "affidabili" dalla borghesia (la stampa elogia ogni giorno il garbo dell'azzimato presidente della Camera), più si allontanano dai lavoratori; e meno saranno in grado di controllare i lavoratori e i movimenti, meno il loro ruolo risulterà di una qualche utilità alla borghesia (che evidentemente non sa cosa farsene degli sproloqui di Bertinotti sulla "città degli uomini" o su Kant, se non servono a garantire la "pace sociale"). Questa è la contraddizione di Rifondazione e, più in generale, la maledizione di ogni forza socialdemocratica in una epoca segnata dal fallimento storico della socialdemocrazia.
Per uscire da questo vicolo cieco, Bertinotti spera nel rilancio di un nuovo e più grande partito socialdemocratico: è il "cantiere" a cui sta lavorando insieme alla sinistra Ds di Mussi e Salvi che dovrebbe uscire dai ranghi all'indomani della costituzione del Partito Democratico di D'Alema e Rutelli. Il nuovo partito dovrebbe poter contare su un numero di iscritti doppio di quelli attuali di Rifondazione (Mussi ha preso il 15% al congresso dei Ds, pari a circa 38 mila voti e a quasi 80 mila iscritti) ma con un insediamento sindacale nettamente superiore. Il "cantiere" dovrebbe quindi erigere un partito socialdemocratico più forte che serva da gamba sinistra di un governo liberale la cui gamba destra (nonché corpo e cervello) sarebbe il Partito Democratico. Probabilmente gli stessi residui riferimenti (peraltro solo simbolici) al "comunismo" sparirebbero o verrebbero progressivamente ridotti (come fu per il simbolo del Pci in quello del Pds). Il nuovo partito avrebbe il compito di garantire l'asservimento politico e sindacale del movimento operaio al governo dei padroni.
A questo "cantiere" anti-operaio non serve certo contrapporre altri "cantieri" un po' più a sinistra, magari in nome di un ritorno a un presunto bertinottismo delle origini, come propone Turigliatto con Sinistra Critica e il suo progetto "incompatibile con la guerra". Non serve certo un "sostegno critico" o "esterno" al governo della borghesia ma la crescita di una opposizione di classe, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e anche nelle istituzioni borghesi. Non un partito che occupi lo spazio liberato da Rifondazione con una socialdemocrazia più movimentista". Piuttosto un nuovo partito comunista, di militanti, basato sul programma del marxismo, in grado di costruire da subito le lotte necessarie a fermare l'attacco borghese e a rilanciare un progetto di reale alternativa di classe sul piano nazionale e internazionale, come parte di un costituendo partito mondiale. E' appunto il "cantiere" in cui lavora, con le sue modeste forze ma con grande tenacia, il PdAC, sezione italiana della Lega Internazionale dei Lavoratori. E' quanto stanno già facendo ogni giorno, in tante città d'Italia, centinaia di lavoratori e giovani. E' quanto proponiamo a tutti i militanti incompatibili col capitalismo e con i suoi governi e quindi incompatibili con ogni variante di socialdemocrazia.

 

(1) Dichiarazioni pubblicate in una intervista in prima pagina su Liberazione del 13/01/07 col titolo: "Giordano: 'cos'è stata Caserta? La rivincita del sociale'. "

(2) v. Liberazione del 31/03/07

 

Sinistra Critica: l'imbarazzo della scelta

Quali prospettive per Turigliatto & co.?

 

di Leonardo Spinedi

 

Il "non aderire, non sabotare" sembra essere diventata la parola d'ordine centrale di tutto un settore politico collocato a sinistra del Prc (principalmente composto da "Sinistra Critica", l'area di Turigliatto, e da alcuni settori sindacali e di movimento), non perché la troviamo scritta sui loro volantini o sulla loro stampa, ovviamente, ma bensì perché la loro politica va chiaramente in quella direzione. Ci interessa polemizzare con le posizioni di questi settori per una ragione molto seria: perché crediamo fortemente nella necessità di costruire un fronte unico di lotta contro questo governo che sia il più ampio possibile, e dunque siamo convinti che solo una discussione seria su basi politiche possa in futuro dare a questa prospettiva uno sbocco concreto altrettanto serio.
Del resto, il nocciolo della questione è tutto lì, nella domanda che rivolgiamo ogni giorno a tanti onesti militanti di questi settori: vogliamo costruire l'opposizione sociale e politica a questo governo, sì o no? - precisando subito dopo che la risposta non può essere un "nì", poiché è provato e riprovato che chi sceglie di non sabotare finisce di fatto, piaccia o no, per aderire.
Ed è esattamente ciò che accade con i dirigenti di Sinistra Critica; ma partiamo dai fatti.

 

Appoggio esterno al governo dei padroni?

 

Turigliatto non ha votato a favore della guerra in Afghanistan. Ne prendiamo positivamente atto. Ma il problema sta nel fatto che oggi, mentre denuncia nelle assemblee in giro per il paese le malefatte di Prodi, non solo non si colloca all'opposizione di un governo che lui stesso definisce "di guerra" - concedendogli, per usare le sue parole, l'appoggio esterno - ma vota in parlamento a favore delle liberalizzazioni!
E ancora: i dirigenti di Sinistra Critica all'indomani dell'espulsione di Turigliatto hanno proclamato la necessità di costruire dei "forum dell'opposizione sociale". Benissimo, rispondiamo noi; ma come si può pensare di costruire nelle piazze un'opposizione seria ad un governo che si sostiene (sia pur criticamente) in parlamento? Che razza di programma può avere un'opposizione sociale ma non politica (perché di questo si tratta)? E soprattutto, che conquiste potrà mai strappare un'opposizione sociale che oltre alle grandi difficoltà politiche oggettive abbia anche le mani legate già in partenza?
A tutte queste domande non ci aspettiamo una risposta da Turigliatto e Cannavò, ma da tanti onesti militanti di quest'area (alle cui pressioni, peraltro, si deve il voto contrario di Turigliatto sull'Afghanistan).

 

La non-violenza contestata

 

Ci sono episodi che pur avendo un'incidenza assolutamente relativa sulla lotta di classe, sono caricati dalla realtà di significato politico, e per questo rappresentano una buona cartina di tornasole della realtà politica stessa. La contestazione a Bertinotti avvenuta all'Università "la Sapienza" di Roma è un esempio in questo senso: ancora una volta, parlano i fatti.
Alla contestazione hanno partecipato, oltre ad alcuni militanti del nostro Partito, tanti giovani dei collettivi studenteschi, alcuni dei quali vicini all'area di Sinistra Critica. Quella contestazione aveva come bersaglio non tanto la "persona fisica" di Fausto Bertinotti (che certamente è sgradita in ogni ambiente di lotta), quanto quello che Bertinotti ha rappresentato e rappresenta: il tradimento più bieco della sinistra riformista, il "vendersi per una poltrona", l'ipocrisia della non-violenza, l'appoggio alle guerre. Tutto questo contestavano quegli studenti.
Le reazioni dei dirigenti a sinistra del Prc è stata a dir poco imbarazzata: dal goffo silenzio di Cremaschi, alla timida dissociazione di Turigliatto ("Fausto sbaglia ma non è un guerrafondaio") fino all'aperta ostilità di un noto intellettuale vicino a Sinistra Critica, Marco Revelli, che ha additato i contestatori come "pacifisti non disarmati"- abituato com'è all'idea che la non-violenza sia l'unico modo di opporsi alla guerra, anche se poi chi l'ha predicata per anni oggi la guerra la fa.
In definitiva, come si vede, le posizioni di questi dirigenti sono tutt'altro che limpide. Dal canto nostro, continueremo a lavorare per costruire l'opposizione di sinistra a Prodi e Confindustria, anche insieme ad altri compagni con cui abbiamo tante divergenze, senza steccati settari, ma nella chiarezza programmatica e politica più assoluta, convinti che o si sta da una parte della barricata o dall'altra; e non ci stancheremo di ripetere a chi si accontenta di non aderire: sabotare, sabotare, sabotare!

 

 

 

 

 

La vicenda Telecom

A proposito del mito capitalista della "cultura di impresa"

 

Alberto Madoglio

 

In queste settimane le cronache politico finanziarie si stanno nuovamente interessando della sorte del più grande gruppo di telecomunicazioni nazionale, Telecom Italia (Ti). Ciò che sta accadendo a questa azienda si inserisce in un quadro più ampio di feroce competizione a livello mondiale nel quale anche le maggiori imprese italiane sono impegnate per accaparrarsi nuovi spazi di mercato e profitti sempre maggiori.

 

Concorrenza e attacco ai lavoratori

 

Nello specifico, il settore delle telecomunicazioni è uno di quelli in cui la concorrenza internazionale è più spietata, soprattutto dopo l'esplosione della bolla speculativa legata allo sviluppo di internet e delle nuove tecnologie, avvenuta nel 2000. Molte delle imprese nate nella fase iniziale dello sviluppo della "new economy" sono sparite, altre si sono fortemente ridimensionate, e anche quelle che sembravano più solide (France Telecom, Deutche Telekom, la spagnola Telefonica), si trovano in una situazione di difficoltà, oberate da un enorme indebitamento che ne limita fortemente lo sviluppo. Il caso di Ti non è quindi isolato e le sue particolarità sono dovute al fatto che la borghesia imperialista italiana è più debole rispetto a quella di altri paesi, ma non per questo meno rapace.
La privatizzazione di Ti fatta dal primo governo Prodi, col sostegno determinante di Rifondazione, ha permesso, insieme a quella dell'Eni, dell'Enel e di molte banche all'epoca di proprietà statale, di creare la base materiale per permettere al capitalismo italiano di affrontare la nuova situazione economica delineatasi dopo il crollo del Muro di Berlino e la nascita dell'euro. Dalla Fiat a Colaninno, fino ad arrivare alla Pirelli di Tronchetti Provera, i vari azionisti che nel tempo hanno avuto il controllo di Ti hanno applicato una ricetta fatta di tagli al personale, precarizzazione del lavoro, aumento esponenziale dei debiti nello stesso momento in cui aumentavano i profitti. Ora questo gioco sembra essere arrivato al capolinea, anche grazie al fatto che il valore delle azioni di Ti si è dimezzato rispetto ai massimi di qualche anno fa.

 

La farsa dell'"italianità imprenditoriale"

 

L'annuncio fatto da Tronchetti Provera, di essere pronto a vendere la sua quota in Ti a una cordata composta dalla statunitense AT&T e alla messicana America Movil, ha fatto cadere nel panico i politici italiani di entrambi gli schieramenti. Appelli a difesa dell' "italianità" di Ti insieme ad analisi bizzarre sulla mancanza della "cultura di impresa" da parte del capitalismo nostrano, hanno monopolizzato il dibattito sui mezzi di telecomunicazione.
Quando politici, analisti economici e giornalisti parlano di interesse nazionale, in realtà parlano dell'interesse di poche famiglie capitalistiche a veder tutelati i loro profitti. Si dimenticano infatti di ricordare che per loro l'interesse nazionale prevede la distruzione del welfare state (pensioni, sanità, scuola ecc.), la perdita del potere d'acquisto dei salari dei lavoratori e un generale impoverimento per milioni di persone.
Non sappiamo ancora con certezza quale sarà l'epilogo della vicenda. E' possibile che la chiamata alle armi fatta dal governo dia qualche risultato. Che le maggiori banche italiane si accollino l'onere di "salvare" Ti, da sole o insieme ai potenziali acquirenti d'oltreoceano. Forse si chiederà l'intervento delle aziende di Berlusconi. E' anche possibile che la competizione fra gli stessi alleati di governo porti ad un risultato che nessuno dei tre maggiori azionisti dell'esecutivo (Prodi, Margherita e Ds) auspica, anche se in queste ultime ore il ruolo da protagonista assunto da Intesa San Paolo (banca i cui dirigenti sono di stretta osservanza prodiana), ci può far dire che sarà il Primo Ministro ad avere l'ultima parola.

 

 

 

 

Ex libris

a cura di Fabiana Stefanoni

 

 

L'ultimo libro di Bertinotti

Il mestiere del parolaio

 

Nell'immondezzaio dell'editoria italiana, ci sono libri che non dicono nulla, libri scritti per compiacersi, libri scritti per compiacere altri, libri scritti per far soldi. L'ultimo libro di Bertinotti, La città degli uomini (Mondadori, 2007) - che raccoglie le interviste rilasciate dall'attuale Presidente della Camera a Radio3 Rai dal 2002 al 2006 - è tutte e quattro le cose insieme.

 

Non dice nulla. I titoli dei cinque capitoli sono tanto altisonanti ("la globalizzazione", "la guerra", "etica e mediazione della politica" ecc) quanto privi di sostanza. Nella prima parte, Bertinotti snocciola in maniera sommaria le già mille volte sentite banalità sul presunto "profondo mutamento" introdotto da globalizzazione e pensiero unico. Il Novecento è finito, insieme a tutte le sue utopie e le sue contraddizioni. Basta lotta di classe, basta prese del palazzo d'Inverno! Signori, è arrivato il tempo di occuparsi in modo nuovo del problema dei problemi del nuovo millennio: l'a-democrazia (scopriremo alla fine del libro che l'unica via d'uscita è il "compromesso programmatico e politico fra opzioni diverse", cioè il governo Prodi). Non vale nemmeno la pena di citare quei paragrafi scandalosi nei quali il Presidente si sofferma sulle "derive" che stanno "modificando alla radice" l'Europa, cioè "la bassissima natalità e un'immigrazione di massa" che comportano, tra l'altro, "alcuni problemi di tenuta dei sistemi assistenziali" (p. 19). Non vale la pena di restare disgustati leggendo che per contrastare la "colonizzazione" statunitense "bisogna riscoprire le radici dell'Europa", il cui libro, la Bibbia, è "il libro dell'apertura", come ricorda anche il cardinal Martini... (pp. 23 e 24). Tutto lo scritto non è altro che un modo di giustificare il fatto che, nonostante tutti i cataclismi dell'epoca contemporanea, globalizzata e postmoderna, esattamente come un secolo fa va sempre a finire che gli zelanti socialdemocratici, solo a parole difensori degli sfruttati, finiscono seduti vicino agli sfruttatori. Chi più in alto, chi un po' più in basso, chi con la campanella (che fa pendant con la erre moscia) per richiamare all'ordine i deputati e chi con qualche ministero di secondaria importanza.

 

È scritto per compiacersi. È quasi imbarazzante vedere come, dal primo al secondo capitolo, si passi con leggerezza dalla storia del mondo e dell'umanità alla... storia di Bertinotti. Similmente agli individui cosmicostorici di Hegel, Bertinotti presenta se stesso come uno dei grandi personaggi della storia il cui percorso individuale anticipa e rappresenta le svolte epocali. E ce lo immaginiamo facilmente mentre, tronfio, parla di se stesso come simbolo di una generazione, la generazione degli anni Sessanta, "delle magliette a strisce"; mentre spiega al povero intervistatore della radio che in lui, come per lo Spirito del mondo, ci fu un periodo di "accumulazione dispersiva" che ad un certo punto diventò passaggio "da potenza ad atto" per intervento di una "precipitazione politica" (sic). Ossequi, Bertinotti.

 

È scritto per compiacere altri. Nel selezionare i brani dell'intervista, Bertinotti avrà pensato a Prodi. Si sarà figurato la gioia del Presidente del Consiglio nello scoprire che, nelle 25 pagine del capitolo titolato "La guerra, il problema centrale", Bertinotti riesce a parlare di questa "tragedia della storia umana" senza far nessun riferimento al ritiro delle truppe. Il più citato, in questo capitolo, è, ovviamente, Giovanni Paolo II, un "grande pontefice". Sarà stato contento Prodi di leggere la bertinottiana teoria sull'origine della guerra: "Sono convinto che la guerra abbia luogo quando una potenza pensa che la storia debba andare da una parte mentre invece sta andando da un'altra" (p. 74). Americani birbaccioni! Ma, soprattutto, Prodi avrà gradito quello che Bertinotti scrive della Democrazia Cristiana: "in Italia la tanto giustamente criticata Democrazia Cristiana ha espresso comunque un'idea e una pratica ispirata al compromesso sociale, certo per l'eredità della dottrina sociale cattolica ma, secondo me, soprattutto per la dialettica col movimento operaio, col partito socialista, col partito comunista, con i grandi sindacati, con i movimenti di massa" (p. 84). Finalmente! avrà pensato Prodi sfogliando il quarto capitolo del libro. Sicuramente, pensiamo noi, la gravità dell'attacco alle masse popolari portata avanti dal governo Prodi non ha nulla da invidiare a quarant'anni di politiche democristiane, anzi. Ma chissà dov'era Bertinotti mentre i governi della Dc mandavano in piazza i blindati per reprimere le proteste studentesche; chissà se ha mai sentito parlare di stragi di Stato, di leggi speciali, di lotte operaie e studentesche stroncate nel sangue. Del resto, se si riesce a parlare di pace e votare la guerra, si può anche parlare della Dc come di un partito attento alle esigenze delle masse popolari.

 

È un libro scritto per far soldi (ma non solo). Anche se Bertinotti non ne ha bisogno, sicuramente arrotonderà il suo stipendio con la vendita di questo libro vuoto e inutile. Allo stesso tempo, le cinque riflessioni in un mondo che cambia, come recita il sottotitolo, sono utili a giustificare più che altro il cambiamento che è in corso in Rifondazione comunista. Con la prospettiva di entrare a far parte di un nuovo partito socialdemocratico (che nascerà, probabilmente, dalla scissione dei Ds), è utile cominciare a preparare il terreno per abbandonare, magari anche nel nome, qualsiasi riferimento al comunismo. Meglio parlare di Giovanni Paolo II e preparare l'elettorato ad una svolta necessaria in un'epoca che ha tolto di mezzo il problema del superamento del sistema capitalistico e altri vezzi di gioventù: la definitiva dissoluzione di Rifondazione comunista.

Il nuovo familismo di Prodi e di Bindi

 

Pia Gigli

 

Il disegno di legge sui diritti di convivenza (Dico), approvato in consiglio dei ministri e ora in discussione in parlamento, sta producendo un notevole attivismo tra i partiti del centrodestra e del centrosinistra impegnati, in concorrenza tra di loro, a garantirsi le migliori "credenziali" presso le gerarchie vaticane, al fine di conquistare il cosiddetto "elettorato cattolico". A maggio si terranno le elezioni amministrative ed è in pieno svolgimento il processo di scomposizione dei due poli borghesi i cui esiti sembrano essere la costruzione del Partito Democratico e la ricomposizione di un "centro" su impulso di Casini e dell'Udc.

 

Tutti "hanno a cuore" la famiglia

 

La legge sui Dico ha fatto insorgere le gerarchie cattoliche e i settori politici cattolici più reazionari. Tutti si sono schierati a difesa della famiglia. La famiglia che loro chiamano "naturale", certo moderna, ma pur sempre "consacrata" e composta da un uomo, una donna e "naturalmente"da figli. Di fronte a questo cliché inamovibile è inconcepibile qualsiasi tipo di legame che se ne discosti, a partire dalle unioni tra gay e lesbiche ("unioni sterili"). La ministra Bindi si è affrettata a spiegare che i Dico non hanno nulla a che fare con il matrimonio in quanto non riconoscono l'unione di coppia, ma semplicemente diritti individuali delle persone. Ha cercato così di valorizzare il compromesso raggiunto nel governo e di tranquillizzare, contemporaneamente, le gerarchie vaticane che comunque non le hanno creduto. La prolusione del Presidente del Consiglio Permanente della Cei del 26 - 29 marzo è chiara: "Sappiamo tuttavia che il matrimonio sacramentale si iscrive nel disegno primigenio del Creatore: ‘maschio e femmina li creò' (Gn. 1,27)", e ancora, citando il Papa: "nessuna legge fatta dagli uomini può sovvertire la norma scritta dal Creatore senza che la società venga drammaticamente ferita in ciò che costituisce il suo stesso fondamento basilare". E infine sui Dico: "riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo".

A questo punto entrano in scena le associazioni e i movimenti del laicato cattolico che per il 12 maggio stanno organizzando il Family Day. Si tratta di Comunione e Liberazione, i Focolarini, le Acli, il Movimento per la vita, l'Agesci che scenderanno in piazza contro i Dico per porre un argine alla dissoluzione della famiglia. In piazza saranno con loro anche Mastella e Fioroni. Bindi, da parte sua, riconosce che "le istanze portate avanti con il Family Day meritano "attenzione ed ascolto" da parte del Governo in quanto si tratterà di "una manifestazione di una componente rilevante della vita del nostro paese che si riconosce nell'associazionismo cattolico e in una serie di valori riconducibili all'aspirazione cristiana, in nome dei diritti della famiglia". Di fronte a tali esternazioni reazionarie, flebili e rassegnate si alzano le voci della sinistra, anche quella "radicale". Grillini: "andrà in scena quel "familismo amorale" che da sempre rappresenta la palla al piede per quei processi di modernizzazione e sviluppo del sistema Italia"; Giordano: "crociata preoccupante".

 

L'ipocrisia delle politiche familiste del governo.

 

Ma dietro questa imposizione - che sembrerebbe solo "ideologica" e "dottrinaria"- dell'idea di famiglia, c'è la realtà vera degli interessi materiali in gioco. Il governo Prodi ha messo la famiglia al centro del suo programma tanto da dedicarle un apposito ministero. E la ministra Bindi ha rivendicato le misure della finanziaria a favore della famiglia, come gli assegni familiari (vantaggi peraltro riassorbiti dai vari aumenti di imposte e tasse) e gli asili nido. Non solo, sta preparando una Conferenza nazionale sulla famiglia a maggio con "un ampio coinvolgimento delle diverse realtà istituzionali, sociali e del volontariato".

Gli elementi qualificanti dell'impegno del suo ministero a favore della famiglia che saranno discussi in quella sede, saranno: facilitazioni per gli affitti alle coppie giovani, riduzione dell'Ici, aumento degli assegni familiari e detrazioni fiscali, aumento sensibile degli asili nido, fondo per la non autosufficienza, potenziamento dei consultori.

Questa impostazione prevede il decisivo coinvolgimento di quel "Terzo Settore" rappresentato, anche e soprattutto, dall' associazionismo cattolico (ma anche laico) che si sta preparando a "difendere la famiglia" in piazza, che già gestisce parte del welfare, che abbiamo visto in azione nel boicottaggio del referendum sulla legge 40 e che è pronto ad un potente attacco ideologico a conquiste come il divorzio e l'aborto.

Una riforma del welfare, quella del governo, che dietro il paravento della solidarietà, del "dialogo" e dell'"ascolto", vuole rafforzare l'istituzione della famiglia nucleare, tipica della nostra società capitalistica, profondamente in crisi: bassa natalità, aumento di divorzi, isolamento, diminuzione di matrimoni, aumento di convivenze ecc. Nonostante si tenti di negarlo, questa riforma è centrata sull'assistenza, mantiene la donna in ambito familiare in un ruolo subordinato, ristabilisce i "giusti" ruoli sessuali e riassegna alla donna, anche se "aiutata", il tradizionale lavoro di cura.

 

Ma di quale famiglia si parla?

 

Il soggetto "famiglia", investito di un'aura sacrale, messo al centro delle politiche sociali, è il tentativo di ammortizzare le vulnerabilità sociali prodotte dal sistema, ma è un pannicello caldo di fronte agli attacchi che il capitalismo infligge alla classe lavoratrice e alle masse popolari. La famiglia deve rimanere del tutto funzionale al sistema capitalistico, dal punto di vista della trasmissione della proprietà, dal punto di vista della riproduzione e come cellula di consumo, fondamentale per il mercato. Deve rimanere il luogo della divisione sessuale del lavoro e della riproduzione di ruoli sociali e sessuali conformi alle regole imposte dalla società. È sempre più necessario agire per la distruzione di questo modello di relazioni tra le persone, a cominciare da una battaglia, nell'immediato, contro ogni tentativo reazionario di imposizione di modelli precostituiti, magari con la benedizione di vescovi e Papi. Impostando anche una battaglia - dal versante di classe contro ogni risorgente "familismo"- per il diritto al lavoro, al salario, contro la precarietà, per servizi controllati e gestiti dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Ancora sui fondi pensioni: verità e retroscena

La burocrazia sindacale complice del furto del Tfr

 

Enrico Pellegrini*

 

Dal nostro punto di vista, in ambito prettamente sindacale, c'è da rimanere alquanto sconcertati se si raffronta l'operato delle varie sigle ultraconcertative (Cgil,Cisl e Uil) con il semplice asserto di base che guida tutta la nostra lotta di Partito: l'interesse di classe.
Le diverse burocrazie sindacali svolgono un ruolo assai utile e delicato nell'attuazione della cosiddetta riforma del Tfr: da una parte lavorano ai fianchi i lavoratori denunciando l'inevitabilità della perdita del diritto ad una pensione garantita e minimamente dignitosa, dall'altra si propongono come gli "onesti" cogestori di un patrimonio(il Tfr) che, come una serie di indovinati investimenti, risulterebbe essere l'alternativa valida e sicura su cui poter contare domani in una futura vita da pensionati. Nulla di più sbagliato!
La stessa Cgil nel 1969 era in prima fila nel rivendicare la riforma dell'intero sistema pensionistico a ripartizione; con un metodo, quindi, che svolgesse un giusto ed equilibrato ruolo di tenuta del potere d'acquisto di chi stava per lasciare il ciclo produttivo senza grossi contraccolpi economici legati a perdite o compressioni rispetto al salario precedente. Fatte le dovute trasposizioni temporali (di fase storica, politica ed economica) viene da dire: che bel salto di qualità! Che inversione di tendenza! Che interesse... di parte!

 

Un po' di storia recente

 

Negli anni novanta abbiamo assistito a diverse riforme del sistema pensionistico; ognuna di queste riassumeva l'assoluta necessità da parte del capitalismo italiano di comprimere costi ritenuti troppo "onerosi" per il sistema imprenditoriale di casa nostra, e presentava, sempre con la scusa di tutelare le nuove generazioni, come assolutamente necessario il taglio di rendimenti e prebende a chi ne usufruiva "abusivamente" ed "egoisticamente".
Singolare che gli stessi artefici di queste riforme (Cgil Cisl e Uil in primis) dopo aver appoggiato il massacro effettuato con la riforma Dini verso i futuri giovani pensionati nel 1995, ora si presentino come coloro ai quali affidare (attraverso la gestione dei cosiddetti fondi "chiusi") un immenso patrimonio finanziario su cui - vogliamo ricordarlo - non vige nessuna garanzia di restituzione e rendimento. Sono soldi che a lungo andare contribuiranno a sopperire altre forme di finanziamento (iscrizioni, quote associative ecc...) e che indicano giocoforza un cambiamento di indirizzo, di "corpo" e di prospettiva dell' intero panorama sindacale italiano, in parte già avvenuto. Sintomatico di questo cosiddetto "nuovo corso" è lo scellerato meccanismo del silenzio-assenso su cui nessuna parola di critica nè tantomeno di condanna è stata spesa; d'altra parte, con una buona dose di retorica democratica, e' lo stesso strumento con cui si fanno accettare i più recenti disastrosi rinnovi contrattuali.

 

Che fare?

 

Di fronte ad un governo portavoce di interessi bancari, industriali e confindustriali si uniscono, dunque, un'insieme di forze sociali che abdicando il loro ruolo primario di difesa del mondo del lavoro e si offrono come la spalla sicura su cui portare avanti quel vero e proprio disegno di rapina del Tfr dalle tasche dei lavoratori, facilitando in questo modo anche l'assorbimento verso i fondi, in un secondo tempo, del Tfs (Trattamento Fine Servizio) dei lavoratori pubblici. Il tutto articolato da pratiche di vertice, da discussioni elitarie, da memorandum d'intesa firmati su tavoli convocati in gran fretta e su cui nessuna parola può esser detta da parte di coloro che sono le vere vittime di tali processi: i lavoratori.
Il "male minore" su cui auspichiamo ricada la scelta di milioni di lavoratrici e lavoratori e' senza dubbio quello di esprimere la volontà di lasciare il proprio Tfr in azienda e vederselo restituito un domani con le garanzie di restituzione e rendimento(1,50% annuo più 0,75% tasso inflazione).
A tale proposito, allo scopo di orientare al meglio tutta una serie di scelte e di indirizzi politico-sindacali ci siamo mossi nel tentare di costruire organismi autonomi ed indipendenti: i comitati per la difesa delle pensioni e del Tfr. Lavoro assai duro per una serie di motivi in cui ogni piccolo passo avanza in sintonia con l'interesse di chi, entrandovi, cerca di guadagnare spazi e ruoli ad uso e consumo di piccoli o piccolissimi gruppi di micro-potere burocratico e/o di propaganda politica. Succede così che in diverse città si siano creati dei comitati (Roma, Mantova, Bari, Cremona, Latina, Messina, ecc...) ma che gli stessi fatichino a lavorare data la loro eterogeneità d'insieme caratterizzata essenzialmente dall'assenza di una forte direzione politica.

Come Partito di Alternativa Comunista ci poniamo proprio tale obiettivo e contribuiremo nell'immediato a cercare con forza non solo di favorire la ripresa della lotta per la difesa delle pensioni pubbliche ma di rendere più coerente e consapevole il ruolo dell'intera classe lavoratrice italiana dando un seguito concreto a ciò che veniva ricordato nella fase iniziale del testo.
Alzare il livello di coscienza del movimento operaio, liberandolo dagli inganni "rifondaroli" e dalle illusioni penose della nuova compagine liberale del partito "democratico" allo scopo di renderlo partecipe, emancipato ed attivo è il nostro compito generale, fortemente legato a questa battaglia specifica.

 

*Esecutivo Regionale Veneto Rete 28 Aprile Cgil

 

 

 

Messina: costituito il comitato contro lo scippo del Tfr e contro la precarietà

 

Presso la sala della Rsu dell'Atm è stato presentato, in una conferenza stampa-assemblea pubblica, il Comitato per la difesa della pensione pubblica a retribuzione, del Tfr/Tfs e contro la precarietà di Messina. Partito di Alternativa Comunista, Cub, RdB-Cub, SdL e "Comitato la nostra città" sono i soggetti promotori, che hanno aderito all'organismo di lotta sulla base di un documento emendabile presentato dal PdAC. Il comitato, aperto alle realtà di movimento conseguenti, intende combattere la precarietà sia in entrata sul mercato del lavoro (come la vertenza dei marittimi) che in uscita, e lo smantellamento del sistema pensionistico pubblico, iniziato negli anni '90 ad opera dei governi di centrosinistra e continuato dal centrodestra. I relatori (chi scrive per il PdAC, Sutera per la Cub, Laudini per la RdB-Cub, Visicaro per il "Comitato la nostra città") hanno sottolineato che in questi anni si è verificato un innalzamento progressivo dell'età pensionabile e della modifica del sistema di calcolo del rendimento pensionistico: si è passati dal sistema retributivo (rendimento pensionistico di circa il 75% dell'ultimo salario) al sistema contributivo (rendimenti quasi dimezzati). Il governo, amico... della precarietà e degli speculatori, ha imposto la pensione integrativa (fondi pensione) con la finanziaria '07, utilizzando il Tfr, salario differito dei lavoratori: un affare di circa 19-21 miliardi di euro per il settore privato, gestito da banche, burocrazie sindacali ed aziende (il padrone può contribuire, non esiste obbligo di legge, per l´1%). Il versamento, sbandierato da Cgil, Cisl, Uil e Ugl come una grande conquista, proviene dagli importi previsti per i rinnovi contrattuali. Lo stesso meccanismo sarà applicato ai lavoratori del settore pubblico nelle prossime settimane, come ha dichiarato il ministro della funzione pubblica. Durante l'assemblea i relatori hanno ribadito che i fondi pensione non sono né redditizi né sicuri. Basti pensare che, negli anni che vanno dal 1999 al 2004, i fondi pensione hanno fruttato circa il 14,2, mentre il Tfr ha avuto una rivalutazione del 17,9 (dati Covip, commissione vigilanza sui fondi pensione). Non sono sicuri in quanto "capitale di rischio", soggetti all'andamento delle borse e degli speculatori finanziari. Ricordiamo il caso di Sicilcasse, che ha cancellato il fondo pensione di migliaia di bancari. La scelta del luogo di presentazione non è stata casuale. L'Atm è una delle realtà di lavoro più sindacalizzate e conflittuali della provincia, in cui RdB-Cub e SdL si sono battute in maniera conseguente contro la precarietà, la flessibilità selvaggia e la concertazione. Non ultimo la denuncia di una recente delibera del Cda e del suo presidente Providenti (centrosinistra), che stabilisce un avanzamento categoriale per circa 40 addetti, molti dei quali appartenenti ai "sindacati aziendali": alcuni di loro fanno il salto di 2 livelli parametrali. Con il voto favorevole del rappresentante del Prc in seno al Cda e nel più assoluti silenzio e complicità dei vertici di Rifondazione! Nel corso della riunione i lavoratori della Rdb-CUB e della SdL hanno dimostrato sensibilità sindacale e politica, dichiarandosi partecipi alla lotta dei marittimi e recependo le parole d'ordine del PdAC: sciopero generale cittadino e nazionale contro il governo dei padroni e dei collaborazionisti di classe. "Avete fatto la scissione perché il partito di Bertinotti ha tradito gli interessi dei lavoratori": così si è espresso un lavoratore della Rsu. Esemplare è anche il comportamento dei lavoratori non autisti che partecipano (con il contributo del 50% del salario equivalente alle ore di sciopero) alla costituenda cassa di resistenza, a sostegno del salario di chi, scioperando, blocca materialmente la circolazione dei mezzi. In tal modo all'ultimo sciopero hanno partecipato il 100% degli addetti al tram e l´80% dei lavoratori del gommato!

(Giacomo di Leo)

Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici

Per un contratto di lavoro dignitoso!

 

Francesco Doro

 

Il rischio di un altro accordo al ribasso

 

Nel mese di giugno 2007 scade il contratto nazionale dei metalmeccanici, le segreterie di Fiom, Fim e Uilm già da gennaio hanno aperto il confronto al loro interno per pervenire a una piattaforma, senza sentire i diretti interessati: i lavoratori.

Il contratto, che è da rinnovare sia nella parte salariale che nella parte normativa, interessa 1.600.000 meccanici del settore dell'industria privata. L'ultima tornata contrattuale si è conclusa solo un anno fa, con la firma delle tre sigle confederali il 19 febbraio 2006, accordo che è stato siglato dopo un anno di dure lotte, 60 ore di scioperi, blocchi di stazioni ferroviarie e autostrade, forme di lotta considerate dal padronato e dal governo come selvagge e inaccettabili.

Nonostante la radicalità espressa dai lavoratori meccanici, le burocrazie sindacali concludevano la partita con una firma al ribasso (si veda l'articolo su Progetto comunista del febbraio 2006): solo 100 euro al 5° livello (invece dei 130 euro richiesti dalla piattaforma votata dai lavoratori), allungamento del contratto di sei mesi, inserimento dell'orario plurisettimanale (art. 5 del Ccnl) e una normativa per l'estensione in peggio dell'apprendistato; tutto questo nonostante il mandato dei lavoratori riguardasse esclusivamente il biennio salariale e non prevedesse nessuno scambio tra salario e orario. Un accordo non a caso respinto dal 16% dei lavoratori, 78.500 voti, il doppio di quanti avevano respinto la piattaforma prima dell'inizio della trattativa.

Non c'e dubbio che l'odierno rinnovo contrattuale, alla luce della grande concertazione apertasi il 22 marzo, acquista un evidente significato politico e, non a caso, il direttore generale di Federmeccanica, Roberto Santarelli, memore della determinazione espressa dai meccanici durante l'ultima tornata contrattuale, tenta di intimidire i delegati e i lavoratori. per prevenire future mobilitazioni, costante è il richiamo alle ultime vicende giudiziarie, che hanno visto coinvolto un numero infimo di delegati ed iscritti Fiom nell'inchiesta sul terrorismo, mettendo sullo stesso piano in maniera strumentale l'avventurismo di pochi, privo di qualsiasi raziocinio, con le giuste lotte di massa. La stessa vicenda è stata peraltro utilizzata da ampia parte della stessa burocrazia sindacale della Cgil contro la Fiom, la sinistra sindacale, i delegati e i lavoratori più combattivi.

Il vice presidente di confindustria, Bombassei, rispetto all'accordo del pubblico impiego siglato il 6 aprile 2007 alla cifra di 101 euro (ancora da definire le modalità di come saranno percepiti dai lavoratori, ma si teme il peggio) su il Giornale del 7 aprile 2007 dichiarava: "è un contratto rischioso e i privati non potranno imitarlo (...) Federmeccanica è fortemente preoccupata". Questo dimostra le reali volontà del padronato nell'intenzione di colpire duramente il valore del contratto nazionale come strumento in grado di garantire un salario dignitoso!

 

Le richieste salariali

 

Le proposte fino ad oggi avanzate sul piano salariale dai tre sindacati, come indicato nell'appello sottoscritto da diversi delegati, pubblicato sul Manifesto del 27 marzo scorso, sono assolutamente insufficienti. La Uilm propone un aumento di 122 euro più 30 euro di mancato premio di risultato (cioè dato a quei lavoratori che non hanno un contratto integrativo), mentre nella Fim, che richiede soli 100 euro al 5° livello, si paventa una disponibilità da parte del segretario generale Caprioli di ribassare la richiesta addirittura a 70 euro più 30. Da parte di Fim e Uilm, già noti come sindacati moderati e filo padronali, fautori degli accordi separati del 2001 e del 2003 (che la Fiom giustamente non sottoscriveva, avviando una grande lotta per riconquistare il contratto), non c'è nulla di cui stupirsi. Ma, dall'altra parte, la richiesta di 130 euro più 20 proposti dalla Fiom, anche se più alta come richiesta, rimane sicuramente insufficiente per riconquistare il potere d'acquisto dei salari perso a causa degli accordi concertativi che si sono susseguiti negli anni e dall'abbattimento della scala mobile.

Tra l'altro, da quanto denunciato dall'Eurispes, lo stato dei salari nel comparto manifatturiero e dei servizi, l'aumento della produzione aziendale (4,6% in un anno) e la riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto (dal 2,9% al 1,3 % in un anno) dimostrano che il padronato macina profitti: in questa situazione, la stessa proposta della Fiom, da mediare con Fim e Uilm per poi andare alla trattativa con Federmeccanica, è perdente. È assolutamente necessaria una proposta più avanzata in termini di salario e più rigida in termini di condizioni di lavoro.

La parte normativa

In occasione dell'incontro del 2 aprile 2007 tra Fim Fiom e Uilm, in una dichiarazione il segretario generale della Fiom Rinaldini spiegava che sono stati fatti importanti passi in avanti nella parte normativa, mentre permangono rilevanti differenze su altre questioni, a partire da quella degli aumenti retributivi. Ad oggi tale dichiarazione non è supportata da prove concrete, a parte una vaga e inconsistente "volontà comune di rendere il contratto a tempo indeterminato, il rapporto di lavoro centrale nel settore". Su questo punto la Fiom chiede una limitazione del lavoro precario, fissando una quota massima del 15% delle maestranze in forze e una definizione dei contratti precari consentiti (a termine, di inserimento e somministrazione temporanea, di apprendistato ma senza essere preceduto da altre forme di lavoro precario), stabilendo un tempo massimo di 15 mesi, anche per sommatoria nell'arco di 24 mesi. Fim e Uilm su questo argomento glissano, come sorvolano, qui assieme alla Fiom, in tema di annualizzazione dell'orario di lavoro (Ddl 66/2003) e di applicazione dell'orario plurisettmanale. Anche in questo caso, sono da respingere ulteriori flessibilità, battendosi per l'abrogazione di tutte le norme flessibilizzanti e precarizzanti. Una battaglia in tal senso andrebbe in contrasto con quella delle burocrazie di Fim e Uilm ma anche con quella della stessa Fiom, poiché tutte, rispetto agli ultimi tre accordi, hanno appunto recepito leggi precarizzanti.

La necessità di una piattaforma unitaria ma fortemente rivendicativa

Sicuramente una piattaforma unitaria sarebbe la condizione migliore per poter affrontare l'arroganza padronale, ma per essere tale non deve essere imposta dalle segreterie sindacali con il diktat "o è così o difficilmente ci sarà il contratto nazionale". Questa modalità porterebbe soltanto un intesa al ribasso tra vertici sindacali, per poi presentarsi alla controparte con una posizione notevolmente ridimensionata e molto debole. Al contrario, soltanto con un percorso democratico che coinvolga tutti i lavoratori e i loro rappresentati è la condizione migliore per poter sviluppare una piattaforma veramente rivendicativa nei contenuti. Una piattaforma che metta in discussione le normative precarizzanti recepite dagli accordi precedenti, l'orario plurisettimanale, l'annualizzazione dell'orario di lavoro (L. 66), i riferimenti alla legge 30 e che, al contempo, rilanci quella che ora è diventata una vera emergenza: il potere di acquisto dei salari! Quindi, occorre rivendicare forti aumenti salariali uguali per tutti. Tutto questo deve essere supportato da forme di lotta adeguate, che i lavoratori metalmeccanici hanno dimostrato coscientemente di saper attuare. Queste sono le condizioni per poter intraprendere una battaglia per riconquistarsi un contratto di lavoro dignitoso!

 

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