Partito di Alternativa Comunista

Crisi dell’UE: come affrontare gli attacchi che si profilano all’orizzonte

Crisi dell’UE:

come affrontare gli attacchi

che si profilano all’orizzonte

 

 

 

Dichiarazione delle sezioni europee della Lit-Quarta Internazionale 

 

 

L’Unione Europea (UE) – lo strumento unitario del grande capitale dei Paesi europei creato in un mondo in cui la supremazia statunitense era indiscussa - è figlia di un ordine mondiale in crisi, che non esiste più così come lo conoscevamo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. In questo quadro turbolento, l’UE è entrata in una crisi che potremmo definire esistenziale, con la sua economia in declino rispetto a quella degli Stati Uniti e della Cina, sotto l’attacco della nuova politica estera di Trump, che si propone esplicitamente di smantellarla.
La parola
che meglio definisce il rapporto dell’UE con Trump è «sottomissione». Una posizione che si è manifestata nella sua acquiescenza di fronte al genocidio sionista a Gaza e in Cisgiordania, nell’accettazione dell’imposizione trumpista dei dazi e nella complicità con l’intervento statunitense in Venezuela. L’opposizione solo a parole dei principali governi europei e della stessa Commissione Europea all’aggressione imperialista degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran dipende dalle conseguenze economiche che questa guerra ha per l’Europa e dal rifiuto di massa delle politiche di Trump e del sionismo, ma nulla cambia nei rapporti strategici dell’UE con gli Stati Uniti. 

 

L’UE sta vivendo una crisi esistenziale

L’UE è nata nel 1993 in seguito alla restaurazione capitalista nell’Europa dell’Est e alla riunificazione tedesca, su iniziativa del capitalismo tedesco in alleanza con quello francese. Entrambi miravano a portare avanti l’assimilazione dei Paesi dell’Est, a compiere un balzo in avanti nell’integrazione economica del continente attorno alle proprie imprese monopolistiche e a rafforzarsi come blocco imperialista a livello internazionale, senza mettere in discussione il dominio strategico statunitense sul continente. L’UE non ha mai cercato di creare una struttura statale unificata. Al contrario, le borghesie nazionali, alleate ma in competizione tra loro, non hanno mai preso in considerazione l’idea di rinunciare al proprio Stato nazionale. Gli organismi dell’UE, del resto, facilitavano il dominio del capitalismo tedesco e francese sugli altri.
La crisi esistenziale che l’UE sta vivendo oggi è determinata dall’intreccio di due fattori principali: da un lato, il declino economico e geostrategico di Germania e Francia rispetto agli Stati Uniti e alla Cina; dall’altro, la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale (Ssn) di Trump, che prevede lo smantellamento dell’UE.
Trump vuole ridurre l’UE a una mera zona di libero scambio, in modo da poter gestire separatamente i propri rapporti con ciascun Stato europeo, senza che l’UE intesa come istituzione interferisca e possa aspirare a una certa autonomia strategica fondata sui vecchi imperialismi europei.
Trump vuole uno spazio sottomesso, che paghi dazi agli Stati Uniti, mantenga le loro basi militari e preservi il dominio senza barriere per i suoi oligopoli tecnologici, finanziari, degli armamenti ed energetici. Nel documento ufficiale della Ssn, l’amministrazione Trump sostiene esplicitamente l’estrema destra europea, i cosiddetti partiti patriottici antieuropeisti, come l’Afd tedesca o Vox in Spagna. Nella versione «non ufficiale» trapelata alla stampa statunitense si arriva addirittura a parlare di promuovere l’uscita dall’UE da parte di Ungheria, Austria, Polonia e Italia. 
Trump ha minacciato di appropriarsi della Groenlandia, la grande isola artica annessa da tre secoli alla Danimarca, membro dell’UE e della Nato. Il ritiro tattico degli Stati Uniti dai piani di annessione ha fatto in modo che le divisioni interne all’UE non venissero alla luce. Trump ha completamente emarginato l’UE dai propri negoziati con Putin per concordare la fine della guerra e spartirsi l’Ucraina. Ha inoltre lasciato intendere che potrebbe disinteressarsi del sostegno militare ai Paesi europei della Nato in caso di intervento russo, mettendo in discussione la stessa Nato.
Trump ha costretto la Nato a impegnarsi ad aumentare le spese militari fino al 5% del Pil (il 3,5% direttamente in armamenti e l’1,5% in infrastrutture correlate), il che rappresenterà un vero e proprio affare per le aziende statunitensi produttrici di armamenti e di tecnologie legate alla guerra, come Palantir.
La subordinazione dei diversi eserciti nazionali europei agli Stati Uniti attraverso la Nato e la loro dipendenza dalle grandi multinazionali statunitensi del settore degli armamenti sono (con la relativa eccezione della Francia) strutturali e colossali. Il programma del futuro aereo da combattimento europeo (Fcas) sta attraversando una profonda crisi a causa della rivalità industriale e strategica tra Francia e Germania, che preferisce dipendere militarmente dagli Stati Uniti piuttosto che piegarsi alla Francia. Gli acquisti del velivolo statunitense F-35 e di sistemi missilistici come il Patriot da parte della Germania e della grande maggioranza dei Paesi dell’UE comportano una dipendenza operativa e tecnologica dagli Stati Uniti. 

 

Quale futuro?

È bene chiarire che, nonostante le molteplici crisi che sta affrontando, sia internamente che esternamente, l’UE può invertire totalmente o parzialmente il processo attuale. L’UE non è una pietra che rotola verso l’abisso, al contrario dispone di potenti forze vive (sociali, economiche e politiche), di un mercato interno forte, di una moneta solida, di manodopera qualificata, di capitale proprio e conserva un nucleo di grandi imprese. Ha una tradizione militare che può recuperare e gli strumenti per affrontare la guerra economica proposta da Trump, anche attraverso l’imposizione di tasse alle società finanziarie e al settore tecnologico statunitensi.
È in atto un tentativo da parte delle potenze imperialiste europee di superare la dipendenza dagli Stati Uniti nella produzione bellica. Ne sono un esempio il progetto congiunto tra Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo di un caccia di sesta generazione entro il 2035 (che incontra l’opposizione della Francia, ma al quale la Germania potrebbe aderire) e quello di un carro armato che dovrebbe essere prodotto da una joint venture tra la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo, due dei maggiori produttori di armi al mondo.
Al contempo il progetto dell’UE, che ha già mostrato tutti i suoi limiti dopo la crisi del debito del 2010-2011, in un mondo di conflitti interimperialisti è un fallimento totale. La rivalità tra le tre grandi potenze imperialiste (Stati Uniti, Cina e Russia) incide sui diversi interessi dei Paesi europei, rendendo sempre più difficile trovare una linea comune e ampliando a sua volta il divario tra le potenze europee.
Non possiamo dire al momento quale sarà l’esito di questo processo. L’UE potrebbe rimanere com’è oggi, anche se diversi dei suoi Paesi continuano il loro declino come anelli della gerarchia imperialista mondiale, oppure l’UE potrebbe addirittura disgregarsi, con Paesi come la Francia e la Germania che cercheranno di riposizionarsi e frenare il proprio declino. Ciò che è certo è che l’UE, così com’è stata negli ultimi quarant’anni, non può garantire gli interessi dei Paesi imperialisti europei nel loro insieme.

 

La guerra in Ucraina e l’Unione Europea

La crisi dell’UE emerge chiaramente anche nell’invasione imperialista russa dell’Ucraina. Vale la pena ricordare che nei primi giorni dell’invasione tutti i governi europei consigliarono a Zelensky di abbandonare Kiev, il che avrebbe comportato l’annessione del Donbas alla Russia e l’instaurazione di un governo filo-Putin nel resto dell’Ucraina. L’Unione Europea era disposta a cedere agli interessi dell’imperialismo russo, facendo pagare le conseguenze alle masse ucraine. Tuttavia, il piano di Putin è stato vanificato dalla resistenza popolare in Ucraina, che lo ha costretto a combattere più di quattro anni di guerra che stanno minando le fondamenta stesse del suo regime.
I Paesi dell’Unione Europea si sono visti costretti — contro la loro volontà — a sostenere lo sforzo bellico del governo di Zelensky per impedire che la resistenza popolare ucraina sfuggisse al controllo della borghesia. Si sono limitati a inviare alcune armi obsolete per sostenere l’Ucraina, cogliendo l’occasione per giustificare aumenti della spesa militare che non avevano nulla a che vedere con il sostegno alla resistenza. L’intenzione dei Paesi imperialisti europei, dopo che Trump aveva limitato in modo significativo il già insufficiente sostegno all’Ucraina, era quella di convincere il governo ucraino ad accettare una soluzione negoziata al conflitto, cedendo di fatto il Donbas e la Crimea a Putin. Zelensky sarebbe disposto ad accettare questa soluzione, se ciò non mettesse gravemente a rischio l’ordine borghese in Ucraina a causa dell’opposizione di coloro che hanno combattuto con le armi in pugno contro gli invasori.
Le sezioni europee della Lit-Quarta Internazionale sostengono la resistenza ucraina e il diritto dell’Ucraina all’indipendenza, qualunque sia il governo al potere. Difendiamo la sconfitta - senza se e senza ma - dell’invasione imperialista russa e ci opponiamo all’aumento della spesa militare nei Paesi dell’UE. Tuttavia, diciamo con chiarezza alle masse lavoratrici e popolari ucraine che i Paesi dell’UE non sono loro alleati, poiché vogliono solo rimpiazzare Putin per imporre il proprio dominio economico (anche attraverso la futura ricostruzione). E il governo di Zelensky è disposto a consegnare l’Ucraina all’imperialismo occidentale.
Per tutto ciò, i lavoratori e la resistenza ucraina devono lottare contro l’invasione russa cercando al contempo di sviluppare le proprie organizzazioni di classe, democratiche nel loro funzionamento e indipendenti dal governo, in cui siano rappresentate tutte le forze che lottano per la vera indipendenza dell’Ucraina di fronte ai predatori imperialisti.

 

L’UE e i suoi Stati contro i lavoratori e le masse popolari

Il problema degli armamenti è un chiaro riflesso del problema di fondo che affligge le potenze europee, ovvero le rivalità nazionali tra i principali imperialismi che compongono l’UE, in particolare tra Germania e Francia. Una rivalità di interessi che impedisce l’applicazione delle misure contenute nel famoso Rapporto Draghi, volte ad arrestare e invertire il rapido declino dell’UE come potenza imperialista mondiale, inevitabile, secondo il suo autore, se l’UE non compie un salto di qualità nella sua integrazione politica, economica e finanziaria.
Questa rivalità di interessi rende molto difficile compiere passi sostanziali verso una reale unificazione, che potrebbe avvenire solo se ci fossero progressi qualitativi in una unificazione statale tra Germania e Francia che trascinasse, di conseguenza, anche il resto dei Paesi europei. Solo trasformandosi in una potenza imperialista unificata le potenze europee potrebbero davvero contare all’interno di un ordine mondiale caratterizzato dalla rivalità tra l’imperialismo statunitense e quello cinese.
Nonostante la propaganda sull’Europa democratica o i richiami al diritto internazionale, con il presidente spagnolo Pedro Sánchez in testa tra i sostenitori, l’UE è un raggruppamento di Stati capitalisti, molti dei quali imperialisti, il cui scopo è quello di ottenere le migliori condizioni per sfruttare la classe lavoratrice europea e quella del resto del mondo.
La battaglia per una vera Europa unita, di cui la classe operaia e i popoli hanno bisogno, può passare solo attraverso la lotta per la realizzazione degli Stati Uniti Socialisti d’Europa, basata sulla distruzione degli attuali Stati imperialisti e sull’instaurazione di un potere socialista internazionalista e solidale.
Nell’ambito dell’attuale UE possiamo solo aspettarci ulteriori attacchi, ai quali la risposta dei grandi oligopoli europei e dei governi al loro servizio è una combinazione di:
1. Un’offensiva strategica, con Germania e Francia in prima linea, contro le conquiste economiche e sociali della classe lavoratrice, in particolare quelle identificate con lo Stato sociale, come le pensioni pubbliche, la sanità, l’istruzione o la copertura della disoccupazione, accompagnata da un’ondata di decine di migliaia di licenziamenti.
2. Attacchi ai diritti democratici, messi recentemente in evidenza dalla repressione dei movimenti di protesta contro il genocidio israeliano a Gaza e in Cisgiordania, con gli Stati che assumono caratteristiche sempre più autoritarie.
3. Una corsa sfrenata al riarmo e alla militarizzazione dei Paesi con la guerra in Ucraina come pretesto, quando in realtà i governi europei non hanno mai sostenuto militarmente l’Ucraina in misura sufficiente tale da respingere efficacemente l’invasione. Questi piani, che includono la reintroduzione del servizio militare con Germania e Francia in prima linea, vengono elaborati in nome della sicurezza europea e della ricerca di una falsa autonomia strategica e vengono presentati, al contempo, come il grande rimedio per la modernizzazione della produzione e per far fronte alla crisi.
4. Un sostanziale inasprimento delle politiche sull’immigrazione, con l’estrema destra che trascina con sé la destra sia all’interno dello stesso Parlamento europeo che nei singoli Paesi, approvando tagli alle quote, periodi di detenzione prorogabili o centri di espulsione extracomunitari in Paesi come l’Egitto o la Tunisia.
5. Marcia indietro rispetto alle scarse e limitate restrizioni ambientali in Europa, mentre accordi come quello con il Mercosur aumentano il saccheggio e la distruzione ambientale di altri Paesi, accelerando al contempo il cambiamento climatico senza precedenti che alimenta la crisi.

 

La classe lavoratrice entra in scena

La crisi dell’UE, nel contesto della crisi dell’ordine mondiale, sta avendo un forte impatto anche sui regimi politici di ciascuno dei diversi governi europei, dove assistiamo alla difficoltà di formare governi stabili, o addirittura alla caduta di governi che apparentemente presentano tutte le condizioni per garantire la stabilità parlamentare. Questa instabilità evidenzia l’acuirsi del conflitto tra i diversi settori della borghesia, nonché un approfondimento della polarizzazione sociale e politica e della lotta di classe, a dimostrazione del fatto che la classe operaia è in grado di affrontare gli attacchi.
Nel 2025 abbiamo assistito a una rinascita della solidarietà a sostegno della Palestina e contro il genocidio sionista, che è riuscita a dare slancio a scioperi e mobilitazioni storiche in diversi Paesi, contribuendo a politicizzare un’intera generazione di giovani. L’Italia ha vissuto un’ondata di mobilitazioni senza precedenti, tra cui vanno sottolineati i tre scioperi generali del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre, nonché la manifestazione oceanica del 4 ottobre a Roma, che ha unito le rivendicazioni dei lavoratori, la lotta contro il riarmo e la solidarietà con la Palestina.
Questi scioperi, durante i quali il governo di Giorgia Meloni ha affrontato la crisi più profonda da quando è salito al potere, sono stati un punto di riferimento per la classe operaia mondiale e hanno influenzato l’esito del referendum dello scorso 22 e 23 marzo, in cui la riforma della giustizia promossa da Meloni è stata sonoramente respinta nelle urne. Questa prima sconfitta del governo Meloni sul piano elettorale è mutata in crisi interna ai partiti di governo - espressione di una frattura iniziale tra il governo e la grande borghesia - e in un indebolimento del governo nel suo complesso. Meloni può rimanere al suo posto solo perché l’opposizione borghese non sta ponendo la questione della sua caduta. La Cgil, il principale sindacato legato al Partito Democratico (e alle sue code di sinistra), non vuole nemmeno indire scioperi parziali perché sa che la situazione sociale potrebbe esplodere, come già accaduto a settembre/ottobre. La partecipazione massiccia alle manifestazioni del 25 aprile, anniversario della vittoria della Resistenza sul fascismo, testimonia questa situazione effervescente. 
In Francia, si sono verificate mobilitazioni altrettanto importanti a settembre e ottobre in risposta diretta a
Lecornu, contro i piani di austerità e i tagli di bilancio ereditati dal suo predecessore, François Bayrou. La conseguenza più diretta sono state le sue dimissioni il 6 ottobre e la sua successiva sostituzione da parte di Emmanuel Macron quattro giorni dopo, con la creazione di un governo tecnico o di transizione, la cui legittimità è stata fortemente messa in discussione dalla piazza. A seguito di queste proteste, Lecornu ha proposto di sospendere l’applicazione della riforma delle pensioni fino al 2027 per cercare di placare la tensione sociale.
Il Portogallo ha vissuto una giornata di lotta storica con scioperi e mobilitazioni contro il nuovo pacchetto di misure dell’allora primo ministro Montenegro l’11 dicembre 2025. È stata la prima mobilitazione di questo tipo in 12 anni (la precedente risaliva al giugno 2013) ed è riuscita a paralizzare gran parte del Paese. Queste mobilitazioni sono state deviate sul terreno elettorale dalla burocrazia sindacale e dalla sinistra parlamentare, ma sono state determinanti nel plasmare lo scenario delle elezioni presidenziali del 2026, caratterizzate da una polarizzazione sociale e politica in cui l’elettorato si è mobilitato attorno al candidato del Partito Socialista per impedire la vittoria dell’estrema destra di Chega, che per la prima volta è riuscita ad arrivare al ballottaggio presidenziale.
La rabbia contro le politiche del governo di Montenegro continua. Le manifestazioni del 25 aprile, in memoria della rivoluzione portoghese, hanno rispecchiato, per la loro portata e il loro contenuto, questa volontà di lottare. Ed è possibile che si arrivi a un secondo sciopero generale.
Nello Stato spagnolo dietro i dati macroeconomici positivi si nasconde il consolidamento di un nuovo modello di sfruttamento della classe lavoratrice in cui, per garantire i profitti delle imprese, si generalizza la precarietà lavorativa, i salari calano, si assiste a una perdita costante dei diritti del lavoro e i giovani si ritrovano senza futuro. Dopo anni di tagli, privatizzazioni e mancanza di finanziamenti ai servizi pubblici, i lavoratori e le lavoratrici della sanità, dell’istruzione, dell’assistenza sociale e dei servizi di pulizia hanno iniziato il 2026 indicendo scioperi e mobilitazioni in tutto lo Stato.
Anche in Belgio si sono verificate importanti mobilitazioni e diversi scioperi generali nel 2025, oltre a un nuovo sciopero promosso dai principali sindacati del Paese nel marzo di quest’anno contro le politiche di austerità e le riforme del sistema pensionistico del governo guidato da Bart De Wever.
Pertanto il quadro politico nei Paesi dell’UE è instabile a causa di questa crescente polarizzazione sociale e la borghesia sfrutta l’alternanza di governi di destra e di «sinistra» per frenare tale polarizzazione. La sconfitta elettorale di Orbán, che contava sul sostegno di Trump e Putin, dimostra che non esiste un processo definito di cambiamento autoritario in Europa, né un’«ondata di destra».
Nel contesto della crescente polarizzazione, si registra una crescita relativa dei gruppi di estrema destra. Tale crescita varia numericamente da un Paese all’altro e presenta sfumature diverse. Nel caso dell’Italia, questi gruppi sono stati utilizzati come sostegno elettorale a Meloni, senza avere alcun peso nella sua politica di governo. Il caso della Germania, con la crescita elettorale dell’Afd, deve invece essere osservato con attenzione.
Esiste un’offensiva ideologica dell’estrema destra in alcuni settori della classe lavoratrice e della gioventù, che dobbiamo contrastare. Questa realtà impone agli attivisti di organizzarsi di fronte a questo settore e di organizzare in modo unitario una risposta di massa. Una risposta che deve essere associata alla lotta per le rivendicazioni sociali e democratiche, radicata nei luoghi di studio, di lavoro e di vita e accompagnata dall’organizzazione dell’autodifesa.

 

I nostri compiti e il nostro programma

Abbiamo analizzato il declino degli imperialismi europei e l’offensiva antioperaia e antipopolare in corso, che è inscindibile dalla tendenza di Stati e governi a diventare sempre più autoritari, tendenza che futuri governi di estrema destra potrebbero inasprire. Ma abbiamo anche visto lo scontro e la disponibilità delle masse a lottare. La strada da seguire quindi deve dare continuità a queste lotte, cercando di organizzare la classe operaia, la gioventù e i settori oppressi con indipendenza di classe, al di fuori di tutti i blocchi borghesi.
Questo non ha nulla a che vedere con la costruzione dei cosiddetti fronti antifascisti che sorgono in periodo elettorale. Oltre al fatto che è sterile limitarsi a combattere l’offensiva dell’estrema destra in ambito parlamentare, questi fronti elettorali condannano la nostra classe a rimanere subordinata a un patto con organizzazioni che rispondono a diversi settori della borghesia, che difendono interessi contrari ai nostri.
I partiti socialdemocratici fanno parte da tempo del sistema in cui si presentano come «il male minore». Per quanto riguarda i pochi partiti comunisti di orientamento stalinista che ancora persistono e la sinistra istituzionale che in questi anni è apparsa come alternativa alla socialdemocrazia, il loro obiettivo è stato quello di incanalare nell’ambito istituzionale l’importante processo di contestazione che ha interessato il continente dopo la crisi del 2008. Dopo aver fatto parte dei vari governi borghesi, questi partiti si trovano ora in un avanzato processo di decomposizione. L’estrema destra, che con la sua demagogia riesce a dividere e disorganizzare la nostra classe, si nutre della delusione provocata dal tradimento di questi partiti.
L’auto-organizzazione della classe operaia, della gioventù e di tutti i settori oppressi implica lo sviluppo di strutture democratiche nei nostri quartieri, nei luoghi di lavoro e di studio, affinché tutti i settori in lotta possano coordinarsi. E deve includere la propria autodifesa di fronte alle possibili aggressioni fasciste e alla brutalità poliziesca degli Stati che detengono il monopolio della violenza, mettendo da parte sia le tendenze pacifiste che quelle individualiste e spontaneiste.
Anche la propaganda e la lotta ideologica contro l’estrema destra, rivolte in particolare alla gioventù operaia e studentesca, rivestono un’importanza fondamentale. Nelle lotte operaie è urgente rompere con l’isolamento e la dispersione, superando le direzioni burocratiche. Un altro aspetto rilevante è la solidarietà internazionale e la lotta unificata per obiettivi comuni a livello dell’UE. Una solidarietà che riguarda un’Europa più ampia dell’UE, abbracciando la lotta della resistenza ucraina, e che, naturalmente, deve estendersi al di fuori dei suoi confini imperialisti.

Un programma di vero cambiamento deve articolarsi attorno alle seguenti rivendicazioni:

- Riorganizzazione generale dell’economia basata sui bisogni sociali e sulla sostenibilità ambientale, espropriando i settori strategici dell’economia e ponendoli sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici.

- No al piano di riarmo dell’UE. Una drastica riduzione della spesa militare, il ritiro di tutti i contingenti militari europei dall’Africa, dal Libano o dall’Asia, lo scioglimento della Nato e lo smantellamento delle basi statunitensi in Europa.

- Per garantire la difesa delle masse popolari di fronte a possibili aggressioni, proponiamo un esercito basato sull’addestramento militare universale, fondato sul principio democratico del popolo armato e da esso controllato. Questa è la nostra alternativa all’esercito professionale e alla sua casta di ufficiali al servizio del capitale.

- Sosteniamo le lotte di autodeterminazione dei popoli oppressi che affrontano le aggressioni imperialiste, come la guerra di liberazione nazionale della resistenza ucraina contro l’invasione russa. Tutto ciò nonostante il fatto che a guidare questa guerra sia oggi il governo borghese di Zelensky – al quale non diamo alcun sostegno politico – e ribadendo la nostra opposizione all’aumento della spesa militare nei Paesi dell’UE. Sosteniamo il diritto dell’Ucraina e di altri popoli oppressi di esigere e ottenere armi per difendersi e promuoviamo iniziative di solidarietà di classe che rafforzino i settori più consapevoli dei movimenti di lotta e di resistenza. 

- Abbasso il Patto europeo sull’immigrazione, abrogazione di tutte le leggi sull’immigrazione, chiusura dei centri di detenzione; riconoscimento dei diritti di cittadinanza ai migranti sul suolo europeo e del diritto di asilo a chi fugge dalle guerre e dalla morte. Scioglimento dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex). Nativa o straniera, la classe operaia è la stessa! 

- Lottiamo affinché la classe operaia prenda in mano la lotta ambientale e si batta per misure che ci proteggano dal cambiamento climatico, per una drastica riduzione dell’uso dei combustibili fossili e per una vera transizione energetica che fermi la catastrofe ambientale in corso.

- Alleanza tra le organizzazioni della classe operaia e i piccoli proprietari rurali per porre fine alla Pac neoliberista e ai trattati di libero scambio e in difesa di misure di transizione verso un’agricoltura e un allevamento sostenibili che garantiscano redditi dignitosi, nonché un’alimentazione sana alla portata della classe operaia.

- Per la gestione pubblica di tutti i servizi privatizzati (istruzione, sanità, assistenza sociale, infrastrutture pubbliche, cultura). Aumento drastico del bilancio destinato alla prevenzione, all’assistenza e alla protezione contro ogni forma di violenza nei confronti dei settori più oppressi della nostra classe.

Un programma di questo tipo è incompatibile con l’appartenenza all’UE. In questo mondo globalizzato non esistono soluzioni a livello nazionale. In contrapposizione all’UE, difendiamo gli Stati Uniti Socialisti d’Europa che uniscano, su basi libere e solidali, le risorse economiche e le masse popolari d’Europa.

 

Costruiamo insieme un partito della classe lavoratrice, socialista, rivoluzionario e internazionalista 

Lottare per queste misure implica la costruzione di organizzazioni socialiste rivoluzionarie in ogni Paese, che abbiano come orizzonte la costruzione di un partito mondiale della rivoluzione socialista.
Non parliamo di partiti elettoralisti e parlamentaristi, anche se possiamo e dobbiamo partecipare alle elezioni utilizzando le istituzioni come tribuna rivoluzionaria, ma di partiti per organizzare le lotte e portare la classe operaia al potere con l’obiettivo di cambiare il mondo
Sappiamo di essere ancora molto lontani dal partito di cui l’umanità ha bisogno per il trionfo della rivoluzione socialista. Ma siamo convinti che non ci sia altra via, né vi siano scorciatoie per raggiungerlo, e che questo sia oggi il compito più importante che noi rivoluzionarie e rivoluzionari abbiamo davanti a noi. È per questo che invitiamo tutti gli attivisti e le attiviste che lottano quotidianamente nei diversi ambiti della lotta sociale a unirsi alle file della Lit-Quarta Internazionale, un’organizzazione internazionale che ha come obiettivo la ricostruzione della Quarta Internazionale, insieme a tutte quelle organizzazioni con cui condividiamo un programma e una strategia comuni.


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