Partito di Alternativa Comunista

Disoccupazione: il punto di vista marxista

Disoccupazione: il punto di vista marxista

 

 

di Alberto Madoglio

 

 

Gli effetti del Covid-19 - la pandemia che ha colpito il globo a partire da gennaio 2020 - hanno prodotto delle ricadute non soltanto dal punto vista sanitario con milioni di morti e centinaia di milioni di contagiati ai quattro angoli del pianeta, ma anche, prevalentemente verrebbe voglia di dire, sul versante economico.
Alcune cifre spiegano in maniera molto efficace la portata e l’ampiezza di questa catastrofe. Secondo il rapporto World Employment and social outlook trends 2021 dell’Organizzazione mondiale del lavoro, nel 2020 abbiamo assistito a un drastico calo delle ore lavorate, una perdita nella quota salariale mondiale e uno spropositato aumento della disoccupazione, che si prevede non verrà riassorbita a breve, nonostante la ripresa del ciclo economico che stiamo tutt’ora vivendo.
Il calo delle ore lavorate, dovuto alle chiusure parziali delle attività economiche che i vari Paesi hanno imposto, sono state pari alla perdita di 140 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel primo quadrimestre dello scorso anno e di 127 milioni nel secondo. Le entrate globali in termini di salario hanno subito una perdita di 3700 miliardi di dollari nel 2020, rispetto a quanto i salariati mondiali avrebbero ottenuto in assenza della pandemia. I disoccupati sono passati da 187 milioni nel 2019 a 220 nello scorso anno, e si prevede che saranno superiori a 200 milioni fino al 2022 compreso.
In Italia le cose non sono andate diversamente, anzi. Nel 2020 il calo del Pil è stato di circa il 9%, centinaia di migliaia sono i posti di lavoro persi (in un Paese in cui ancora nel 2019 il livello occupazionale non aveva raggiunto il picco pre-crisi del 2009). Anche oggi in un anno, il 2021, che sta avviandosi al termine e che registra un sostenuto rimbalzo nella crescita, con un Pil che si prevede possa raggiungere il più 7%, assistiamo quotidianamente alla continua falcidia di posti di lavoro: dalla GKN all’Alitalia, dalla Giannetti Ruote alla Whirlpool, solo per citare i casi più noti.

 

La disoccupazione frutto del sistema capitalista

Una vera e propria tragedia si è dunque abbattuta su miliardi di proletari, di salariati nel nostro pianeta. Tuttavia non dobbiamo credere che il dramma della disoccupazione, della perdita di salario, del generale e continuo impoverimento, della crescita della precarietà sia dovuto solo a un evento eccezionale, per certi versi inaspettato, che ha colpito l’economia.
Certo i differenti cicli economici, di espansione o di contrazione dell’economia, hanno un peso sui livelli occupazionali e salariali.
Pensiamo però, al contrario sia degli apologeti dell’economia di mercato sia di coloro che si pongono come fine ultimo quello di correggerne le storture (e la disoccupazione sarebbe una di queste), che sia proprio l’essenza del capitalismo, la sua meccanica interna di sviluppo, la causa ultima di quanto abbiamo affermato poco più sopra.
Cercheremo in questo breve articolo di portare argomenti a sostegno della nostra tesi.
Marx nel Capitale, più precisamente nel Capitolo 23 del Libro I, spiega in maniera molto efficace come l’aumento della disoccupazione, la creazione dell’esercito industriale di riserva dei capitalisti e il generale impoverimento dei lavoratori, siano caratteristiche proprie del modo di produzione del capitalismo, siano cioè un fenomeno storicamente determinato che non era presente nei modi di produzione ad esso precedenti, e destinato a sparire nella futura società socialista.
Sappiamo che i proprietari dei mezzi di produzione scambiano denaro con la massa di quanti non hanno nessuna altra proprietà se non la loro forza lavoro, i proletari. Questo scambio non viene effettuato, da parte dei capitalisti, per accrescere beni per il loro consumo personale, ma per valorizzare il proprio capitale, aumentandolo.
La funzione della forza lavoro nel processo produttivo è triplice: conservare il valore del capitale preesistente, riprodurre il proprio valore come capitale, e, soprattutto, fornire lavoro non retribuito (pluslavoro o plusvalore) che diventa capitale addizionale, cioè adempie al compito di valorizzare il capitale.
Nel capitolo del Capitale che analizziamo viene riportato un illuminante passo in cui un sostenitore e apologeta del capitalismo riconosceva fosse il lavoro la vera fonte di ricchezza «[John Bellers] dice: “se qualcuno avesse 100.000 acri e altrettante lire sterline di denaro e altrettanto bestiame, che cosa sarebbe l’uomo ricco senza il lavoratore se non egli stesso un lavoratore? E come i lavoratori arricchiscono la gente, allo stesso modo tanto più lavoratori, tanto più ricchi… il lavoro del povero è la miniera del ricco”».
Quindi a una prima analisi, superficiale, potremmo giungere alla conclusione che più il sistema capitalista si sviluppa e più forza lavoro viene richiesta per la valorizzazione del capitale. Saremmo così in presenza di un circolo virtuoso: più una nazione si arricchisce, più lavoratori vengono richiesti, più la ricchezza a sua volta aumenta, in un ciclo senza fine, se non quello del numero di uomini e donne abili al lavoro in un determinato periodo storico. La disoccupazione sarebbe cioè impossibile.

 

La contraddizione tra sviluppo capitalista e impiego forza lavoro

Questa conclusione sarebbe però errata. Un simile meccanismo, sempre secondo Marx, lo si può vedere nel periodo in cui il capitalismo si affacciava sul palcoscenico della storia, e iniziava il percorso che lo avrebbe portato ad affermarsi a livello mondiale.
In questa fase iniziale, tra il XV e XVIII secolo, si era in presenza di una espansione quantitativa del capitale, in cui la richiesta di forza lavoro per la sua valorizzazione superava l’offerta disponibile, quindi sia l’occupazione che i salari aumentavano. Negli esempi fatti da Marx, se il capitale iniziale era composto per il 50% di capitale fisso e per il 50% di forza lavoro, questo rapporto rimaneva uguale, quindi all’aumento del capitale corrispondeva un aumento uguale della forza lavoro.
Col tempo questo meccanismo subisce una modifica. A causa della necessità di aumentare la produzione, di ridurre il costo delle merci, di accrescere la parte di lavoro non retribuito (plusvalore) rispetto a quello retribuito, di far fronte alla concorrenza di altri capitalisti e di gestire le profonde modifiche nella tecnica dei processi produttivi che necessitavano di nuovi e più moderni macchinari, andando a modificare la cosiddetta composizione tecnica del capitale (1) si verificò un nuovo fenomeno. La parte di capitale formata da materie prime e mezzi di produzione (quello che Marx chiama «capitale morto» che a sua volta è la materializzazione di plusvalore fornito precedentemente dai salariati) aumentava in modo maggiore rispetto alla crescita della forza lavoro necessaria alla sua valorizzazione.
Una situazione paradossale, che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come il capitalismo sia un sistema intrinsecamente irrazionale; più la società si arricchisce, più la condizione di chi per vivere deve alienare la propria forza lavoro precipita. Ancora una volta, sono le parole del rivoluzionario di Treviri che chiariscono in maniera definitiva il concetto sopra esposto: «Se il capitalista non ha bisogno del suo lavoro eccedente (dell’operaio, nda) egli non può svolgere il suo lavoro necessario, non può produrre i suoi mezzi di sussistenza… soltanto nel modo di produzione fondato sul capitale il pauperismo si presenta come risultato del lavoro stesso, dello sviluppo della forza produttiva del lavoro». (Marx, Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica)
Inoltre con la tendenza ad aumentare la popolazione eccedente (eccedente non in termini assoluti ma relativamente alle necessità di valorizzazione capitalista) si crea quello che Marx chiama «esercito industriale di riserva», che ha un doppio scopo: da un lato creare una pressione al ribasso dei salari dei lavoratori impiegati, dall’altro permettere al capitalista di avere a disposizione una forza lavoro utilizzabile nel caso di nuove necessità legate alla produzione o nel caso di creazione di nuove aree di investimento per capitali, nuovi o esistenti.
Questo «esercito» di riserva non è formato solo dai disoccupati, ma anche da lavoratori con impieghi saltuari, a tempo parziale ecc.
Quanto teorizzato da Karl Marx oltre un secolo fa, rimane valido anche oggi, perché trova corrispondenza nella realtà. Tutta la vita di militante politico rivoluzionario di Marx si basava appunto sulla osservazione della realtà, nel capire come e perché si era sviluppata in un determinato modo, nello scoprire e comprendere le leggi che ne avevano segnato il percorso storico e nell’individuare i meccanismi che avrebbero permesso alla classe che in questa società era condannata allo sfruttamento e alla miseria più brutale, di essere l’agente cosciente della propria emancipazione per via rivoluzionaria.

 

I fatti hanno la testa dura

Riportiamo ora alcuni dati a supporto delle tesi di Marx. Premettiamo che useremo statistiche fino all’anno 2019, prevedendo in questo modo già le critiche, strumentali, di chi potrebbe pensare che l’eccezionalità di quanto accaduto nel 2020 avrebbe inquinato la valenza di ciò che le cifre confermano.
Secondo la Banca mondiale, nel 1991 il capitale lordo accumulato a livello globale era di circa 6000 miliardi di dollari. Nel 2019 il totale superava i 23.000 miliardi, con una crescita di quasi il 400%. Nello stesso arco temporale, la forza lavoro passava da 2,36 miliardi a 3,46, una crescita molto inferiore al tasso di accumulazione del capitale.
Quello che però è più interessante, è che l’occupazione per la popolazione tra i 15 e i 64 anni passava dal 70,2 al 66,5%. Ancor più degno di nota il fatto che la percentuale di salariati nel settore industriale (quello che usando criteri marxisti crea plusvalore, in quanto la forza lavoro è scambiata direttamente con capitale), è rimasta sostanzialmente stabile, passando dal 21,8 al 22,66%. Cosa altro serve per confermare che più il capitale si accumula e meno necessita di forza lavoro da sfruttare? (2)
L’Ilo informa che sul totale di circa 3 miliardi di lavoratori, ben il 61% sono precari o informali, con nessuna o scarsa protezione sociale, 630 milioni vivono in una situazione di estrema o moderata povertà, che la quota destinata ai salari sul totale prodotto passa dal 53,7 del 2004 al 51,4 del 2017, con cali significativi per Usa e Europa (3).
Tutto questo prova in maniera incontrovertibile come disoccupazione, precarietà, impoverimento dei lavoratori siano fenomeni inscindibili dal sistema capitalistico. A questo punto qualcuno potrebbe concludere che sia inutile lottare per ottenere miglioramenti salariali, impedire licenziamenti di massa, battersi per sconfiggere la precarietà nel mondo del lavoro.

Simili comportamenti sarebbero un errore, speculare a quelli di chi pensa che i mali citati siano superabili grazie a interventi legislativi, che un aumento dell’occupazione possa essere ottenuta offrendo in cambio una politica di moderazione salariale, che la precarietà sia controllabile rendendola economicamente meno vantaggiosa per i padroni ecc. O di chi pensa, più in generale, che il capitalismo periodicamente attraversi periodi di crisi non a causa della sua stessa dinamica di sviluppo, ma per delle «perturbazioni» esterne che ne vadano a scalfire l’andamento regolare: ad esempio politiche statali troppo invasive o troppo poco, speculazioni finanziarie, politiche monetarie e/o fiscali irrazionali (irrazionali rispetto a cosa però nessuno lo spiega mai), capacità di spesa della popolazione troppo bassa, e via fantasticando.
Anche in questo caso il Moro ci ha indicato la strada da seguire: «significa forse ciò che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare temporaneamente la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati… Nello stesso tempo la classe operaia … non deve esagerare a sé stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana … non deve lasciarsi assorbire … da questa inevitabile guerriglia … Essa deve comprendere che il sistema attuale, con tutte le miserie che accumula sulla classe operaia, genera allo stesso tempo le condizioni materiali e le forme sociali necessarie per una ricostruzione economica della società. Invece della parola d’ordine conservatrice “un equo salario per un’equa giornata di lavoro” gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario “Soppressione del sistema del lavoro salariato”» (4). La rotta è tracciata, la classe operaia internazionale ha il compito di seguirla.

 

 

Note

1) Marx spiega nel seguente modo la definizione di composizione tecnica del capitale: dal lato della materia, quale essa opera nel processo di produzione, ogni capitale si suddivide in mezzi di produzione e forza lavoro vivente, questa composizione si determina mediante il rapporto fra la massa dei mezzi di produzione usati da una parte e della quantità di lavoro necessaria per il loro uso dall’altra (Il Capitale Libro I sezione VII capitolo 23, paragrafo 1). Si veda anche nel paragrafo 2, il capoverso inserito nell’edizione francese del 1873 relativo all’invenzione del pudding

2) The World Bank, Gross capital formation current US $, Labor force participation rate, total (% of total population ages 15-64) (model ILO estimate); Employment in industry (% of total employment) (model ILO estimate).

3) As for European countries, despite the countercyclical increases during 2008/11, the labour income share declined significantly in Germany, the United Kingdom, Italy and Spain between 2004 and 2016), ILO World Employment and Social Outlook Trends 2020.

4) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, cap. 14 “La lotta tra capitale e lavoro e i suoi risultati”.

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