Partito di Alternativa Comunista

Pap e Rifondazione: o riforma o... riforma

 
 
Viaggio tra i «partiti comunisti» /3

Pap e Rifondazione:
 
o riforma o... riforma
 
 
 
 
 
 
 
di Salvo de Lorenzo
 
 
 
 
 
 
Dopo aver analizzato le posizioni politiche del Pc di Rizzo e di Scr (*), in questo articolo proponiamo un’analisi di altri due partiti della sinistra italiana le cui storie sono profondamente intrecciate, perché la nascita dell’uno avviene quasi contemporaneamente al consistente ridimensionamento del secondo. Si tratta di Potere al popolo (Pap) e Rifondazione comunista (Rc), due organizzazioni che come cercheremo di mostrare, pur autodefinendosi comuniste, di comunista hanno davvero poco o nulla.
Lo scopo di questi articoli è quello di polemizzare apertamente con le altre organizzazioni della sinistra sul terreno politico, cercando di evitare gli insulti, che pure, in taluni casi, verrebbero spontanei. Pensiamo che tale polemica non sia affatto sterile perché siamo convinti che tanti compagni onesti potranno verificare la veridicità delle nostre critiche e poi scegliere se continuare a rimanere in questi partiti o provare a dedicarsi a qualcosa di più serio e utile alla causa del proletariato mondiale.

Perché Rc è stato l’ultimo grande partito di sinistra in Italia?
Mentre Rc ha avuto una storia ed un ruolo importante nelle vicende politiche italiane, cioè è stato un partito con influenza di massa per oltre un decennio, Pap, che è nato come un tentativo, peraltro abortito, di ricomposizione larga delle organizzazioni della sinistra, inclusa la stessa Rc, non è, al momento, riuscita nel suo intento. Né, se si guarda con attenzione alle dinamiche politiche degli ultimi anni, avrebbe potuto farlo. Perché sono profondamente diverse la fase politica in cui nacque Rc e quella in cui è nata, più recentemente, Pap.
Rc nacque, nell’ormai lontano 1991, dalle ceneri di uno dei più grandi partiti stalinisti della storia, il Pci. La fase storica in cui si sviluppò quell’esperienza è gravida di avvenimenti che avrebbero segnato il successivo ventennio: la restaurazione capitalistica in Russia e nell’Europa dell’Est e la progressiva ascesa, sul mercato capitalistico mondiale, di nuove importanti potenze asiatiche, su tutte la Cina, consentivano difatti al capitalismo di ritrovare, dopo una lunga fase di crisi e di processi rivoluzionari che avevano attraversato gli anni 60 e 70, nuova linfa vitale.
I dirigenti che fondarono Rc erano quadri temprati che provenivano da partiti, come il Pci o il Psi, con una grande tradizione storica e politica, e che avevano avuto un ruolo effettivo, seppur controrivoluzionario, nella direzione della classe operaia italiana e di larghi strati di ceto medio impiegatizio. Si trattava dunque di una classe dirigente che aveva assimilato, nel suo impianto strategico e propagandistico, quell’ambiguità tipicamente staliniana e togliattiana in base alla quale, senza mai rimuovere la prospettiva del comunismo, la presa del potere sarebbe potuta avvenire solo dopo un lungo percorso di collaborazione di classe con i partiti della borghesia. È a partire da questa ambiguità di fondo che il Pci era riuscito, per tutto il dopoguerra, a mantenere la sua egemonia sulla classe operaia, grazie anche all’infantilismo della sinistra extraparlamentare degli anni 70, che, attraverso la strategia della lotta armata di piccoli nuclei avulsi dalle masse, polverizzò la possibilità che da settori importanti della classe operaia e del mondo studentesco potesse nascere un partito rivoluzionario con influenza di massa. Se dunque il Pci fu, come sembra persino ovvio scrivere oggi, un partito controrivoluzionario, la sua strategia per la conquista del potere parlamentare gli impediva di disfarsi di quei simboli, come la falce e il martello, Lenin e la Rivoluzione d’ottobre, che avevano costituito gli ideali di milioni di lavoratori nati a cavallo tra le due guerre o nel secondo dopoguerra. Negli anni ‘90 quei simboli erano, strano a dirlo oggi, ancora parte costitutiva dell’armamentario ideologico di consistenti settori della classe lavoratrice italiana. Un patrimonio ideologico, tramandato dai nonni che avevano fatto la Resistenza ai nipoti, in un percorso di quarant’anni lungo il quale, seppur in modo contraddittorio, la presa del potere da parte dei lavoratori e la costruzione di una società socialista, erano rimasti l’obiettivo di fondo, seppur procrastinato nel tempo, di nutriti settori di proletariato.
Questo patrimonio ideologico costituì l’humus dal quale i due partiti della sinistra che nacquero dalle ceneri del Pci, il Pds e Rc, estrassero, opportunisticamente, i loro ampi consensi elettorali. Basti pensare che alle elezioni nazionali del 1996 Rc ottenne circa il 9% dei consensi e oltre 3.200.000 preferenze, cioè circa dieci volte di più dei voti ottenuti da Pap alle recenti politiche del 2018.

Degenerazione e scomparsa di Rc
Della degenerazione di Rc, peraltro inevitabile se si pensa alla natura dei suoi gruppi dirigenti, abbiamo scritto in decine e decine di articoli che sembra quasi inutile stare qui a scriverne ancora. Possiamo solo, in estrema sintesi, ricordare che l’accodamento ai desiderata della grande borghesia italiana, dalla precarizzazione del lavoro all’introduzione del reato di clandestinità per gli immigrati, dalla privatizzazione della sanità alla partecipazione alle guerre imperialiste, sono macchie indelebili che qualificano in modo cristallino il tradimento da parte dei dirigenti di Rc delle istanze, persino minime, del proletariato. E che costituisce la ragione più semplice e profonda per la quale quel patrimonio socialista, ideologico e simbolico, tramandato dai nonni ai nipoti nel secondo dopoguerra è andato definitivamente perduto. Questo è forse il delitto più grande commesso da Rc, che persino il Pci controrivoluzionario di Togliatti prima e di Berlinguer poi si era guardato bene dal commettere.
È l’ingresso nel governo borghese guidato da Prodi che chiarisce definitivamente, a milioni di lavoratori, la natura opportunista di Rc e ne segna il progressivo e definitivo distacco.
L’ultimo decennio di vita di Rc certifica solo il progressivo passaggio del gruppo dirigente da posizioni socialdemocratiche a posizioni ormai apertamente liberali. L’episodio che illustra più chiaramente questa transizione è rappresentato dal sostegno incondizionato di Rc al governo greco di Syriza, al punto tale da presentarsi alle elezioni europee nel 2014 in una coalizione dal nome «L’altra Europa con Tsipras». Si badi bene: il sostegno a Tsipras da parte di Rc non è stato limitato alla sola fase ascendente del leader greco, durante la quale questi aveva incarnato la volontà di rottura degli strati subalterni greci con le severissime misure di austerità imposte dalla cosiddetta troika (Bce, Fmi, Ue). No: il sostegno è perdurato anche dopo la capitolazione di Tsipras ai diktat del capitalismo finanziario europeo, nonostante un referendum avesse ribadito la volontà delle masse popolari greche di rompere con l’Ue. Da quel momento in poi Rc si è praticamente dissolta, come peraltro testimoniano i numeri dei suoi iscritti: dagli oltre centomila iscritti dei primi anni 2000, dopo l’ingresso nel governo borghese di Prodi, Rc è passata, nel 2008, a circa 40.000 tessere. All’ultimo congresso del 2018, i numeri più o meno ufficiali indicavano circa 17.000 iscritti. Da una nota, pubblicata di recente dal gruppo di opposizione interna che ruota attorno ad Eleonora Forenza, si evince che l’emorragia di tessere ha trasformato Rc in un partito con poche migliaia di iscritti. I circoli di Rc, che erano sorti numerosi negli anni ’90 sono stati per la maggior parte chiusi e quelli che restano vengono utilizzati, dai pochi imperterriti aficionados, quasi principalmente per attività culturali o associazionistiche. Per un partito di stampo men che menscevico come Rc, che si basa principalmente sull’adesione generica al programma e non sull’attività militante, questi numeri costituiscono la prova provata del più totale fallimento politico.

Pap, l’araba fenice
Dalle ceneri di quello che resta, comunque, l’ultimo grande partito della sinistra riformista italiana provano a risorgere, come l’araba fenice, a partire dal 2017, alcuni gruppi dirigenti, alcuni dei quali hanno ruotato attorno alla stessa Rc per anni.
Il tentativo, nel 2017, di rassemblement largo delle organizzazioni della sinistra, viene condotto da due componenti della sinistra riformista e stalinista. La prima è costituita da un gruppo di attivisti di un centro sociale napoletano, l’ex-Opg Jesopazzo, molto legato politicamente all’esperienza del «socialismo» bolivariano, e in particolare all’esaltazione acritica di Hugo Chavez ed Evo Morales. Questo gruppo, molto vivace culturalmente, ha per anni rappresentato, e rappresenta tuttora, la stampella di sinistra del sindaco borghese napoletano De Magistris, il quale, a dire il vero, viene tirato per la giacchetta da tutte le organizzazioni della sinistra borghese in disperata ricerca di una leadership forte (e di un posto al sole nelle istituzioni borghesi). La natura antioperaia della giunta di «sinistra» guidata da De Magistris a Napoli è ben nota e testimoniata, solo per fare un esempio, dal licenziamento dei lavoratori delle aziende municipalizzate napoletane (1).
La seconda componente che si pone alla testa dell’operazione Pap è costituita dalla Rete dei Comunisti, un’organizzazione stalinista che dirige il giornale Contropiano e che ha partecipato a vari tentativi di coalizione elettorale con Rc negli anni bui del dopo Prodi.
Il tentativo di ricomposizione larga di un cartello elettorale per le elezioni politiche del 2018 va a buon fine, grazie soprattutto alla strutturazione nazionale e alle risorse economiche di Rc. Il cartello elettorale che ne viene fuori include i riformisti (Rc, Sinistra Anticapitalista), gli stalinisti (Rete dei comunisti (Rdc), nuovo Pci) e anche taluni esponenti di diversi movimenti di protesta (No Tav, No Tap, etc.). I risultati elettorali sono però un autentico fallimento, alla stessa stregua di tutte le operazioni di cartello precedentemente tentate da Rc (Sinistra arcobaleno, Rivoluzione Civile, etc). Al contrario di queste organizzazioni riformiste, che imputano le loro batoste elettorali ad un’ondata reazionaria, riteniamo un segnale positivo la sconfitta elettorale della sinistra riformista alle elezioni del 2018, perché essa segna il definitivo distacco tra il proletariato italiano e quelle organizzazioni che lo hanno a lungo ingannato.

La natura politica di Pap: partito o movimento?
Subito dopo il fallimento del 2018, Pap si trasforma da cartello elettorale in partito politico. L’operazione viene diretta da ex-Opg, Rete dei Comunisti, la piattaforma Eurostop di Cremaschi e pezzi di burocrazia sindacale Usb. A nulla valgono le proteste di Rc, perché attraverso una votazione online i dirigenti di Pap impongono a tutte le organizzazioni politiche che desiderano proseguire il loro percorso politico in Pap di confluire in un «soggetto politico unitario», cioè un partito (2). Un partito peraltro con una collocazione politica molto chiara nell’ambito della sinistra riformista, avendo al suo interno quadri dirigenti provenienti dallo stalinismo, dal riformismo e dal sovranismo. Un partito tuttavia ancora poco radicato a livello nazionale e quindi impegnato a cooptare soggetti provenienti dai movimenti di lotta, dalle aristocrazie operaie e dai centri sociali. Cioè di ricreare, attorno a un programma annacquato, una sorta di Rifondazione riformista senza i resti di Rc.
Dalla lettura dei documenti prodotti si può evincere che Pap cerca di nascondere la sua strutturazione partitica, cercando di farsi percepire con un movimento. Ciò appare chiaro nel documento programmatico, in cui si legge che Pap sarebbe un «movimento politico unico nel panorama italiano» che nasce «senza leader né burocrazie e sponsor da professionisti della politica» e in cui «ogni attivista sceglie in prima persona portavoce, statuto, Coordinamento nazionale, e partecipa alle decisioni più importanti della vita collettiva attraverso strumenti che incentivano democrazia, partecipazione e trasparenza»? (3). Ciò, come abbiamo detto, è in evidente contraddizione con quanto avvenuto durante l’operazione di rottura con Rc, in cui i dirigenti di Pap hanno posto fine alla fase di ricomposizione dal basso e imposto la linea del «soggetto politico unitario». Perché dunque questo celarsi dietro la forma movimento? La ragione è duplice.
Da un lato nella costruzione del partito, che non ha ancora un radicamento nazionale importante, i dirigenti hanno assoluta necessità di interfacciarsi con molte realtà sociali, in molte delle quali gli attivisti anarchici e antagonisti manifestano, sbagliando, una repulsione aprioristica della forma partito. Il rifiuto per la forma partito si estende ovviamente, e molto più comprensibilmente, a larghi settori di proletariato, il cui disgusto per la forma partito è solo la naturale conseguenza delle politiche perpetuate dai partiti della cosiddetta sinistra radicale (Rc, Pdci, Sel, Si e consimili) negli ultimi venti anni, alcuni dei quali facenti parte della stessa lista elettorale rappresentata da Pap nel 2018.
Contemporaneamente Pap cerca di far passare l’idea, molto cara agli anarchici, di essere un soggetto politico non ancora ben definito ma che vada ricostruito dal basso, esattamente come qualche anno fa proponeva ad esempio il M5s. In realtà questa è solo una strategia di radicamento sociale, in cui, nell’interlocuzione con le varie realtà, i vertici dell’organizzazione fingono di essere disponibili a includere le rivendicazioni che verranno dalla base, dai «tavoli nazionali» per poi imporre, alle realtà aderenti, il loro programma. Una sorta di entrismo nelle realtà di movimento, nei centri sociali, nei sindacati, per tentare di conquistarli progressivamente al loro progetto politico: la costruzione dell’ennesima organizzazione riformista della sinistra italiana. Cioè esattamente l’opposto di quello che descrivono nella chiamata di adesione a Pap i suoi dirigenti (3).

Popolo o classi?
Dai documenti prodotti da Pap si evince che il principale obiettivo di questa forza politica rimane, ad oggi, quello del suo radicamento sociale. L’obiettivo di una trasformazione rivoluzionaria della società viene dunque eventualmente posticipato perché «non può esistere un progetto rivoluzionario se prima non si ricostruisce un terreno sociale, luoghi di incontro, di circolazione di persone e di idee» (4).
Il problema, dunque, nel comprendere se si tratti di una forza rivoluzionaria o riformista, viene lasciato, tatticamente, in sospeso, dai dirigenti. Peccato, però, che a definirne il carattere riformista sia tutto il resto, a cominciare proprio dal nome (Potere al popolo!)  scelto dai dirigenti per l’organizzazione, in cui c’è già tutto il programma dell’organizzazione. Il popolo è difatti, per definizione, l’insieme delle classi sociali che lo compongono. Invocare il potere al popolo significa dunque negare l’esistenza di un conflitto inconciliabile tra le classi sociali che lo costituiscono. Significa di conseguenza prefigurare che il potere debba essere esercitato in congiunto da tutto il popolo, cioè dalle due classi sociali, la borghesia e il proletariato (e tutte le loro suddivisioni interne), che ne fanno parte. Ma se il potere politico deve essere esercitato in congiunto dalle due principali classi sociali, non siamo altro che alla riproposizione dell’ennesimo governo di collaborazione di classe. Come dicevano i latini: «nomen omen» (nel nome il presagio).
Dunque, è già nella scelta del nome, apparentemente altisonante, che i dirigenti di Pap indicano chiaramente la natura riformista del loro programma politico. Una forza politica realmente rivoluzionaria, difatti, non può porsi l’obiettivo di moderare il conflitto, assolutamente inconciliabile per i marxisti, tra le classi sociali che compongono il popolo. Deve scegliere se rappresentare gli interessi della classe dominante, cioè la borghesia o gli interessi della classe sfruttata e oppressa, cioè il proletariato. La negazione semantica del conflitto tra le due classi è dunque la negazione ab origine di ogni progetto di trasformazione rivoluzionaria della società. È la negazione di quella concezione marxista secondo cui «Lo Stato è l’organo di dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un «ordine» che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi», come scrive Lenin in «Stato e rivoluzione».

Il progetto nazionalista borghese di Pap
A rafforzare la tesi secondo cui Pap rappresenti solo l’ennesimo tentativo di costruire una forza della sinistra riformista vi è tutto il materiale documentale prodotto dai suoi dirigenti, nel quale, lungi dall’indicare una chiara prospettiva politica, l’attività propagandistica viene condotta esclusivamente sul terreno della protesta o delle denunce, peraltro condivisibili, dei danni prodotti dal sistema capitalistico. Una denuncia che però rimane a sé stante visto che, ovviamente, non viene mai enucleato l’unico obiettivo di fondo che una forza realmente comunista dovrebbe perseguire: l’abbattimento del sistema capitalistico e la costruzione di uno Stato operaio (non popolare). Al contrario, se si analizzano i documenti di Pap si può dedurre, semmai, che l’obiettivo è esattamente opposto, cioè riformare il sistema capitalistico per tentare di ridurre le diseguaglianze sociali. Questo si evince in modo abbastanza chiaro dai continui apprezzamenti che Pap rivolge alle organizzazioni riformiste della sinistra mondiale, come ad esempio il Bloco de Esquerda in Portogallo o Podemos in Spagna (solo per citare le più note), cioè quelle organizzazioni che fanno parte di quei governi borghesi che stanno applicando sia le più efferate politiche di aggressione ai salari e alle pensioni dei lavoratori europei sia quelle politiche di austerità che, contraddittoriamente, Pap dice di voler combattere. Come è possibile battersi contro le politiche di austerità imposte dall’Ue e contemporaneamente applaudire quei partiti, come Podemos o Bloco de Esquerda, che ne sono i fedeli esecutori?
Vi è poi un aspetto su cui Pap si spinge persino più a destra di Rc. Nel suo tentativo di fare pesca di attivisti nei centri sociali, nelle associazioni solidaristiche o nei centri religiosi di assistenza e fratellanza universale, Pap sostiene la necessità di praticare il mutualismo, che i dirigenti di Pap definiscono «un metodo per dimostrare nella pratica che è possibile, con poco, ottenere ciò che ci negano (salute, istruzione, sport, cultura)» (5). È difficile leggere un’affermazione più insulsa e controrivoluzionaria di questa. In pratica, secondo Pap, non sarebbe necessario mobilitare i lavoratori della sanità, o gli studenti e i docenti contro un sistema che ha tagliato decine e decine di miliardi alla sanità e all’istruzione (altro che «poco») per salvare i profitti della grande borghesia italiana. No. Per i dirigenti di Pap, poiché non si può impedire che il sistema capitalistico continui ad ingrassare, sottraendo ogni anno un numero sempre più grande di risorse economiche al sistema sanitario pubblico e alla scuola pubblica, è compito del «popolo» salvare la sanità e l’istruzione attraverso il mutuo soccorso, la reciproca solidarietà, lo spirito francescano. Ma se, come dicono i dirigenti di Pap, «è possibile, con poco, ottenere …salute, istruzione», quale necessità avrà mai quella parte di popolo -rappresentata dai lavoratori che a stento riescono a sopravvivere alla perdurante crisi economica iniziata nel 2008- di cominciare a battersi contro un sistema che ha trasformato il diritto alla salute e all’istruzione in un lusso che possono permettersi solo le classi più agiate? Il ricorso al mutualismo è dunque la dimostrazione più evidente della natura profondamente piccolo-borghese e controrivoluzionaria del gruppo dirigente di Pap. Siccome questo gruppo millanta di essere comunista, è importante ricordare che Marx condusse una lunga battaglia contro la miserabile filosofia degli anarchici proudhoniani, provando a spiegare, alle direzioni piccolo-borghesi e anarchiche del suo tempo che (6): «per convertire la produzione sociale in un largo e armonioso sistema di libero lavoro cooperativo sono indispensabili cambiamenti sociali generali, trasformazioni delle condizioni generali della società, realizzabili soltanto con l’impiego delle forze organizzate della società, cioè del potere governativo, strappato dalle mani dei capitalisti e dei proprietari fondiari e posto nelle mani dei produttori». In sintesi: nessuna società di mutuo soccorso può essere concretamente realizzata se non si strappa il potere dalle mani dei capitalisti.
Il progetto politico di Pap è peraltro profondamente intriso di quel nazionalismo borghese che ha caratterizzato tutte le recenti e fallimentari esperienze dei governi di sinistra dell’America Latina. Non è un caso che, in una fase storica in cui il proletariato dell’America latina sta insorgendo, in Venezuela come in Bolivia o in Ecuador, proprio contro gli esponenti del «socialismo» bolivariano, Pap e il suo organo di informazione «Contropiano» continuino a tessere sperticati elogi per questi esperimenti, facendo leva su un antimperialismo che è però di sola facciata, poiché tutti i governi di «sinistra» dell’America Latina hanno mantenuto la loro dipendenza economica dall’imperialismo, onorando, sino all’ultimo centesimo, il pagamento del debito contratto con l’imperialismo. Non solo non esiste uno Stato, in America Latina, che abbia realmente interrotto i suoi rapporti economici con gli Usa, ma tutti i governi di sinistra hanno favorito la nascita e l’espansione di nuovi settori di borghesia nazionale (a partire dalla boliborghesia, costituita dalla cricca degli uomini di Chavez), aumentando esponenzialmente il divario tra le classi sociali e reprimendo nel sangue le rivolte operaie e contadine. Ma è sulla questione siriana che emerge, in maniera ancora più vergognosa, l’operazione di disinformazione condotta dall’organo di partito Contropiano. Ma cosa avrà mai a che vedere con gli ideali del comunismo la difesa di un indifendibile criminale come il plurimiliardario Assad, alla testa di un regime che ha soffocato le istanze di libertà, di democrazia e di riduzione delle diseguaglianze sociali che provenivano dal proletariato siriano?
A definire ulteriormente la natura nazionalista borghese del progetto di Pap vi è la posizione sovranista del gruppo dirigente, in particolare della piattaforma Eurostop, che fa capo a Giorgio Cremaschi, e dell’Usb. La parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi, agitata da Cremaschi nei talk-show e sui giornali (7) è difatti solo funzionale a salvare l’economia capitalistica nazionale, a sostituire ai proprietari delle multinazionali la proprietà dello Stato capitalista, cioè ad arricchire, invece che gli attuali proprietari delle aziende, come Ilva o Alitalia, i banchieri italiani, detentori dei grandi capitali italiani. A questa parola d’ordine, noi comunisti contrapponiamo quella della nazionalizzazione sotto controllo operaio, poiché solo il controllo operaio della produzione e della distribuzione delle merci può evitare i licenziamenti di massa, definire i livelli di produzione delle merci in relazione ai bisogni della società, consentire ai lavoratori di lavorare in fabbriche sicure. Fingono di dimenticare, Cremaschi e i sovranisti di Pap, che, nella lunga fase di interregno da Riva ad Arcelor Mittal (AM), Ilva era di fatto nazionalizzata, ma né gli operai né i cittadini tarantini hanno tratto alcun beneficio dal fatto che la produzione fosse controllata dai manager superpagati dallo Stato invece che dal patron Riva. La cosa più tragicomica è che proprio Usb, che ha una sua importante componente in Pap, dopo aver sventolato a lungo il progetto delle nazionalizzazioni, abbia firmato, assieme ai sindacati confederali, l’accordo capestro che ha consegnato Ilva ad AM.
A conferma che la prospettiva di Pap sia tutta all’interno dell’attuale sistema «democratico» borghese vi è l’esaltazione della Costituzione (borghese) italiana. La retorica, alimentata da Pap così come da Rc, della Costituzione conquistata dai nonni partigiani (8) rende però un pessimo servigio alla verità storica. La Costituzione borghese del 1948 rappresentò la naturale conseguenza del compromesso con cui il Pci, contro la Resistenza partigiana, accettò che l’Italia entrasse nella sfera di influenza degli Usa, in ossequio ai patti stilati a Yalta, nel 1945, tra Churchill, Roosevelt e Stalin (9). La carta costituzionale che ne derivò e che certificava la natura borghese dello Stato italiano, rappresentò dunque la resa del Pci di Togliatti al capitalismo italiano, quello stesso Togliatti che aveva prima liberato i fascisti sbattuti in galera dalla Resistenza partigiana e poi riempito le carceri di quei tanti partigiani che volevano portare realmente a compimento la Resistenza, cioè abbattere il sistema capitalistico italiano, facendo sventolare in giù, oltre alla testa di Mussolini, anche quella dei padroni che lo avevano armato.

Europeisti (Rc) contro sovranisti (Pap)?
Un punto di apparente divergenza tra Pap e Rc è rappresentato dalla collocazione dell’Italia in Europa. Dopo un lungo percorso degenerativo, Rc è ormai approdata a posizioni apertamente europeiste. Per Rc non si pone più in discussione il rispetto dei patti stilati dall’Italia con l’Ue. Al più una sinistra europea riformista deve, per i dirigenti di Rc, svolgere un ruolo di moderazione delle politiche della Bce, cioè chiedere, col cappello in mano, un ammorbidimento dei tassi di usura con cui i banchieri europei hanno messo in ginocchio i proletari di tutti i Paesi dell’Ue, imponendo, in cambio del finanziamento del debito, i tagli alla sanità e alla scuola pubblica e l’abolizione dei diritti della classe lavoratrice attraverso le leggi sulla precarizzazione del lavoro (da Schroeder in Germania a Renzi in Italia).  A conferma di questa linea di totale subalternità al capitalismo europeo vi è una recente video su facebook in cui Ferrero (10), con un tono da economista liberal di Oxford, esclama: «La questione dello spread è affrontata in modo serio dalla Bce».
Solo apparentemente diversa è la linea di Pap, che in modo più muscolare afferma che bisogna rompere i trattati con l’Ue. Il punto è però che la rottura con l’Ue senza la prospettiva della costruzione degli Stati socialisti europei prefigura solo un ritorno agli Stati europei nazionali borghesi. È esattamente la riproposizione, a «sinistra», del progetto demagogico di Salvini e Meloni. Per quel che riguarda gli strati subalterni questo ritorno al passato non comporterebbe peraltro alcun beneficio, poiché si tratterebbe solo di cambiare il nome dei rapinatori: invece che essere rapinati dai capitalisti che fanno capo alla Bce verrebbero rapinati dai capitalisti che fanno capo alla Banca d’Italia. La rottura con l’Ue prospettata da Pap rimane cioè finalizzata alla salvaguardia degli interessi dell’«economia nazionale», cioè di quel ristretto gruppo di banchieri e imprenditori nazionali che hanno imposto, attraverso i governi che si sono succeduti, da Maastricht in avanti, quelle politiche di austerità che hanno peggiorato drammaticamente le condizioni degli strati subalterni.
Poiché la gran parte del debito pubblico italiano è detenuto proprio dagli strozzini delle banche italiane, l’unica soluzione attraverso cui il proletariato italiano può rendersi realmente «sovrano» consiste nel porre sotto il suo controllo queste banche, nazionalizzandole. Questa misura azzererebbe di colpo il debito pubblico, liberando quelle enormi risorse necessarie, ad esempio, per ricostruire un sistema sanitario pubblico e rendere finalmente sicure le scuole e le infrastrutture. Alle nazionalizzazioni proposte da Pap, da marxisti contrapponiamo dunque la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle banche e delle imprese.  Affinché questo progetto sia realizzabile occorre però che, a partire dall lae sue avanguardie coscienti, il proletariato costruisca quell’unico strumento di cui ha bisogno per farla finita con questo sistema immondo e usuraio: il partito rivoluzionario. È a questo compito che siamo impegnati come Pdac. Invitiamo tutti i compagni onesti di Pap e Rc, che sono realmente interessati a questo progetto, a venire a confrontarsi lealmente con noi, invece che farsi abbindolare dai partiti delle aristocrazie operaie e di quella piccola borghesia che ancora aspira a tenere in vita un modello classista di società.


(*) le puntate precedenti possono essere lette sul nostro sito:
- www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/viaggio-tra-i-partiti-comunisti-1-puntata-quando-stalinismo-fa-rima-con-opportunismo-marco-rizzo-e-il-suo-partito-comunista
- www.partitodialternativacomunista.org/politica/nazionale/viaggio-tra-i-partiti-comunisti-2-puntata-le-nostre-differenze-con-scr

(1) https://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/06/09/news/trasporti_anm_licenzia_194_dipendenti-167704170/
(2) https://www.alternativacomunista.it/politica/nazionale/pap-si-spappola-ma-non-sono-cose-serie
(3) https://poterealpopolo.org/perche-aderire-a-potere-al-popolo/
(4) https://contropiano.org/news/politica-news/2019/03/28/potere-al-popolo-non-ci-saremo-alle-europee-ma-saremo-ovunque-0113864
(5) https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/
(6) Marcello Musto: Karl Marx Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi editore
(7) https://www.sialcobas.it/2017/05/cremaschi-alitalia-dopo-il-fallimento-delle-privatizzazioni-nazionalizzare-e-lunica-via-realistica/
(8) https://www.4live.it/2020/04/potere-al-popolo-i-sovranisti-lo-sanno-che-molti-dei-loro-nonni-oggi-sarebbero-partigiani/
(9) https://www.alternativacomunista.it/video/25-aprile-1945-2020-la-resistenza-tradita-relazione-di-francesco-ricci
(10) https://www.facebook.com/paoloferreroPrc/videos/3508967612471494/

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