Partito di Alternativa Comunista

Bilanci e prospettive delle lotte studentesche

Bilanci e prospettive delle lotte studentesche

 

 

 

di Ines Abdelhamid e Giorgio Viganò 

 

 

La crisi del sistema scolastico è sempre più evidente. In queste ultime settimane vi sono state riaperture e chiusure delle scuole, ritorni alla didattica a distanza e in presenza e questa alternanza non permette la continuità scolastica. Questa instabilità ci permette di comprendere la crisi in cui si trovano le Regioni e il governo che stanno svolgendo una politica a tentoni non riuscendo a prendere decisioni serie e durature. Questo non comporta solo una mancata garanzia del diritto allo studio, ma non garantisce soprattutto il diritto alla salute: di fatto queste politiche stanno mettendo a rischio noi giovani, noi studenti e le nostre famiglie. 

La crisi del sistema scolastico 

La condizione delle scuole è totalmente insicura. La didattica in presenza per noi studenti significa bus strapieni, classi pollaio, un sistema di tracciamento ormai naufragato: questo comporta un aumento drammatico dei contagi e dei morti. Non riuscendo a contenere una situazione del genere poiché la riapertura delle scuole in presenza significa focolai e aumento dei contagi, le Regioni e il governo dopo solo poche settimane richiudono tutto. La didattica a distanza, però, è totalmente inadeguata. Oramai è divenuta una politica di ripiego e di fatto non c'è stato nessun investimento significativo per permettere a tutti di possedere i mezzi per svolgerla, una propria stanza per studiare e un posto sicuro dove collegarsi alle lezioni: le diseguaglianze di questi mesi sono state ipocritamente riconosciute anche dal governo Draghi, che in una delle sue prime dichiarazioni ha caldeggiato l’inserimento di doppi turni e di prolungamento estivo dell’anno scolastico: questo, ovviamente, ricadrà sulle spalle di studenti e lavoratori della scuola. Inoltre la didattica a distanza, svolta in questo modo, sta comportando un tasso crescente di depressione e ansia. I sondaggi di Save The Children dimostrano che il 31% dei ragazzi denuncia stanchezza mentre il 17% incertezza e preoccupazione. 

Manifestazioni studentesche

In questi mesi abbiamo visto gli studenti, principalmente di Roma, Milano, Torino e Napoli, reagire a questa situazione disastrosa con occupazioni, manifestazioni e scioperi. Gli studenti stanno vivendo sulla propria pelle quelle che sono le contraddizioni del sistema scolastico ormai allo sbando. Pensiamo, però, che sia utile fare un'analisi critica di ciò che sono state le manifestazioni che si sono svolte. Innanzitutto partiamo dal fatto, senza dubbio positivo, che gli studenti sono scesi in piazza mossi dall'esigenza di mostrare la propria contrarietà alle politiche condotte in questo periodo, rendendosi protagonisti di un dibattito pubblico che aveva lasciato loro in disparte. Allo stesso tempo, però, bisogna criticare alcune direzioni del movimento studentesco che hanno promosso delle rivendicazioni e delle pratiche sbagliate e, più o meno al di là delle intenzioni, filogovernative. 

Politiche governative 

Facciamo un passo indietro e spieghiamo cosa intendiamo per politiche governative. Ad oggi il governo ha condotto delle politiche criminali, ha riaperto le scuole e ha messo a rischio la vita di milioni di studenti e di altrettante famiglie. La questione che potrebbe sorgere spontanea è: perché? Negli ultimi decenni sono stati inferti dei tagli miliardari alla scuola, la scuola è sempre stata messa all'ultimo posto: come mai oggi il governo si dimostra così interessato alla questione scolastica e al diritto allo studio? Seppur nella pratica si possa facilmente notare che questo interesse per il sistema scolastico non esiste (basti pensare all’immobilità nel sostegno all’accessibilità alla Dad), la retorica dei politici sembra manifestare tutto il contrario. Allora, a che scopo mantenere le scuole aperte? Come abbiamo visto, le uniche scuole che non hanno mai chiuso quest'anno sono state quelle della materna e della primaria poiché ciò permetteva ai genitori di questi bambini di poter andare a lavorare e mettere in moto la macchina del profitto. L'apertura delle scuole non solo ha fatto sì che queste ultime venissero usate come parcheggi, ma ha anche alimentato l'illusione che per le classi subalterne possa realmente esserci una sicurezza nel sistema capitalistico: possiamo permettere la sicurezza nelle scuole e quindi anche nelle fabbriche, questo è il ragionamento. Purtroppo non c'è nulla di più falso. La sicurezza non esisteva nelle scuole né nelle fabbriche neanche prima della fase pandemica e ad oggi è un'utopia chiedere sicurezza all'interno di questi due ultimi contesti, tanto più nel momento in cui si diffondono le varianti del virus, che paiono colpire - persino in forma sintomatica - anche i bambini.

Cosa chiedono gli studenti?

Gli studenti che si stanno mobilitando chiedendo una riapertura delle scuole in sicurezza lo fanno partendo dalle loro esigenze comprensibili. Non c’è dubbio che la didattica a distanza svolta in questo modo sia un disastro, ma allo stesso tempo bisogna criticare alcune direzioni del movimento studentesco che per opportunismo o per mancata analisi di classe presentano posizioni e metodi controproducenti: quando richiedono una riapertura a tutti i costi della scuola stanno presentando una posizione che fa da spalla alle volontà della borghesia e manifesta anche una vena classista, non comprendendo che ad oggi riapertura delle scuole significa mettere a rischio la vita degli studenti, soprattutto di estrazione proletaria, che devono entrare in autobus strapieni e in classi pollaio con in dotazione mascherine molto spesso non efficaci.
Anche quando chiedono una riapertura delle scuole «in sicurezza», trascurano il fatto che il sistema capitalistico in cui viviamo non garantirà mai una reale sicurezza: per problemi strutturali, per gli irrecuperabili tagli degli ultimi decenni, per i comportamenti non sicuri che sono legittimati continuamente dai media con il risultato di trasferire la colpa delle morti da una dimensione di classe a una individuale. Non garantirà la sicurezza né nelle scuole né nelle fabbriche: il sistema ci costringe a una scelta, cioè tra il diritto allo studio e il diritto alla vita e ciò non è ammissibile poiché le forze produttive che possediamo ci potrebbero permettere una società realmente civilizzata. Questa è la barbarie a cui siamo costretti.
Queste posizioni che critichiamo sono state espresse soprattutto a Milano, città in cui a inizio anno le scuole erano chiuse e in cui in due settimane di gennaio si sono messe in moto dodici occupazioni: un esempio notevole di unità tra le forze studentesche, sicuramente facilitato dalla situazione di abbandono degli istituti, ma che non s’era mai visto prima. Tuttavia, le rivendicazioni sono completamente errate e vige nelle dichiarazioni un riduzionismo inammissibile, citando dati per cui i contagi nelle scuole sarebbero solo il 2%: una statistica evidentemente inficiata dal fatto che sono spesso i parenti sintomatici a sottoporsi a tampone e a seguito della positività è raramente garantito un
screening familiare. La modalità delle occupazioni segue questo approccio e a poco valgono i tamponi organizzati privatamente dagli studenti in tali occasioni, se non ad illudere che sia possibile in questo sistema un tale monitoraggio sull’intero corpo scolastico.
Invece, al Centro-Sud, laddove a gennaio la didattica è iniziata prevalentemente in presenza, il movimento è stato di segno opposto. Gli scioperi si sono dipanati per varie città, con punte a Roma e a Napoli: il nocciolo è sempre lo stesso, ossia il fatto che sia stata trascurata la pubblica istruzione, ma declinato in parole d’ordine e modalità più razionali, evidenziando il pericolo del rientro in aula di studenti e professori e rivendicando sostegni seri per appianare le disuguaglianze.

Cosa dobbiamo fare?

La situazione è disastrosa, ma è semplicemente l'acuirsi delle contraddizioni del sistema capitalistico. Ad oggi richiedere una riapertura delle scuole significa mettere a rischio la nostra vita. Bisogna invece pretendere investimenti più significativi nella didattica a distanza, anche se una reale garanzia del diritto allo studio non sarà mai compiuta all'interno di questo sistema.
Siamo nel mezzo di una crisi economica portata all’estremo dalla pandemia e l'unica garanzia che riservano a noi giovani è la precarietà lavorativa. L'unico mezzo che abbiamo per poterci realmente emancipare è la lotta. La lotta deve essere radicale e organizzata e, affinché lo possa essere, abbiamo bisogno al più presto di costruire una direzione rivoluzionaria per comporre un programma fatto di parole d’ordine chiare e metodi congrui, per fuggire ad ogni strumentalizzazione, più o meno cercata: pensiamo a quelle manifestazioni studentesche svolte in questi ultimi mesi che sono state di fatto strumentalizzate dalla ministra Azzolina per poter dire che gli studenti erano dalla sua parte e che richiedevano una riapertura delle scuole proprio come lei voleva.
In realtà, gli studenti stavano mostrando la loro contrarietà alle politiche governative che non hanno permesso loro di entrare in scuole sicure, ma le direzioni studentesche hanno avuto un ruolo nefasto poiché si trattava di direzioni riformiste: lontano da un’analisi di classe dell’intera vicenda della pandemia, si trova facilmente una politica limitata al proprio orticello che ricalca quella di altre categorie piccolo-borghesi e che giunge talvolta a sposare esplicitamente la linea della burocrazia Cgil. Ad oggi è necessario che studenti e lavoratori si uniscano in questa lotta contro il sistema capitalistico per cercare di costruire una società alternativa che sia in grado di abbattere le diseguaglianze economico-sociali, di superare la crisi ambientale e quella economica. È necessario fare tesoro e valorizzare anche le dimostrazioni di unità viste a Milano, ma combattendo all’interno di questo movimento qualsiasi sentimento riduzionista, che funge da stampella delle politiche governative: la parola d’ordine, anche in questo settore, è quella degli scioperi, come hanno dimostrato le numerose iniziative nel Centro e nel Sud del Paese. È necessaria, però, non un’assenza sporadica, bensì una lotta prolungata e che coinvolga un ampio settore di studenti.
Noi giovani di Alternativa Comunista ci impegniamo in questo senso, ma è necessaria al più presto la costruzione di una mobilitazione ampia e di una direzione rivoluzionaria studentesca, l’unica che possa assicurare alle proteste di non rifluire nelle strumentalizzazioni dei partiti riformisti e delle classi dominanti!

 

 

 

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