Partito di Alternativa Comunista

Verso le elezioni Guida marxista per gli elettori

Verso le elezioni

 

Guida marxista per gli elettori

 

 

di Matteo Bavassano

 

 

Le elezioni politiche sono sempre più vicine. Eppure, non si avvicina minimamente la fine della crisi istituzionale italiana, che, di più, minaccia di trasformarsi in un’incipiente crisi di regime (1). Sono ormai diversi anni che la borghesia italiana non riesce a trovare un progetto politico unificante (o quantomeno maggioritario) che si ponga realmente l’obiettivo di superare le storture che limitano la sua accumulazione di profitti, almeno dal fallimento del progetto presidenziale di Renzi. Diciamo «realmente» perché, ad oggi, non vediamo da parte dei partiti borghesi nessun progetto credibile e nemmeno la possibilità di costruire un’egemonia nella società per poterlo attuare. Se ad oggi non è ancora in atto una crisi di regime è solamente perché negli ultimi anni le lotte dei lavoratori, che pure ci sono state, non si sono generalizzate, ma sono state tenute separate dall’azione delle burocrazie sindacali. Tuttavia, non solo ci sono tutte le condizioni perché l’azione indipendente dei lavoratori infranga il tappo delle burocrazie sindacali, ma non si può nemmeno pensare che una situazione di crisi istituzionale continui indefinitamente senza ripercuotersi sul regime politico, soprattutto in una situazione di grandi tensioni politiche ed economiche internazionali.

 

Le coalizioni borghesi

È in questo quadro che gli italiani dovranno «scegliere» le forze politiche che daranno vita al prossimo governo. La situazione, tuttavia, potrebbe non essere così scontata come appare. Secondo gli ultimi sondaggi pubblicati prima del periodo di «silenzio elettorale», il centrodestra si avvia verso una vittoria elettorale chiara, con Fratelli d’Italia primo partito attorno al 27% (e quindi Giorgia Meloni probabile presidente del Consiglio), Lega al 12% e Forza Italia al 7%. Aggiungendo Noi moderati di Maurizio Lupi, la coalizione dovrebbe arrivare circa al 50%, ma dovrebbe riuscire ad ottenere una maggioranza parlamentare in virtù dei seggi assegnati su base maggioritaria. La forza trainante della coalizione è sicuramente il partito della Meloni, che capitalizza in termini di voti la sua permanenza all’opposizione negli ultimi quattro anni, in particolare l’opposizione al governo Draghi; tuttavia, non possono proporre nulla di risolutivo per la borghesia, per la quale non sarebbe il governo desiderato, ma che sicuramente è pronta ad accettare.
Il centrosinistra è, dalla fine della cosiddetta «Prima Repubblica», l’opzione politica preferita dalla grande borghesia, sia per il suo rapporto privilegiato con l’apparato Cgil (e quindi di contenimento delle lotte dei lavoratori), sia per la sua affidabilità istituzionale: non è un caso che il Pd non abbia mai fatto cadere un governo, anche quando avrebbe potuto avvantaggiarsene politicamente alle elezioni successive. Tuttavia, oggi paga esattamente il prezzo di questo suo servizio alla borghesia, che gli è valso molti dei suoi consensi nell’elettorato che tradizionalmente gli fa riferimento in quanto partito da molti ancora considerato «di sinistra». Il Pd guidato da Enrico Letta si attesta a circa il 20% dei consensi, in un testa a testa con Fdi, ma è nei fatti l’unico partito con peso elettorale nella coalizione di centrosinistra: salvo sorprese l’alleanza Verdi-Sinistra Italiana sarebbe al 4%, mentre il nuovo partito di Di Maio, Impegno civico e +Europa si fermerebbero all’1%. Il tutto per un totale, circa, del 27%.
Fuori dai due poli principali rimangono da una parte il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte - che sembrerebbe aver fermato l’emorragia di consensi causata dalle sue tre esperienze governative consecutive, ma che con il 12% circa non sarebbe più la principale forza parlamentare e quindi il perno delle alleanze come nella passata legislatura (non sarebbe nemmeno il riferimento delle classi popolari come nella scorsa tornata elettorale, quando la proposta del reddito di cittadinanza aveva capitalizzato molte speranze e, almeno in un primo momento, congelato una fetta consistente del malcontento sociale nel Paese) - dall’altra, il «terzo polo» di Calenda-Renzi si attesterebbe al 7,5% dei consensi.

 

La sinistra «radicale» alle elezioni

Se le elezioni non hanno la capacità di risolvere magicamente i problemi della borghesia italiana, un potere soprannaturale, tuttavia, lo hanno: quello di resuscitare (temporaneamente) la cosiddetta «sinistra radicale» (leggi: riformista), che non esiste per tutto il resto dell’anno, ma riappare magicamente quando si deve provare a raccattare un posticino in parlamento o, quantomeno, qualche rimborso elettorale per foraggiare le casse malandate delle organizzazioni riformiste. Le coalizioni a sinistra sono due: Unione popolare e Italia sovrana e popolare.
Unione popolare, guidata da De Magistris, raggruppa la formazione dell’ex magistrato e sindaco di Napoli, DeMa, insieme con Manifesta, Rifondazione e Potere al popolo. Non c’è, sinceramente, molto da dire su questa coalizione: si tratta della riproposizione dello schema elettorale portato avanti dal Prc dal 2008 in avanti, cioè da quando il Pd non ha più voluto concedergli il beneficio di partecipare a una coalizione borghese. Da quel momento Rifondazione si è sempre presentata nascondendo la sua identità riformista (spacciata per comunista) dietro alle più varie sigle e annacquando progressivamente il suo già poco radicale programma, proprio quando la classe lavoratrice avrebbe invece bisogno di misure più radicali per controbattere alla crisi e agli attacchi dei padroni.
Il massimo della radicalità di questo programma è il progetto di legge sulle delocalizzazioni presentato in parlamento lo scorso anno da parlamentari legati a Potere al popolo. Unione popolare si presenta come strumento per dar voce e rappresentare le istanze dei lavoratori in parlamento; tuttavia, non solo il suo programma non risponde minimamente a queste esigenze, ma l’azione delle formazioni che compongono Unione popolare non ha mai mirato concretamente alla principale necessità dei lavoratori italiani: quella di unirsi per lottare contro gli attacchi dei padroni. Per dirlo in altro modo, un programma con tante belle parole, ma nessuna concretezza: se non si dà una prospettiva di lotta, qualsiasi obiettivo non è altro che un’astrazione. Unione popolare non solo questa prospettiva non vuole darla, ma ogni volta che le sue forze sono state in parlamento hanno attivamente manovrato per normalizzare le lotte, togliendo loro quell’embrione anticapitalista - che tutte le lotte hanno nella fase di decadenza dell’imperialismo e che può svilupparsi solo col giusto programma rivoluzionario - in funzione di accordi di governo con il centrosinistra.
Italia sovrana e popolare è, definizione scientifica, un’accozzaglia creata per cercare di entrare in parlamento. È guidata sostanzialmente da Marco Rizzo e Antonio Ingroia, ed è formata oltre che dal Partito «comunista» di Rizzo e da Azione civile di Ingroia, da formazioni con nomi altamente evocativi come Rinascita repubblicana, Ancora Italia (fondata a suo tempo da Fusaro), Riconquistare l’Italia, Italia unita. Il primo punto del programma della coalizione è quello della difesa della Costituzione repubblicana, a cui seguono punti, in sé anche giusti, come l’opposizione all’Unione europea e alla Nato. Il problema vero sono le forze che costituiscono questa coalizione e il contenuto che danno al loro programma. Lasciando da parte (ma solo per non sparare sulla Croce rossa…) la questione della difesa della Costituzione, cioè dell’ordinamento borghese dello Stato italiano, la questione dell’opposizione e dell’uscita dall’Unione europea è declinata in senso nazionalista, mentre l’opposizione all’imperialismo Nato è funzionale… ad allearsi con il «campo antimperialista» rappresentato da Russia e Cina, come si è visto benissimo con la recente invasione russa dell’Ucraina. In definitiva nessun tipo di proposta di classe rivolta ai lavoratori. Ma, d’altronde, non poteva che essere così: solo per fare l’esempio più evocativo, Rinascita repubblicana, una delle formazioni della coalizione, è stata fondata dall’europarlamentare Francesca Donato, fuoriuscita lo scorso novembre… dalla Lega di Salvini!
La cosa più ridicola di questa coalizione è che è stata creata dal Partito comunista di Rizzo, che fino a qualche mese fa rifiutava qualsiasi alleanza elettorale con formazioni a lui oggettivamente vicine come Prc e Pap e che con una svolta a 180° crea un fronte politico ed elettorale con forze dichiaratamente «patriottiche», «socialdemocratiche», fronte che ha l’obiettivo di «tornare alla Costituzione», di «difendere la Costituzione repubblicana». La decisione del Comitato centrale del Pc di Rizzo che ha sancito questa svolta ha suscitato, a quanto è dato sapere, un diffuso malcontento nel Partito, culminato nell’espulsione, a mezzo post su Facebook, del segretario Marco Rizzo da parte della sezione di Milano! Espulsione subito smentita dalla Commissione di garanzia del Partito, che ha derubricato la cosa come la goliardata di un singolo militante scontento che avrebbe illecitamente preso possesso dell’account social della sezione locale del Pc. Eppure, subito dopo la federazione milanese è stata commissariata…

 

La classe operaia in queste elezioni

Dopo aver richiamato brevemente le contraddizioni davanti a cui si trovano le classi dominanti e aver analizzato sommariamente quali sono le coalizioni in campo in questa competizione elettorale, non possiamo esimerci da cercare di indicare quali sono le prospettive della classe lavoratrice. Purtroppo, il surreale periodo di campagna elettorale non ha fermato gli attacchi ai lavoratori: da ultimo, il tentativo di abolire il tetto agli stipendi (già alti) dei manager pubblici da parte del governo Draghi, che dovrebbe essere ancora in carica per gli «affari ordinari». Un’ulteriore prova di quanto leggi e democrazia esistano solo in quanto funzionali alle classi dominanti… e scompaiono alla bisogna. Il fatto che i partiti della coalizione di governo abbiano poi fatto marcia indietro su questa misura corrisponde solo a esigenze elettorali, viste le rumorose rimostranze sui social da parte dell’elettorato.
Se già sappiamo che nulla di quanto ha fatto Draghi è stato a favore dei lavoratori, pensiamo che nemmeno dalle urne questi ultimi possano attendersi nulla di buono: sicuramente nessuna delle coalizioni borghesi rappresenta un’alternativa che possa dare qualcosa ai lavoratori, per quanto una buona fetta della classe lavoratrice, soprattutto la parte più arretrata, potrebbe essere attirata dalla retorica populista della Meloni. Il M5s, avendo dimostrato la sua essenza in questi anni di governo, ha ridotto di molto il suo consenso popolare, ma rimane un ostacolo alla formazione di un fronte di classe. E abbiamo già ricordato di come il centrosinistra, oltre ad aver appoggiato Draghi, ha sempre e sistematicamente sacrificato gli interessi dei lavoratori a quelli della borghesia, anche se, fortunatamente, sempre meno lavoratori accordano loro fiducia.
Il tono e i temi della campagna elettorale riflettono il fatto che i partiti borghesi, gli unici a cui viene dato spazio sui media, non hanno nessun tipo di proposta credibile per i lavoratori: si parla di tutto meno che dei fatti, vengono passate le dichiarazioni dei politici senza ricordare che hanno sempre fatto il contrario di quanto dicono.
Abbiamo passato settimane a sentir dire che non si trovano lavoratori per colpa del reddito di cittadinanza, mentre sembra quasi che il precariato, che è il vero problema insieme alla questione salariale, sembra non esista più. Oggi tutti dicono che bisogna alzare gli stipendi, ma sono anni che il potere d’acquisto dei salari scende senza che nessun governo abbia fatto nulla. Nonostante la forza dei mezzi di questo sistema, non dobbiamo stancarci di denunciare ai lavoratori, anche ai più politicamente arretrati e apatici, che la stabilità di questo sistema si fonda anche sulla loro illusione nel fatto che i responsabili dei problemi dei lavoratori possano un domani risolverli.
Per quanto riguarda invece la sinistra «radicale», non vi è nessuna coalizione che rappresenta un’alternativa di classe per i lavoratori. Quello che servirebbe non è una coalizione che avanza timide proposte di leggi accettabili per la borghesia, ma che non darebbero nessun vantaggio reale agli operai. Inutile parlare di legge contro le delocalizzazioni se non si prevede l’esproprio e la nazionalizzazione delle aziende che licenziano e delocalizzano. Ma, al di là dei programmi insufficienti, se vi fosse una forza che si richiamasse esplicitamente alla necessità di unire la classe operaia e, attorno ad essa, tutti i settori oppressi e sfruttati della popolazione, questo probabilmente contribuirebbe a far avanzare la coscienza dei lavoratori. Tuttavia, nessuna forza politica presente alle elezioni si pone in questa minima ottica di classe e non possiamo quindi che invitare i lavoratori a non riporre la loro fiducia in nessuna di queste illusorie alternative politiche e, quindi, a non votare nessuna delle coalizioni in campo.

 

Ripartire dalle lotte

Ciò che più è importante però, al di là del voto, è cominciare subito a organizzare le lotte, a unirle al di là delle divisioni dei sindacati, della volontà delle burocrazie sindacali e prepararsi a lottare contro il nuovo governo borghese. Un governo che, come abbiamo già detto, non sarà in grado di risolvere magicamente i problemi strutturali dello Stato italiano, quale che sia la maggioranza numerica che uscirà dalle urne. L’azione politica indipendente della classe lavoratrice sarà indispensabile per poter costruire, a partire dalle lotte, l’alternativa socialista necessaria a una radicale rivoluzione e ricostruzione dell’Italia che parta dall’espropriazione degli sfruttatori borghesi.
Quello che serve è un programma che preveda la nazionalizzazione di tutte le società energetiche, partendo dall’Eni: questo è il vero modo di combattere il caro dei prezzi del gas e dell’energia; la nazionalizzazione di tutte le aziende che licenziano o che delocalizzano per farle gestire dai lavoratori stessi: questo è il modo per salvaguardare i posti di lavoro; serve diminuire l’orario di lavoro aumentando il salario: questo è il modo di combattere la disoccupazione; la lista è lunga, ma in definitiva si riduce al togliere agli speculatori quello che hanno rubato ai lavoratori per metterlo al servizio delle masse popolari e della ricostruzione della società su nuove basi. Noi del Partito di alternativa proponiamo questo programma - e le prospettive concrete per costruirlo - a coloro che potranno applicarlo: i lavoratori, che a partire dalle loro lotte sono gli unici in grado di costruire una società diversa senza più oppressi e sfruttati.

 

Note

(1) I marxisti distinguono tra Stato (borghese o operaio), regime (la forma di governo - democratico, autoritario, ecc.) e governo (cioè il singolo governo - Conte,  Draghi ecc.). Per crisi di regime si intende una crisi della forma di governo quale si è strutturata concretamente in un Paese, che non permette ai singoli governi di amministrare normalmente il Paese. In alcuni casi una crisi di regime può accompagnarsi a una crisi rivoluzionaria.

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